Foe: non è giusto che un Leone muoia così

Migliaia di persone si accalcano lungo le strade di Yaoundé per l’ultimo saluto a Marc-Vivien Foé. Il feretro attraversa la città fino alla cattedrale di Notre-Dame des Victoires, tra i canti e le lacrime di un intero paese: sarà uno dei funerali di Stato più imponenti nella storia del Camerun. Tra la folla, appena sette anni, c’è il figlio Marc Scott, che non capisce ancora perché suo padre non tornerà più a casa. Erano bastati quarantacinque minuti, pochi giorni prima, a Lione, per trasformare un centrocampista di ventotto anni in un simbolo che il calcio mondiale non avrebbe più dimenticato. Riavvolgiamo il nastro, allora, e torniamo al 1975, l’anno in cui questa storia comincia.

Lo scarto della Fiorentina

Foé nasce a Yaoundé il 1° maggio 1975 e muove i primi passi nel vivaio del Canon Yaoundé, la squadra più titolata del paese. Nel 1993, alle Mauritius, gioca la Coppa d’Africa Under 20 con il Camerun: finale persa contro il Ghana, poi un mondiale di categoria in Australia senza brillare particolarmente. Eppure un procuratore italiano lo nota e lo propone alla Fiorentina. I dirigenti viola, però, lo giudicano lento e legnoso nonostante il metro e novanta di altezza, e lasciano cadere la trattativa. Sarà uno dei tanti errori di valutazione che il calcio europeo commetterà nei confronti dei giocatori africani in quegli anni.

La gamba rotta e il sogno inglese

Dopo il mondiale del 1994, giocato con la sua nazionale, il Canon lo cede al Lens, dove resta quattro anni e mezzo e vince il campionato francese nel 1998, l’anno migliore della sua carriera. Sir Alex Ferguson lo vuole al Manchester United e l’affare sembra fatto, mancano solo le visite mediche. Ma durante un allenamento in ritiro a Norcia, prima del mondiale francese, Foé si rompe la gamba destra in uno scontro con un compagno. Salta il torneo iridato e, insieme alla gamba, si spezza anche il trasferimento in Inghilterra. Il Lens lo cede al West Ham, dove passa una stagione complicata, alla ricerca della forma perduta.

Il ritorno in Francia

Nel 2000 torna in patria, all’Olympique Lione, guidato da Jacques Santini: vince prima la Coppa di Lega, poi, nel 2002, il primo scudetto della storia del club. Con la nazionale è ormai un pilastro, protagonista delle Coppe d’Africa vinte nel 2000 e nel 2002. Nell’estate del 2002 accetta un prestito al Manchester City, dove segna anche l’ultimo gol della storia del vecchio Maine Road. È un centrocampista solido, generoso, amato ovunque sia passato: la sua famiglia, intanto, resta a vivere a Lione, la città che lui stesso sceglie invece di Parigi «perché la mia donna non voleva andare al Paris Saint Germain».

Il cerchio di centrocampo

Quel 26 giugno il Camerun è avanti grazie a un gol di Ndiefi e gioca in dieci uomini per l’espulsione di Tchato. Fa un caldo torrido, di quelli che a fine giugno rendono il prato una lastra incandescente. Al minuto 72 Foé contrasta l’interista Ivan Cordoba: è l’ultima azione della sua vita. Il gioco si sposta altrove, l’attenzione delle telecamere segue l’azione dei sudamericani, e per qualche secondo nessuno si accorge che, al centro del campo, un uomo sta barcollando da solo. Poi Foé si accascia, le braccia larghe, i piedi accavallati. Sono i giocatori colombiani, Cordoba in testa, ad accorgersi per primi che qualcosa non va: si inginocchiano accanto a lui, gli sollevano la nuca, chiamano disperatamente le panchine.

