Erasmo Iacovone, mito rossoblù

Dal piccolo paese di montagna del Molise agli spogliatoi di mezza Serie C, dal debutto a Novara che vale un pareggio al pallonetto che manda in delirio il Salinella, dai sogni di una promozione mai così vicina alla notte che li spezza per sempre: quella di Erasmo Iacovone è la parabola breve di un ragazzo che aveva imparato a volare più in alto di tutti per colpire di testa, e a cui il destino non concesse mai di atterrare in Serie A.

Capracotta, 1952

Erasmo Iacovone nasce il 22 aprile 1952 a Capracotta, un paese di montagna del Molise che allora contava circa 1.800 abitanti, oggi poco più di mille. Ha appena due anni quando il padre, portalettere di mestiere, decide di trasferire la famiglia a Tivoli: una cittadina più grande, un futuro migliore per i figli. È lì che Erasmo cresce, ed è lì che comincia, quasi per gioco, la sua storia con un pallone tra i piedi.

Un attaccante in cerca di casa

I primi calci li tira nell’Albula di Bagni di Tivoli. Nel 1971-72 approda all’OMI Roma, la squadra delle officine metalmeccaniche, dove gioca a fianco di ragazzi che poi si faranno un nome, come Della Martira, arrivato in seguito alla Fiorentina. Ventiquattro presenze, due reti: un inizio modesto. Nel novembre 1972 prova il salto alla Triestina, in Serie C, ma il campionato giuliano non lo accoglie: tredici partite, nessun gol. È il momento più buio, quello in cui una carriera può finire prima ancora di cominciare davvero.

Erasmo non si arrende. Nel 1973-74 riparte dal basso, dal Carpi in Serie D, e ritrova se stesso: tredici reti, il miglior bottino stagionale di tutta la sua carriera, e una promozione conquistata sul campo.

Un debutto che vale una promessa

Stagione 1972/73; un Iacovone ancora senza baffi con la maglia della Triestina, a sinistra l’allenatore Malavasi

Al Mantova, in Serie C, Iacovone diventa un bomber vero: undici gol in due stagioni consecutive, sempre miglior marcatore della squadra lombarda. Nel febbraio 1975 veste anche la maglia della Nazionale di Serie C, dove incrocia compagni che ritroverà presto in maglia rossoblu. Quando nel novembre 1976 arriva l’offerta del Taranto, allora in Serie B, la trattativa costa circa 400 milioni di lire: una cifra enorme per l’epoca, quasi un azzardo.

L’investimento viene ripagato subito. Il 31 ottobre 1976 Iacovone debutta a Novara: il Taranto è sotto di un gol, poi un cross piove in area e lui sale più alto di tutti. Colpo di testa, pareggio. È la sua presentazione alla città: da quel momento, Taranto impara a conoscere la potenza di quel salto.

Iaco-gol conquista Taranto

I tifosi non impiegano molto a battezzarlo “Iaco-gol”. Otto reti in ventisette partite nella prima stagione bastano a farne l’idolo del popolo rossoblu, mentre il Taranto conserva la categoria chiudendo al nono posto. C’è una formazione che ogni tarantino appassionato di calcio conosce ancora a memoria: Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizza, Dradi, Nardello, Gori, Romanzini, Iacovone, Selvaggi, Turini.

Fuori dal campo, Erasmo è tutt’altro che un divo. Un amico e compagno di squadra lo ricorderà come una persona «tutta campo di calcio e casa»: niente vita notturna, niente eccessi. Il suo hobby, confesserà in un’intervista di quel periodo, è cucinare per sé e per la moglie Paola, sposata da pochi mesi dopo un lungo fidanzamento.

L’inseguimento di un sogno

La stagione 1977-78 è quella dei sogni. Guidato in panchina da mister Rosati, il Taranto si toglie soddisfazioni anche in Coppa Italia, eliminando il Pescara che milita in Serie A. Ma è il campionato a far sognare una città intera: con l’Ascoli ormai lanciato in solitaria verso il primo posto, restano due piazze utili per la promozione, contese da Taranto, Avellino e Lecce.

Il momento più alto arriva all’undicesima giornata. Allo stadio Salinella, gremito e in fermento, il Taranto ospita il Bari: sullo 0-0, da una punizione dalla destra, il pallone arriva a Iacovone che lo stoppa, avanza di qualche passo e lo alza dolcemente sopra il portiere in uscita. Un pallonetto che vale una vittoria e un sogno. Tre giornate più tardi il Taranto è secondo, a sei punti dall’Ascoli: virtualmente in Serie A.

La notte del 6 febbraio

Sei giornate dopo, il destino gira le spalle. È il 6 febbraio 1978, il Taranto ospita la Cremonese: Iacovone lotta per tutta la partita, colpisce anche i legni, ma il gol non arriva. Sarà la sua ultima partita. La sera, alcuni compagni lo convincono a raggiungerli in un ristorante della zona per uno spettacolo di cabaret; lui, persona tranquilla e poco incline a uscire, accetta senza troppo entusiasmo. La moglie Paola in quei giorni non è a Taranto: è tornata dai genitori, ed è incinta della loro prima figlia.

Sulla statale che collega San Giorgio Jonico a Taranto, un’Alfa Romeo 2000 rubata, guidata a fari spenti da un certo Marcello Friuli e inseguita da una volante della polizia, sfreccia a circa 200 all’ora. All’uscita da una strada secondaria centra in pieno la piccola Citroën Dyane di Iacovone, che sta rientrando dalla cena. Il corpo del calciatore viene sbalzato dall’abitacolo e ritrovato a circa cinquanta metri dal punto dell’impatto. Muore sul colpo, a venticinque anni: non farà mai in tempo a vedere nascere sua figlia.

Una città in lutto

Senza telefonini, senza internet, la notizia corre comunque veloce per Taranto, di bocca in bocca. Il giorno dopo, una folla immensa accompagna Erasmo Iacovone dalla chiesa di San Roberto Bellarmino fino allo stadio Salinella, sotto la pioggia: circa quindicimila persone gli rendono l’ultimo omaggio. È lì che il presidente Giovanni Fico pronuncia la promessa che passerà alla storia: «In questo momento esprimo l’impegno a far intitolare al tuo nome questo stadio. Addio, Erasmo».

Nel momento della morte, Iacovone è capocannoniere della Serie B con nove gol, appaiato a Pellegrini del Bari e Palanca del Catanzaro. Senza il suo capitano, il sogno del Taranto si spegne insieme a lui: la squadra chiuderà il campionato all’ottavo posto, a sei punti dal terzo.

Quel nome che non si è mai spento

La promessa di Fico viene mantenuta in pochissimi giorni: lo stadio Salinella diventa Stadio Erasmo Iacovone, e tale resta ancora oggi. Da allora, all’ingresso della curva più calda del tifo rossoblu è stata posta anche una statua dedicata a lui, in alto, come quando saliva in cielo per colpire di testa. Nel 2015-16, in occasione dell’anniversario, il Taranto ha indossato una maglia celebrativa con il suo volto serigrafato.

Il Taranto non ha mai più sfiorato quella Serie A intravista nell’inverno del 1977. Ma il nome di Erasmo Iacovone, il ragazzo di Capracotta che sapeva volare più in alto di tutti per colpire di testa, non ha mai smesso di appartenere a questa città.


Autore: Storie di Calcio