Euro 1960: URSS

C’è un dettaglio che quasi tutti dimenticano quando si racconta il primo Campionato Europeo per Nazioni: l’uomo che lo aveva immaginato non arrivò mai a vederlo giocare. Henri Delaunay, segretario generale della federazione francese e poi primo segretario generale della UEFA, aveva accarezzato l’idea di un torneo continentale già negli anni Venti, quando il calcio europeo era ancora un arcipelago di amichevoli e di piccole coppe regionali. Ne parlava, la scriveva, la riproponeva a ogni congresso. Morì nel 1955, tre anni prima del fischio d’inizio della competizione che oggi porta il suo nome. Fu suo figlio Pierre a raccogliere il progetto e a portarlo in fondo, e il trofeo — la Coppa Henri Delaunay — rimase l’omaggio di un movimento a un dirigente che aveva avuto ragione con vent’anni di anticipo.

Il contesto, del resto, si era finalmente mosso. Mentre andava ancora in scena la fase finale della terza Coppa Internazionale, il disgelo politico con i Paesi socialisti e la destalinizzazione dell’Est avevano aperto uno spiraglio: un torneo davvero europeo, aperto a tutti, diventava per la prima volta immaginabile. Le iscritte furono diciassette. Poche, se si guarda alla mappa. Tantissime, se si considera da dove si partiva.

Henri Delaunay

Le nazionali che dissero no

Perché quella mappa aveva buchi enormi. Inghilterra, Scozia, Germania Ovest e Italia dissero no. E con loro Belgio, Svizzera, Olanda. Chiamarlo “Europeo” era, in tutta onestà, un’approssimazione generosa.

Le motivazioni ufficiali parlavano di calendari intasati: l’avvio imminente delle qualificazioni per il Mondiale cileno del 1962, gli impegni internazionali dei club che assorbivano gran parte dell’attenzione — e degli incassi. Le motivazioni ufficiose, in Italia, erano meno nobili. La stampa non ebbe pietà: la Federazione aveva declinato l’invito per paura, per non aggiungere un’altra umiliazione a una collezione già ricca. L’eliminazione dal Mondiale del 1958 per mano dei modesti nordirlandesi bruciava ancora, e l’idea di andare a misurarsi con l’Est in un torneo nuovo, senza rete di protezione, non entusiasmava nessuno a Roma.

Il risultato fu che gli azzurri passarono quegli anni impantanati in competizioni di scarsa eco, riducendo ulteriormente un prestigio sportivo già eroso. Un’occasione persa, e non solo per l’Italia: le assenze inglesi, tedesche e scozzesi tolsero al torneo proprio il confronto tra scuole diverse che ne sarebbe stato il senso più profondo. Sul fronte della politica sportiva, intanto, si consumavano gli scontri più duri, con le federazioni tedesca, scozzese e ungherese in prima fila tra i critici.

L’esordio di Mosca

Poi però si giocò. E il calcio, come spesso accade, rispose meglio dei dirigenti.

La partita inaugurale si disputò il 28 settembre 1958 a Mosca: Unione Sovietica contro Ungheria, 3-1, davanti a oltre centomila spettatori. Centomila persone, per una competizione che ancora non esisteva, tra due nazionali che portavano addosso il peso politico del 1956. Fu il primo segnale concreto che l’intuizione di Delaunay poteva reggere: c’era fame di partite tra nazionali, e c’era un pubblico disposto a riempire uno stadio per vederle.

La partecipazione sovietica, del resto, era il vero fatto politico di quella prima edizione. L’URSS di Gavriil Kačalin — commissario tecnico già campione olimpico a Melbourne nel 1956 — arrivava con una squadra costruita nel tempo, disciplinata, atleticamente superiore alla media continentale. E con l’uomo che sarebbe diventato il simbolo dell’intero torneo: Lev Jašin, il portiere vestito di nero, il primo a interpretare il ruolo come quello di un difensore aggiunto anziché di un guardiano della linea.

Spagna-URSS e il veto di Franco

La Guerra Fredda si prese la scena alla vigilia dei quarti, e lo fece nel modo peggiore: cancellando la partita che tutti aspettavano.

Il sorteggio aveva accoppiato l’Unione Sovietica alla Spagna del generalissimo Franco. Tra i due Paesi non esistevano rapporti diplomatici e la tensione era palpabile a ogni occasione internazionale. La Federazione spagnola fece davvero di tutto per giocare: cercò mediazioni, propose soluzioni, insistette. Il veto di Franco fu categorico. Niente Mosca, niente andata e ritorno, niente partita.

