Italia 1982: I Grandi di Spagna

All’Hotel Castillo di Sant Boi de Llobregat, periferia di Barcellona, ventidue uomini si aggirano come animali in gabbia. Sulle spalle portano una messe di risentimenti accumulati nelle settimane precedenti e, soprattutto, una decisione senza precedenti per il calcio italiano: il silenzio stampa.

Non è un bel momento per arrivarci. Nei mesi che precedono il Mundial, la Nazionale di Enzo Bearzot colleziona responsi desolanti: sconfitta 0-2 a Parigi contro la Francia, sconfitta 0-1 a Lipsia con la Germania Est, un pareggio incolore a Ginevra contro la Svizzera. Tre giorni prima del debutto arriva persino un test sconfortante contro il Braga, squadra di seconda divisione portoghese: gli azzurri vincono di misura, 1-0, gol di Graziani, ma la manovra resta contratta, involuta, priva di idee.

Una campagna di stampa quasi unanime chiede a Bearzot di convocare Beccalossi, il fantasista dell’Inter che a ventisei anni sta vivendo l’apice della carriera. Il tecnico friulano, testardo come pochi, non sente ragioni: nella sua idea di squadra, quella presentata in Argentina quattro anni prima con pochi ritocchi, per il “genio” nerazzurro non c’è posto. Alla partenza per la Spagna, a Fiumicino, deve persino difendersi da un insulto gridatogli con rabbia da una ragazza tra la folla: a quella contestazione risponde di persona, senza troppi complimenti.

Il ritiro di Vigo

Il primo turno, giocato a Vigo, non migliora il clima. Pareggio modesto con la Polonia, pareggio brutto e affannoso col Perù, pareggio opaco col Camerun: l’Italia passa il turno solo per differenza reti, scavalcando gli africani all’ultimo respiro. Le critiche si moltiplicano a ogni uscita, colpendo il gioco difensivista, la condizione fisica dei giocatori, l’ostinazione del commissario tecnico nel tenere in campo un attaccante evidentemente fuori forma. Perfino il presidente di Lega Antonio Matarrese viene tirato in ballo: gli chiedono se un allenatore di club si sarebbe comportato come Bearzot, e lui, diplomatico, preferisce non infierire. Più tagliente il giovane tecnico Giovanni Fascetti, che si dice addirittura a disagio nell’appartenere alla stessa categoria del commissario tecnico azzurro.

Si aggiunge poi la polemica sui premi di qualificazione, con voci di sessanta-settanta milioni a testa che arrivano fino a un’interrogazione parlamentare e a un esposto in Procura. Il presidente federale Sordillo è costretto a precisare cifre più modeste, mentre il presidente del Coni Franco Carraro garantisce che si useranno le percentuali sugli incassi. Quando la squadra lascia la Galizia per la Catalogna, provata e già sull’orlo dell’eliminazione psicologica, la decisione è presa: nessun giocatore rilascerà più dichiarazioni, a eccezione del capitano Dino Zoff.

Il caso Paolo Rossi

Al centro delle critiche più dure c’è lui, Paolo Rossi. Il ragazzo che in Argentina ’78 aveva incantato il mondo, coinvolto nello scandalo del calcioscommesse, è uscito dai due anni di squalifica solo poche settimane prima dell’inizio del torneo. Per il pubblico che lo attende come un salvatore, quei due anni sembrano non essere passati. Per Rossi, invece, sono passati eccome.

Si presenta al ritiro cinque chili sottopeso e non li recupera del tutto. Le difficoltà nelle giocate più semplici, l’evanescenza negli scontri fisici, la condizione atletica precaria gli alienano rapidamente i favori di pubblico e stampa. Durante un allenamento, alla vigilia della sfida col Camerun, un tifoso italiano gli urla al megafono: “Rossi, sei comico!”. A difenderlo ci pensa Graziani: “Se siete venuti solo per attaccarci potevate restare a casa”. Anche il basso giornalismo ci mette lo zampino, con insinuazioni volgari sulla convivenza in camera tra Rossi e Antonio Cabrini.

Bearzot, però, non cambia idea. Continua a ritenere Rossi troppo prezioso per rinunciarvi, anche quando tutti ne chiedono la panchina. Nello spogliatoio, del resto, qualche crepa affiora comunque: il giovane Massaro viene di fatto accantonato dopo aver criticato i compagni a margine dell’amichevole col Braga, mentre Altobelli, implacabile nelle partitelle di allenamento, rimugina amaro dalla panchina. È una scommessa silenziosa, ostinata, che nessuno – tranne il tecnico friulano – sembra disposto a fare.

