Nadeshiko è un fiore, il dianthus superbus, un garofano dai petali sottili e sfrangiati. Unita all’antica parola Yamato, l’espressione “Yamato Nadeshiko” indica da secoli, nella cultura giapponese, un’idea di bellezza senza artificio: grazia e forza trattenuta insieme. È il nome scelto per la nazionale femminile di calcio del Giappone, e nell’estate del 2011 quel nome avrebbe trovato un senso compiuto sul campo, in modo che nessuno aveva previsto.
La squadra arrivava al Mondiale di Germania da quarta forza del ranking FIFA, reduce dall’oro asiatico del 2010 ma considerata comunque una delle tante outsider del torneo. Poche settimane prima del fischio d’inizio, però, il paese che quella squadra rappresentava era stato spezzato in due, e la sua storia al Mondiale avrebbe preso un significato che andava molto oltre il risultato sportivo.
Una nazionale senza luce
L’11 marzo 2011 il terremoto, lo tsunami e l’incidente nucleare di Fukushima devastarono il nord-est del Giappone, uccidendo quasi ventimila persone e fermando ogni attività sportiva nel paese per settimane. Quando le giocatrici poterono tornare ad allenarsi, lo fecero di sera, spesso quasi al buio, a causa del razionamento dell’energia elettrica imposto dall’emergenza.
Non erano tutte professioniste. Molte lavoravano di giorno in un negozio o in un ufficio e raggiungevano il campo soltanto a fine giornata, perché in Giappone non esisteva allora un vero campionato femminile professionistico. Nel 2011 risultavano tesserate circa 25.000 calciatrici contro quasi 900.000 calciatori: un divario che diceva molto sullo spazio reale lasciato al calcio delle donne.
La capitana Homare Sawa quella marginalità la conosceva da una vita. Bambina, era stata invitata ad allenarsi con la squadra maschile del fratello, e vi era rimasta per anni, unica ragazza tra i compagni. “La mia tecnica è probabilmente migliorata perché giocavo con i maschi, e forse sono diventata anche più forte mentalmente, perché non volevo perdere contro di loro”, avrebbe raccontato lei stessa qualche anno dopo.
La fase a gironi

Il 27 giugno, a Bochum, il Giappone esordì contro la Nuova Zelanda reggendo in campo uno striscione: “Agli amici di tutto il mondo, grazie per il sostegno”. La squadra di Norio Sasaki vinse 2-1 con le reti di Aya Miyama e Yūki Nagasato.
Il 1° luglio, a Leverkusen, arrivò un netto 4-0 sul Messico, firmato da una tripletta della stessa Sawa, capitana trentatreenne al suo quarto Mondiale, e da un gol di Shinobu Ohno. Chiuse il girone una sconfitta per 2-0 contro l’Inghilterra, che valse comunque il secondo posto e, con esso, la qualificazione ai quarti di finale contro la Germania padrona di casa: due volte campione d’Europa, vincitrice delle ultime due edizioni del torneo e reduce da sedici vittorie consecutive. Il Giappone, fino a quel momento, non era mai andato oltre i quarti, raggiunti una sola volta, nel 1995.
I quarti di finale: Giappone-Germania
Il 9 luglio, a Wolfsburg, accadde l’imprevisto. Il Giappone tenne palla e resistette per novanta minuti all’assedio tedesco, portando la partita ai tempi supplementari. Al minuto 108, la subentrata Karina Maruyama firmò il gol che eliminava la grande favorita del torneo davanti al proprio pubblico.
A fine partita, il tecnico tedesco Silvia Neid ammise senza giri di parole: “Avremmo potuto giocare per un altro paio d’ore, ma non avremmo comunque vinto, pur essendo le più forti”. In panchina, per scelta tecnica, era rimasta Birgit Prinz: 214 presenze e 128 gol in nazionale, record assoluti, tre volte migliore calciatrice del mondo.
La semifinale contro la Svezia

