Gabriel Hanot lesse il titolo del Daily Mail e strinse le labbra. Era il tipo di affermazione che un cronista sportivo esperto non poteva lasciar correre: gli inglesi del Wolverhampton, scriveva il collega David Wynne-Morgan, erano ormai i veri campioni del mondo. Hanot, firma autorevole de L’Equipe, di calcio internazionale ne sapeva abbastanza da considerare quel titolo una forzatura. Da quell’irritazione, in meno di un anno, sarebbe nata la competizione per club più importante del pianeta.
La sfida di Wolverhampton
L’orgoglio del calcio inglese, a metà anni Cinquanta, aveva incassato colpi pesanti. Eliminati al primo turno dei Mondiali 1950 dai dilettanti statunitensi, usciti ai quarti nel 1954 contro l’Uruguay, gli inglesi avevano poi subito l’onta più bruciante: la Grande Ungheria di Ferenc Puskás li aveva battuti 6-3 a Wembley, violando un tempio che si credeva inespugnabile, e li aveva rifiniti con un umiliante 7-1 a Budapest.
A inizio novembre 1954 era arrivato un altro schiaffo, quando i sovietici dello Spartak Mosca avevano passeggiato ad Highbury contro l’Arsenal. Fu a quel punto che i Wolves di Billy Wright presero in mano la bandiera nazionale: batterono 4-1 lo Spartak e pochi giorni dopo, sul fango di Molineux, piegarono 3-2 l’Honved, l’ossatura della squadra magiara. Il manager Stanley Cullis non si tenne: «Eccoli, i campioni del mondo», disse a fine partita. Il Daily Mail rilanciò l’entusiasmo senza mezze misure, celebrando una vittoria giudicata storica.
La replica di Gabriel Hanot
Hanot aveva un curriculum che gli dava voce in capitolo: giocatore di buon livello, poi commissario tecnico della nazionale francese, nel 1949 era stato tra gli ideatori della sfortunata Coppa Latina. Quel titolo trionfalistico gli parve fuori misura, e lo scrisse senza girarci troppo intorno:
«Prima di proclamare l’invincibilità del Wolverhampton, aspettiamo almeno che replichi i suoi successi a Mosca e a Budapest. Ci sono altri grandi club che potrebbero aspirare a quel titolo: come il Milan o il Real Madrid».
Ma Hanot non si limitò alla polemica. Nello stesso articolo lanciò un’idea più ambiziosa: un campionato d’Europa per club, più ampio e meno occasionale della vecchia Mitropa Cup. Il giorno dopo, L’Equipe pubblicava già una prima bozza di regolamento per un «Championnat d’Europe interclubs», con incontri di andata e ritorno e partite in notturna.

Un’idea in cerca di alleati
Il direttore de L’Equipe, Marcel Oger, inviò il progetto a tutte le federazioni europee, oltre che ai vertici di FIFA e UEFA. Le risposte furono tiepide. La Federazione francese rispose che le proprie energie erano già assorbite dalla nazionale e si dichiarò «spiacente di non poter esaminare la domanda». L’UEFA, appena costituita e preoccupata per il calendario delle competizioni tra selezioni, non offrì maggiore entusiasmo.
Fu il presidente della FIFA, il belga R. W. Seeldrayers, a lasciare uno spiraglio, scrivendo che l’organizzazione di un torneo non richiedeva l’approvazione dell’ente, ma che una simile competizione, se conciliabile con i calendari nazionali, avrebbe potuto «riscuotere un grosso successo».
L’assemblea di Parigi
Hanot non si arrese. Il 2 marzo 1955 presentò il progetto alla prima assemblea plenaria dell’UEFA, trovando nell’ungherese Gustáv Sebes e nel presidente del Real Madrid, Santiago Bernabéu, due sponsor autorevoli. Bernabéu, in particolare, non vedeva l’ora di offrire alla propria squadra palcoscenici più grandi dei confini nazionali.
Il 2 aprile 1955, all’Hotel Ambassador di Parigi, i vertici di sedici club europei — tra cui il Milan, unico rappresentante italiano — si riunirono e diedero il via libera alla nuova coppa. La FIFA concesse la propria benedizione il 7 maggio, a tre condizioni: autorizzazione delle rispettive federazioni, supervisione UEFA, e un nome diverso da «Coppa Europa», riservato al torneo tra nazionali. Il 21 maggio l’UEFA varò ufficialmente la competizione, battezzata Coppa dei Club Campioni.
La lista dei sedici invitati, però, non rispecchiava fedelmente gli albi d’oro nazionali: L’Equipe aveva scelto i club in base al prestigio più che al titolo appena vinto, e alla fine solo sette delle sedici squadre erano davvero le campionesse in carica dei rispettivi paesi. In Olanda il titolo apparteneva all’Holland Sport, che rinunciò e lasciò il posto al PSV Eindhoven; in Danimarca la formazione campione cedette la propria casella all’AGF Aarhus. Il Chelsea, campione d’Inghilterra in carica, aveva invece accettato l’invito e si ritrovò accoppiato agli svedesi del Djurgården, salvo essere costretto al ritiro dalla propria federazione, timorosa che il nuovo torneo distraesse dal campionato interno: al suo posto subentrò la polacca Gwardia Varsavia.
La prima finale, a Parigi
Il 4 settembre 1955, a Lisbona, Sporting Lisbona e Partizan Belgrado disputarono la partita inaugurale della nuova coppa. Il resto del torneo procedette tra qualche difficoltà organizzativa — le date, in mancanza di un calendario unico, si concordavano club per club — ma il Real Madrid di Bernabéu dimostrò subito di avere ambizioni superiori a tutti: eliminò lo Servette, il Partizan e, in semifinale, lo stesso Milan, prima di arrivare all’atto conclusivo.

Il 13 giugno 1956, al Parco dei Principi di Parigi, il Real affrontò lo Stade de Reims in quella che sarebbe diventata la prima finale della storia del trofeo. I francesi si portarono sul 2-0 in dieci minuti con Leblond e Templin, ma Alfredo Di Stéfano e Héctor Rial pareggiarono prima dell’intervallo. Nella ripresa il Reims tornò avanti con Hidalgo, salvo essere ribaltato definitivamente da Marquitos e da una nuova rete di Rial: 4-3, primo trofeo della bacheca del Real Madrid. Fu il capitano Miguel Muñoz ad alzare al cielo una coppa dalle forme ancora acerbe, ben diversa da quella imponente che oggi conosciamo.
Il regno del Real Madrid
Quella vittoria non fu un episodio isolato. Il Real Madrid di Di Stéfano si aggiudicò le prime cinque edizioni consecutive, complice anche l’atmosfera del proprio stadio, che di lì a poco avrebbe preso il nome dello stesso Bernabéu. Fu l’inizio di un’egemonia che avrebbe segnato per sempre l’immaginario del calcio europeo, prima che altri protagonisti — l’Ajax di Cruijff, il Bayern Monaco, il Milan di Arrigo Sacchi, la Juventus di Marcello Lippi, i «Ferguson Boys» del Manchester United — scrivessero i loro capitoli in una storia destinata a cambiare pelle più volte, fino a diventare, nel 1992, la Champions League che conosciamo oggi.
Ma tutto, il 13 giugno 1956, era ancora da scrivere. C’era solo un giornalista testardo che aveva trasformato un titolo di giornale in un’idea, e un’idea in una coppa.