Barcellona, il duello con l’Argentina

Il secondo turno mette di fronte l’Italia a due colossi: Argentina e Brasile, in un girone dal quale solo la prima classificata accede alla semifinale. Si parte dai campioni del mondo in carica, arricchiti rispetto a quattro anni prima dall’innesto di Diego Armando Maradona, che gioca ormai in Spagna, al Barcellona, davanti ai suoi nuovi tifosi.

Il tecnico argentino César Luis Menotti non risparmia frecciate, definendo la squadra azzurra “squilibrata”. Bearzot rimanda al mittente: “Anche la sua squadra, durante le amichevoli premondiali, poteva essere definita squilibrata. E poi cosa ne pensa della prestazione dei suoi contro il Belgio?”.

Il nodo tattico è uno solo: chi marcare su Maradona. Negli spogliatoi del Sarrià, pochi minuti prima del fischio d’inizio, Bearzot chiama Claudio Gentile e gli affida il compito: “Maradona lo prendi tu. È un grandissimo, il tuo compito è fondamentale. Ma io ho fiducia in te. Va’ in campo e annullalo”. Da quel momento, fino al fischio finale, Gentile non lo lascerà respirare: il “pibe de oro” viene trattenuto, bloccato, inseguito ovunque si muova.

La partita si sblocca a dieci minuti dal riposo: contropiede di Bruno Conti, palla ad Antognoni, sovrapposizione di Marco Tardelli che piazza un rasoterra nell’angolo lontano. Nella ripresa Conti fa il resto: ruba palla sulla trequarti, serve Cabrini, sinistro secco e 2-0. Daniel Passarella accorcia su punizione, ma il risultato non cambia più: Italia-Argentina 2-1.

La notte di Sarrià

A infiammare l’attesa ci pensa anche la cronaca extracalcistica: a Barcellona arriva il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, mentre l’Italia è scossa dallo scandalo della P2 e dal mistero della morte di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra pochi giorni prima. Nel pomeriggio gli azzurri assistono da spettatori a Argentina-Brasile: i sudamericani dilagano 3-1, Maradona si fa espellere per un fallo su Batista e chiude il torneo con l’amaro in bocca.

Cinque giorni dopo quella con l’Argentina, il 5 luglio, sempre al Sarrià di Barcellona, arriva l’esame più temuto: il Brasile di Zico, Socrates e Falcao, già devastante nella prima fase e considerato dai più la squadra da battere per il titolo. Il ct Telê Santana teme comunque il contropiede azzurro e ammira apertamente le giocate di Conti e Antognoni. Agli azzurri basterebbe un pareggio, ma la peggiore differenza reti rispetto ai sudamericani impone una sola strada: vincere.

Dopo soli cinque minuti, Conti sfonda sulla destra e pesca Cabrini, il cui cross arcuato trova la testa di Rossi: gol immediato, un pallino di gomma scagliato contro un gigante. Il Brasile, però, incassa e riparte quasi con noncuranza: Socrates pareggia poco dopo con un diagonale sul primo palo. Il match sembra scivolare verso i ritmi sudamericani, finché su un retropassaggio impreciso tra Cerezo e Junior, Rossi si infila nel corridoio e fredda Valdir Peres: 2-1.

Nella ripresa Falcao trova il pareggio con un destro dal limite, e per diciassette lunghi minuti l’Italia sembra destinata a uscire. Poi, su una respinta corta in area, un piede di Rossi firma la tripletta personale: 3-2. Negli ultimi istanti, Zoff compie il gesto che entrerà nella leggenda: a un minuto dalla fine, vola sulla sua sinistra e blocca sulla linea un colpo di testa di Cerezo che avrebbe significato l’eliminazione. Al triplice fischio del brasiliano Arnaldo Cézar Coelho, l’Italia è in semifinale, mentre sugli spalti i tifosi verdeoro restano impietriti.

Il bis di Pablito contro la Polonia

Avversaria del penultimo atto è la Polonia, già affrontata nella prima fase e privata del suo giocatore simbolo, Zbigniew Boniek, squalificato. Anche Bearzot deve fare a meno di Gentile, fermato dal giudice sportivo, mentre Antognoni e Oriali scendono in campo malconci: al posto di Gentile gioca il diciottenne Beppe Bergomi.

