Centoventi minuti sono appena finiti e il tabellone dice ancora 0 a 0. Allo stadio “Ramón Sánchez Pizjuán” di Siviglia, sessantamila tifosi del Barcellona aspettano il gol che non è mai arrivato. Di fronte a loro, un migliaio di romeni sperduti nella marea blaugrana tiene il fiato sospeso. È il 7 maggio 1986, e l’arbitro francese Michel Vautrot sta per fischiare l’inizio dei calci di rigore. Da una parte il Barcellona di Terry Venables, superfavorito, con Bernd Schuster sulla cresta dell’onda. Dall’altra la Steaua Bucarest, sconosciuti venuti da un paese oltre la Cortina di Ferro, con un portiere alto e baffuto, stretto in una maglietta verde, che nessuno in Spagna sapeva ancora pronunciare: Helmuth Duckadam.
Il ragazzo del Banato
Prima di quella notte, Duckadam era soltanto un ragazzo di Semlac, villaggio del Banato romeno a pochi chilometri da Arad, nato il 1º aprile 1959 in una famiglia di etnia tedesca. Il portiere non era stato un mestiere scelto per vocazione eroica: «anche da bambino, perché ero troppo pigro per correre», avrebbe raccontato lui stesso, spiegando perché si fosse messo tra i pali fin da ragazzino. A quindici anni cominciò a giocare sul serio, a diciassette vestiva già la maglia del Constructorul Arad, poi passò all’UTA, la squadra più prestigiosa della sua città, con cui esordì in Prima Divisione. Nel 1982 arrivò la chiamata che gli avrebbe cambiato la vita: la Steaua Bucarest lo portò nella capitale.
La squadra dell’esercito
La Steaua non era un club come gli altri. Fondata nel 1947 come costola dell’esercito romeno con il nome di ASA Bucarest, ribattezzata Steaua (“Stella”) nel 1961, apparteneva a quella rete di squadre-ministero tipica dell’Europa dell’Est: l’esercito aveva la sua, la polizia la propria Dinamo, e così via, paese dopo paese. Fino al 1985 il suo palmarès contava nove campionati e tredici coppe nazionali: rispettabile, non straordinario. Ma qualcosa stava per cambiare, anche perché nei corridoi del club si era fatto notare Valentin Ceaușescu, figlio maggiore (seppur adottivo) del dittatore, sempre più interessato alle sorti della squadra.
La generazione di Jenei

Nella stagione 1984/85, sotto la guida dell’allenatore di etnia ungherese Emerich Jenei, la Steaua tornò campione dopo sei anni di digiuno. Era l’inizio di un ciclo irripetibile, costruito da una generazione di talenti messi sotto contratto dal dirigente Ioan Alexandrescu: Marius Lăcătuș, soprannominato la Bestia, Gabi Balint, László Bölöni, Victor Pițurcă, Adrian Bumbescu, Miodrag Belodedici. Il cammino verso Siviglia era passato per l’eliminazione dell’Anderlecht: sconfitta 1 a 0 all’andata a Bruxelles, poi un perentorio 3 a 0 al ritorno, firmato due volte da Pițurcă e una da Balint, davanti a uno stadio Ghencea in delirio.
Novanta minuti di attesa
A Siviglia, i pronostici davano ovviamente la Steaua già sconfitta. Il Barcellona aveva eliminato la Juventus campione d’Europa in carica, giocava sostanzialmente in casa e disponeva di una rosa valutata, come si disse allora, più in dollari che in talento romeno. Ma i romeni si chiusero con ordine, spensero ogni iniziativa catalana e tennero botta fino al triplice fischio. Novanta minuti si chiusero sullo 0 a 0, i supplementari non cambiarono nulla: per la prima volta nella storia una finale di Coppa dei Campioni restava inchiodata sul punteggio di parità anche dopo i tempi regolamentari e quelli supplementari. Restavano i rigori.