Fu una perdita doppia. Sportivamente, la Spagna era forse la squadra meglio attrezzata del torneo e si giocò da sola le proprie chance di vittoria finale. Ma soprattutto, il calcio europeo si vide sottrarre il confronto più affascinante possibile: due scuole opposte, due modi di intendere il gioco, e in mezzo il duello tra Alfredo Di Stéfano e Jašin. L’attaccante totale contro il portiere totale. Non si giocò mai, e resta uno dei grandi “se” della storia del calcio continentale.

Le semifinali

I capitani prima di Jugoslavia-Francia

La fase finale si giocò in Francia, e le semifinali regalarono una delle partite più assurde di quegli anni.

La Francia ospitava la Jugoslavia senza tre dei suoi uomini migliori: niente Just Fontaine, niente Roger Piantoni, niente Kopa. Il pubblico era caldo ma non numerosissimo, e nell’aria si sentiva il timore della sconfitta. Per un’ora, invece, sembrò di assistere a un trionfo: a metà ripresa i transalpini conducevano 4-2.

Nessuno aveva fatto i conti con Georges Lamia. Il portiere francese, ben coadiuvato da una difesa immobile, infilò tre errori clamorosi consecutivi e riaprì una partita che era chiusa. Finì 5-4 per la Jugoslavia, che era stata sotto di due gol e si ritrovò in finale. Tra gli slavi brillarono Dragoslav Šekularac, Milan Galić e Bora Kostić: tecnica, gamba, incoscienza.

L’altra semifinale fu l’esatto contrario: nessuna emozione, nessun dubbio. L’Unione Sovietica piegò la flebile resistenza della Cecoslovacchia per 3-0, correndo per novanta minuti con una facilità che impressionò tutti e che consegnò ai sovietici il favore del pronostico.

La finale di Parigi

La finale si giocò il 10 luglio 1960 al Parco dei Principi, sotto una pioggia fitta, davanti a 17.966 spettatori. Meno di ventimila persone per la prima finale continentale della storia: un numero che dice molto sul calcio francese di allora, ancora sport di secondo piano rispetto al ciclismo e al rugby, e su un pubblico che si era legato ai risultati della propria nazionale, snobbando partite che meritavano ben altra attenzione.

La vigilia fu tutta pretattica e dichiarazioni sornione. La Jugoslavia aveva un’età media di circa ventitré anni, tecnica da vendere e un gioco moderno; l’URSS aveva l’esperienza e i muscoli.

Passarono avanti gli slavi al 43′ con Galić. Ma la poca esperienza e l’insicurezza li condannarono: al 49′ Metreveli pareggiò, e da lì in poi la partita divenne una questione di resistenza. Si andò ai supplementari, equilibrati e giocati bene da entrambe le parti, finché al 113′ Viktor Ponedelnik non trovò il gol che consegnò la Coppa Delaunay all’Unione Sovietica. Dietro, Jašin aveva fatto Jašin; davanti, Metreveli era stato supportato dai bravissimi Igor Netto e Ivanov.

La finale per il terzo posto, giocata davanti a novemila spettatori, andò alla Cecoslovacchia di Josef Masopust e del portiere Viliam Schrojf, 2-0 sulla Francia.

La rete del pari di Metreveli [worldsoccer.com]

Un calcio che cambia

Al di là del verdetto, quella finale mostrò qualcosa di più grande: il calcio stava cambiando pelle.

La preparazione atletica diventava un fattore decisivo, le doti fisiche condizione necessaria per vincere. Gli slavi avevano ringiovanito la rosa proprio per superare il vecchio modello fatto di passaggi laterali corti e ritmi lenti, puntando su ragazzi tecnici e forti nella corsa. Il cosiddetto “calcio danubiano” — possesso, pazienza, geometria — cedeva il passo a un gioco più rapido, certamente meno sopraffino, in cui il giocatore era prima di tutto un atleta.

Fu, in questo senso, la vittoria del blocco dell’Est, dove lo sport aveva un valore che andava ben oltre quello ludico: le grandi società statali di Mosca, il Dukla Praga, e soprattutto un sistema scolastico che selezionava e allenava con metodo. La squadra più bella fu probabilmente la Jugoslavia, la più moderna nelle idee; ma sulla distanza lo strapotere fisico sovietico ebbe la meglio.