Quattro giorni più tardi, a Francoforte, il Giappone affrontò una Svezia in grande ascesa, che passò subito in vantaggio senza sorprendere nessuno. Le nipponiche non si scomposero: pareggiò ancora Sawa, poi Nahomi Kawasumi firmò una doppietta che chiuse i conti sul 3-1. Per la prima volta nella propria storia, il Giappone era in finale di un Mondiale.
La finale: il vantaggio americano
Il 17 luglio, ancora a Francoforte, andò in scena Giappone-Stati Uniti davanti a oltre quarantottomila spettatori. I precedenti dicevano tutto: venticinque confronti diretti, nessuna vittoria giapponese, con una sconfitta per 9-0 nel passato più lontano.
Fin dal fischio d’inizio le statunitensi presero in mano il gioco, colpendo tre legni e trovando sulla propria strada una grande Ayumi Kaihori tra i pali. Al 69′ Alex Morgan sbloccò il risultato; il Giappone resistette fino all’81’, quando Miyama trovò il pareggio. Si andò ai tempi supplementari, e al 104′ Abby Wambach riportò avanti le americane di testa, su cross dalla fascia. Il Giappone chiudeva il primo extra time sotto di un gol, apparentemente senza più energie per rimontare ancora.
Il pareggio di Sawa e i rigori
Al minuto 117, su calcio d’angolo, Sawa pareggiò con un colpo di tacco al volo che sarebbe entrato tra i gol più celebri nella storia del calcio femminile. “Quel gol ha cambiato la mia carriera, e non credo che riuscirei a ripeterlo: è il più bel gol che abbia mai segnato”, avrebbe detto lei stessa ricordando l’episodio.
La partita finì 2-2, con il Giappone in dieci per l’espulsione di Azusa Iwashimizu. Ai rigori, Shannon Boxx si fece parare il tiro proprio da Kaihori, e Miyama segnò per le giapponesi; Carli Lloyd calciò alto, Hope Solo neutralizzò Nagasato; Tobin Heath fu ancora respinta da Kaihori, mentre Mizuho Sakaguchi mise dentro il suo tiro; Wambach realizzò il proprio rigore, ma fu Saki Kumagai a chiudere i conti: Giappone campione del mondo, prima nazione asiatica, maschile o femminile, a vincere un titolo FIFA.
Dopo la vittoria

Sawa fu eletta miglior giocatrice e capocannoniere del torneo. Pochi mesi dopo ricevette il Pallone d’Oro FIFA come migliore calciatrice dell’anno, prima atleta asiatica, uomo o donna, a ricevere un grande riconoscimento individuale a livello mondiale: salì sul podio accanto a Leo Messi, indossando un kimono tradizionale.
Prima della finale, il commissario tecnico Sasaki aveva mostrato alla squadra le immagini delle città rase al suolo dallo tsunami.
“Era difficile credere che fossero immagini del Giappone. Mi sono molto rattristata, anche se mancava poco alla partita. Quelle immagini ci hanno spinto ad andare avanti come squadra, e abbiamo sentito fortissimo che dovevamo arrivare in finale. Eravamo grate di poter giocare a calcio quando tante persone erano state colpite dal terremoto”, raccontò Sawa in un’intervista l’anno successivo.
L’anno dopo arrivò l’argento olimpico a Londra, ancora contro gli Stati Uniti in finale; nel 2014 la prima Coppa d’Asia della storia del calcio femminile nipponico. Una delle medaglie d’oro di quella finale di Francoforte è oggi conservata nell’archivio del museo FIFA a Zurigo.
Un’eredità oltre il campo
La vicenda della Nadeshiko Japan ha avuto un seguito anche fuori dal rettangolo verde: un manga dedicato a Nahomi Kawasumi, Nadeshiko no Kiseki, e un’apparizione dell’intera squadra campione del mondo nella serie animata Area no Kishi.
Ma il valore più profondo di quella vittoria resta altrove: in un paese dove il calcio femminile non aveva né un vero campionato professionistico né attenzione mediatica, dove molte giocatrici tornavano a casa per un secondo lavoro, undici donne avevano battuto la squadra più forte del mondo. “Se riusciremo a fare bene alle Olimpiadi, forse qualche giocatrice potrà passare dal lavoro a tempo pieno a quello part-time”, disse Sawa guardando già oltre la vittoria, verso Londra 2012. In una società ancora segnata da un forte squilibrio tra uomini e donne, il fiore delicato e indomabile del Giappone aveva dimostrato, a modo suo, che certi ostacoli non sono poi così insuperabili.