Quattro rigori, un record
Il primo tiro, per la Steaua, lo sbagliò Majearu. Poi cominciò il miracolo: Duckadam si distese e respinse il rigore di Alexanko. Urruti, portiere del Barcellona, rispose parando quello di Bölöni. Ancora Duckadam, ancora una parata, questa volta su Pedraza. A quel punto Lăcătuș sbloccò il risultato trafiggendo finalmente Urruti, Duckadam neutralizzò anche il tiro di Pichi Alonso, Balint firmò il 2 a 0 e il portiere romeno completò l’opera respingendo pure il quarto rigore, quello di Marcos Alonso. Quattro rigori parati su quattro, un record da Guinness dei primati che nessuno è più riuscito a eguagliare in una finale europea. La Steaua aveva appena conquistato, prima e unica volta nella sua storia, la Coppa dei Campioni.

Il prezzo della gloria
Quella fu, paradossalmente, l’ultima partita internazionale della carriera di Duckadam. Tornato in Romania per le vacanze dopo la fine del campionato, fu colpito da un aneurisma al braccio sinistro: un’alterazione progressiva della parete arteriosa che richiese un intervento d’urgenza e due mesi di ospedale. I medici temettero persino di dover amputare l’arto. Alla fine la mano fu salvata, ma per il portiere non ci fu modo di tornare in campo ad alto livello. Il club lo portò con sé a Tokyo per la Coppa Intercontinentale, persa 0 a 1 contro il River Plate, poi lo scaricò senza troppi complimenti: l’eroe di Siviglia, a soli ventisette anni, si ritrovò senza squadra e senza stipendio.
Le leggende di Bucarest
Attorno a quel ritiro improvviso fiorirono subito leggende che circolano ancora oggi, su internet e in alcuni libri pubblicati di recente anche in Italia. La più insistente raccontava di Nicu Ceaușescu, altro figlio del dittatore, che per invidia avrebbe mandato dei sicari a spezzargli le mani. Un’altra versione parlava di una Mercedes regalata da un facoltoso tifoso del Real Madrid (c’è chi tira in ballo persino il re Juan Carlos) per ringraziarlo di aver eliminato gli odiati rivali del Barcellona, auto che nessuno avrebbe potuto guidare nella Romania socialista senza conseguenze. Storie suggestive, ma false: la verità, molto più banale e dolorosa, era semplicemente quella di un corpo che aveva tradito un atleta nel momento del suo trionfo.
Dopo il calcio
Costretto a reinventarsi, Duckadam entrò nella polizia di frontiera di Nadlac, cittadina al confine con l’Ungheria non lontana dal suo paese natale. Vi rimase sette anni, raggiungendo il grado di maggiore prima di essere messo in pensione per motivi di salute. Il calcio, però, non lo abbandonò mai davvero: nel 1989 divenne presidente di un piccolo club di Arad, il Vagonul, con cui scese in campo come riserva una dozzina di volte, giusto per il gusto di farlo. Vent’anni più tardi, nel 2009, fu il controverso patron Gigi Becali a richiamarlo nel grande calcio, nominandolo presidente onorario della Steaua, ruolo che avrebbe mantenuto, tra ambasciate del club e interviste, per il resto della sua vita.
L’ultimo fischio
Duckadam si è spento il 2 dicembre 2024, a 65 anni, all’Ospedale Militare Centrale di Bucarest, dopo anni di problemi cardiaci che lo avevano già portato a nove interventi chirurgici, l’ultimo appena due mesi e mezzo prima, a settembre. Alla notizia, i vecchi compagni di quella squadra irripetibile non hanno nascosto il dolore: «sono distrutto, ci hai spezzato il cuore», ha scritto Marius Lăcătuș ricordandolo. Resta, nei libri dei record e nella memoria di chi quella sera c’era, l’immagine di un portiere che per centoventi minuti più una serie di rigori riuscì a fermare il tempo: un ragazzo di provincia diventato, per una notte sola e per sempre, l’eroe di Siviglia.