Quarantacinque minuti

Foé ha gli occhi riversi, la mascella serrata. Viene portato fuori in barella con una maschera per la respirazione artificiale, troppo grave per essere trasferito in ospedale: lo curano nel presidio medico dello stadio. Il dottor Alfred Muller, medico della FIFA, tenta per quarantacinque minuti la rianimazione cardiaca. Non basta. In campo, intanto, la partita prosegue: il Camerun chiude i conti e vola in finale, senza sapere ancora nulla.

Lo spogliatoio non sapeva

La notizia arriva ai giocatori camerunesi solo al rientro negli spogliatoi, quando dovrebbero essere lì a festeggiare una finale conquistata sul campo. Chi era nei paraggi ricorda urla di dolore e pianti che nessuno dimenticherà. Il capitano Rigobert Song, amico fraterno di Foé e suo compagno in quasi tutte le partite in nazionale, è tra i più straziati. Anche a Saint-Denis, dove si gioca l’altra semifinale tra Francia e Turchia, il portiere Grégory Coupet, compagno di Foé al Lione, piange durante il minuto di silenzio. Lo choc travalica le rivalità sportive: anche Arsène Wenger, allenatore dell’Arsenal che aveva affrontato il Manchester City di Foé in Premier League, si chiede pubblicamente come sia possibile che una tragedia simile colpisca «giocatori di alto livello, seguiti da vicino da grandi specialisti».

Le voci e l’autopsia

Nei giorni successivi si moltiplicano le ipotesi: chi parla di un defibrillatore che sarebbe bastato a salvarlo, chi accusa il calendario massacrante del calcio internazionale, chi insinua il doping. La moglie Marie Louise racconta che il marito aveva chiesto di essere sostituito poco prima di crollare; il commissario tecnico Winfried Schäfer ricorda invece di averlo interpellato e di aver ricevuto rassicurazioni. Cordoba, che per primo lo aveva soccorso, confessa di essere ancora incredulo: «Non capisco come possa essere successo». Solo l’autopsia chiude la polemica: gli esami tossicologici sono negativi, la causa è una cardiomiopatia ipertrofica del ventricolo sinistro, probabilmente congenita, «quasi impossibile da individuare senza un esame approfondito», come dichiara il procuratore di Lione Xavier Richard.

L’addio di Saint-Denis

La finale tra Francia e Camerun, il 29 giugno, si gioca comunque, tre giorni dopo la tragedia. Sulle maglie, sugli striscioni, nella testa di tutti c’è un solo nome. Un tifoso porta uno striscione con scritto «un leone non muore mai, dorme». La decide un golden goal di Thierry Henry al settimo minuto di supplementare: la Francia vince, ma sul podio il capitano Marcel Desailly alza la coppa insieme a Song, che stringe un grande ritratto dell’amico scomparso, appeso accanto alla medaglia d’argento come se Foé avesse comunque meritato il suo posto lassù.

Quello che resta

A Yaoundé, quel bambino di sette anni stretto tra la folla in lacrime si chiama Marc Scott: crescerà portando il nome del padre. Il Manchester City e il Lione ritirano le sue maglie, la Ligue 1 istituisce il premio Marc-Vivien Foé per il miglior calciatore africano del campionato, e la tragedia di Lione convince la FIFA a rendere obbligatori i controlli cardiaci preventivi e i defibrillatori a bordo campo in ogni competizione ufficiale. Non tutto, però, ha retto al tempo: il centro sportivo che Foé aveva voluto costruire alla periferia di Yaoundé per i giovani calciatori africani è oggi in gran parte abbandonato, la piscina piena d’acqua stagnante, la statua scrostata dalle intemperie. Resta, più forte di ogni monumento, l’immagine di un gigante buono che arrivava sempre mezz’ora prima agli allenamenti e sorrideva a tutti: un leone che, come recitava lo striscione di Saint-Denis, semplicemente non doveva morire così, lontano dal pallone, nel cerchio di centrocampo.


Autore: Storie di Calcio