Barcellona, intanto, si è trasformata in un forno: i giornali locali titolano sulla temperatura più alta del secolo. Al Camp Nou, sotto quel caldo asfissiante, l’Italia sblocca il match dopo una ventina di minuti con una punizione di Antognoni deviata in rete dal solito Rossi. Poco dopo lo stesso Antognoni esce per un brutto taglio al piede, rilevato da Marini; nella ripresa tocca a Graziani, infortunato alla spalla e sostituito da Altobelli. Ma è ancora Conti a confezionare l’assist del raddoppio, con Rossi che si inginocchia e insacca di testa. Due gol a zero, e per Pablito sono già cinque reti nel torneo: la rincorsa alla classifica cannonieri è aperta, e con essa la sensazione, tra i compagni, che quella squadra possa davvero arrivare in fondo.

Madrid, l’apoteosi

L’11 luglio 1982, allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid, l’Italia affronta la Germania Ovest nella finale. I tedeschi, guidati da Jupp Derwall, hanno eliminato la Francia ai rigori dopo una semifinale drammatica. Capitan Zoff, quarant’anni e centotrentaquattro giorni, si appresta a diventare il più anziano calciatore della storia a sollevare la Coppa del Mondo. La comitiva azzurra alloggia in un hotel già prenotato dai brasiliani: come accadde quarantaquattro anni prima, quando la Nazionale di Vittorio Pozzo scavalcò i verdeoro anche nella corsa ai biglietti aerei per tornare a casa da campione.

Il primo tempo si chiude senza reti, con un episodio pesantissimo: su un rigore concesso per fallo di Briegel su Conti, Cabrini calcia alto sopra la traversa, primo rigore sbagliato nella storia delle finali mondiali. Nello spogliatoio, mentre i compagni cercano di scuoterlo, dall’altra parte regna un silenzio altrettanto teso: lo racconterà anni dopo lo stesso Karl-Heinz Rummenigge, sorpreso dalla freddezza con cui gli azzurri avevano già archiviato l’episodio. In campo, intanto, il giovane Bergomi tiene a bada proprio Rummenigge, incoraggiato a ogni pallone da Zoff e Scirea: “Calmo, zio, calmo”.

Nella ripresa l’Italia dilaga. Al 57′ Rossi svetta su un cross di Gentile e firma il vantaggio. Al 69′ arriva il gol più iconico del Mundial: Tardelli riceve da Scirea, controlla imperfettamente, poi scaraventa un sinistro sul palo lontano che non lascia scampo a Harald Schumacher. L’esultanza che segue – pugni al cielo, corsa scomposta, l’urlo liberatorio rimasto negli annali – diventerà l’immagine simbolo di quell’estate italiana. Al 81′ Conti serve Alessandro Altobelli, che controlla e supera il portiere tedesco per il 3-0. Dalla tribuna, il presidente Sandro Pertini si volta verso il re Juan Carlos e, agitando l’indice, pronuncia la frase che i cronisti riporteranno all’infinito: “Non ci prendono più”. Il gol della bandiera di Paul Breitner, all’83’, non cambia più nulla: al triplice fischio, l’Italia è campione del mondo per la terza volta.

Lo scopone di Stato

Sul volo di ritorno verso Roma, in uno scatto che diventerà patrimonio dell’immaginario collettivo, Pertini e Zoff sfidano a scopone scientifico Bearzot e Franco Causio, con la Coppa del Mondo appoggiata sul tavolino. Anni dopo lo stesso Zoff, con l’ironia di chi può permettersela, ammetterà di aver perso quella partita “per colpa” del presidente della Repubblica.

Dietro il tavolo da gioco c’è la parabola compiuta di un gruppo arrivato a Barcellona in piena sindrome d’assedio e capace di trasformarla, partita dopo partita, in una forza quasi inspiegabile. Bearzot – il “Vecio”, come lo chiamavano affettuosamente i suoi uomini – aveva scommesso fino in fondo su un Rossi che nessuno voleva più vedere in campo, e la scommessa aveva ripagato con cinque gol nelle ultime tre partite e con la classifica cannonieri del torneo. La finale, trasmessa in diretta su Rai2, incollò davanti al televisore un numero di italiani mai registrato prima per un evento sportivo.

Il ciclo di Bearzot, cominciato con l’avventura argentina del 1978, si chiuderà solo quattro anni più tardi, nel naufragio messicano del 1986. Ma quella notte di luglio, tra le strade di Roma invase da bandiere tricolori tirate fuori da chissà quale cassetto, il calcio italiano cancellò in un colpo solo due anni di scandali e sospetti, riconsegnando al Paese intero una delle notti più luminose della sua storia sportiva.


Autore: Storie di Calcio