Il bilancio e quello che venne dopo

Il bilancio del primo Europeo resta in chiaroscuro. Lo spettacolo fu più che buono, ma la competizione nacque in debito d’ossigeno, con troppe assenze pesanti. Doveva essere un confronto tra modi diversi di concepire il calcio; la massiccia presenza delle formazioni dell’Est finì per omologarne le tendenze. I rimpianti, però, vanno divisi equamente: tra chi disputò un’edizione povera e tra chi non partecipò, perdendo l’occasione di imporre il proprio prestigio in un periodo in cui tutti — proprio tutti — cercavano nuovi moduli, nuovi sistemi di gioco, nuovi metodi di allenamento.

La storia, poi, si incaricò di certificare il livello di quel torneo. Due mesi dopo la finale di Parigi, la Jugoslavia vinse l’oro olimpico a Roma. Masopust conquistò il Pallone d’Oro nel 1962. E nel 1963 lo vinse Jašin: unico portiere nella storia del premio, ancora oggi.

Ma l’epilogo più perfetto lo scrisse la politica, quattro anni dopo. L’Europeo del 1964 si giocò in Spagna, e in finale a Madrid gli iberici batterono 2-1 proprio l’Unione Sovietica. Sugli spalti c’era Franco, ad applaudire la vittoria contro la squadra che aveva impedito alla sua nazionale di affrontare nel 1960.

Il torneo, intanto, era diventato grande: con la radio e la televisione a moltiplicarne il pubblico, e con Inghilterra, Italia, Svizzera, Eire e Olanda finalmente al via. L’idea di Henri Delaunay aveva vinto.


FASE FINALE – FRANCIA, 6 – 10 Luglio 1960

SEMIFINALI
Marsiglia, 6 luglio 1960
URSS – Cecoslovacchia 3 – 0
Reti
: 34′ V. Ivanov, 56′ V. Ivanov, 65′ Ponedelnik
Arbitro: Jonni (Italia)
URSS: Yashin, Tchekeli, Maslenkin, Kroutikov, Voinov, Netto, Metreveli, V.Ivanov, Ponedelnik, Bubukin, Meskhi
Cecoslovacchia: Schroiff, Safránek, Novák, Buberník, Popluhár, Masopust, Vojta, Moravcík, Kvasnák, Bubník, Dolínski
Parigi, 6 luglio 1960
Jugoslavia – Francia 5 – 4
Reti
: 11′ Galic (J), 12′ Vincent (F), 43′ Heutte (F), 52′ Wisnieski (F), 55′ Zanetic (J), 62′ Heutte (F), 75′ Knez (J), 77′ Jerkovic (J), 78′ Jerkovic (J)
Arbitro: Grandain (Belgio)
Jugoslavia: Soskic, Durkovic, Jusufi, Zanetic, Zebec, Perusic, Knez, Jerkovic, Galic, Sekularac, Kostic
Francia: Lamia, Wendling, Rodzik, Marcel, Herbin, Ferrier, Heutte, Müller, Wiesnieski, Stievenard, Vincent
FINALE PER IL TERZO POSTO
Marsiglia, 9 luglio 1960
Cecoslovacchia – Francia 2 – 0
Reti: Bubník 58′, Pavlovic 88′
Arbitro: Jonni (Italia)
Cecoslovacchia: Schroiff, Safránek, Novák, Masopust, Popluhár, Buberník, Pavlovic, Vojta, Molnár, Bubník, Dolínski
Francia: Taillandier, Rodzik, Chorda, Marcel, Jonquin, Siatka, Heutte, Douis, Wiesnieski, Stievenard, Vincent
FINALE PER IL TERZO POSTO
Parigi, 10 luglio 1960
URSS – Jugoslavia 2 – 1 dts
Reti: 41′ Galic (J), 49′ Metreveli (U), 114′ Ponedelnik (U)
Arbitro: Ellis (Inghilterra)
URSS: Yashin, Tchekeli, Maslenkin, Kroutikov, Voinov, Netto, Metreveli, V.Ivanov, Ponedelnik, Bubukin, Meskhi
Jugoslavia: Vidinic, Durkovic, Jusufi, Zanetic, Miladinovic, Perusic, Jerkovic, Sekularac, Galic, Matus, Kostic
Autore: Storie di Calcio