Uno spogliatoio che si svuota, un ragazzo di 25 anni disteso su una barella, una vedova che da oltre mezzo secolo chiede la stessa cosa: la verità. Era il 16 marzo 1969, allo stadio Amsicora di Cagliari, e nessuno, quella sera, immaginava che una festa tra compagni di squadra si sarebbe trasformata nella pagina più torbida del calcio italiano del dopoguerra. La storia di Giuliano Taccola comincia come tante altre, tra i campi polverosi della provincia toscana, e finisce nel modo più oscuro che il calcio italiano ricordi: un mistero mai risolto, sepolto sotto cartelle cliniche incomplete e promesse mai mantenute.
Uno spogliatoio silenzioso
Cagliari, 16 marzo 1969. Allo stadio Amsicora la Roma ha appena pareggiato 0-0 con il Cagliari. Taccola non ha giocato: la febbre lo ha tenuto in tribuna. Negli spogliatoi però si presenta ugualmente, per festeggiare con i compagni. Abbraccia, bacia, scherza. Poi, all’improvviso, dice: «Mi sento male, mi gira la testa». Si accascia. I medici sociali di Roma e Cagliari tentano il massaggio cardiaco, l’ambulanza corre verso l’ospedale civile del capoluogo sardo, ma quando vi arriva Taccola è già senza vita.
Il ragazzo di Uliveto Terme
Nato il 28 giugno 1943 a Uliveto Terme, in provincia di Pisa, Taccola era un centravanti di manovra, un metro e ottanta di stazza toscana, capace di correre i cento metri in undici secondi. Dal settore giovanile del Genoa era passato per Alessandria, Varese, Virtus Entella e Savona, prima che Fulvio Bernardini lo segnalasse alla Roma, dove arrivò nell’estate del 1967. Esordio subito da protagonista: gol all’Inter a San Siro, alla prima di campionato. Dieci reti nella stagione d’esordio, sette nella seconda, interrotta a metà. I giornali dell’epoca lo descrivevano come un professionista serio, «l’antidivo per eccellenza».
Herrera e le febbri di marzo

La stagione 1968-69 comincia bene, poi tutto si complica. Taccola accusa febbri persistenti legate a un’infiammazione alle tonsille; i medici della Roma gli riscontrano anche un soffio cardiaco, ma Helenio Herrera, l’allenatore, continua a schierarlo. Il 5 febbraio viene operato alle tonsille a Villa Bianca: intervento complicato, forti emorragie, un mese di riposo assoluto prescritto dai chirurghi. Riposo che dura pochi giorni: la squadra lo rivuole in campo. Cala di cinque chili, la febbre torna ogni sera, il 26 febbraio sviene durante un allenamento. Il 2 marzo si infortuna al malleolo contro la Sampdoria, in ritiro sviene di nuovo e rientra a casa in taxi con 39 di febbre, saltando la premiazione della squadra.
Gli ultimi cinque minuti
Nonostante tutto viene convocato per la trasferta di Cagliari del 16 marzo. Prima della partita comunica al medico sociale di sentirsi debilitato: gli misurano 37,4 di temperatura e gli danno due compresse di antipiretico. Escluso dall’undici titolare, segue l’incontro dagli spalti. Poi la scena già raccontata: la festa negli spogliatoi, il malore, il collasso. Anni dopo Giacomo Losi, capitano di quella Roma, avrebbe raccontato che dopo l’iniezione abituale contro la febbre Taccola ebbe alcuni sobbalzi e non si mosse più, e che Herrera avrebbe detto ai giocatori: «Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente».
Un’autopsia che non chiarisce
Il referto ufficiale parla di insufficienza cardio-respiratoria acuta. Ma il perché resta un buco nero. Le ipotesi circolate all’epoca sono diverse e mai del tutto conciliate: una reazione allergica a una somministrazione di penicillina, l’usura fisica per i tempi di recupero forzati dopo l’operazione, un cuore già debilitato da settimane di febbre non curata a dovere. Decenni dopo qualcuno avrebbe parlato anche di endocardite batterica, un’infezione rara e curabile con antibiotici, compatibile con un ago contaminato durante una delle tante iniezioni. La cartella clinica fu sequestrata dalla procura di Cagliari; l’inchiesta, aperta subito, si chiuse nel gennaio 1971 senza indicare responsabilità penali.
Marzia, la vedova che non si arrende

Marzia Nannipieri aveva 23 anni e due figli piccoli quando restò sola. Da allora ha scritto a due presidenti della Repubblica, ha denunciato la Roma e la Federazione per omessi controlli sanitari, ha ottenuto solo nel 1995 — con 26 anni di ritardo — la perizia medico-legale sul marito. Ha sempre sostenuto la stessa tesi: «La morte di Giuliano non fu fatalità, ma un omicidio». Per lei, dietro le carte incomplete e le diagnosi contraddittorie, si nasconde la fretta di rimettere in campo un patrimonio tecnico ed economico, a costo della salute di un uomo.
Le piste di Herrera e delle pillole
Nel 2005 la vicenda torna d’attualità grazie a un’intervista de L’Espresso a Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che accusò Herrera di aver sottoposto anche Taccola agli stessi trattamenti farmacologici usati all’Inter per aumentare resistenza e velocità dei giocatori. Per quelle dichiarazioni Mazzola fu denunciato per diffamazione dal club nerazzurro, nella persona dell’allora dirigente Giacinto Facchetti, ma venne assolto in tribunale. Un’assoluzione che non è una prova, ma che ha tenuto viva l’ipotesi più inquietante: che dietro la morte di Taccola non ci fosse solo negligenza, ma un sistema.
Un nome, una via, un libro
Con il tempo qualcosa si è mosso, anche se sempre con enorme ritardo secondo la famiglia. Nel 2013 una strada a Trigoria, alle spalle del centro sportivo della Roma, viene intitolata a Taccola: la vedova lo scopre da internet, senza essere avvisata né dal Comune né dal club. Nel 2016 esce il libro di Roberto Morassut Numero 9. Giuliano Taccola, la punta spezzata, che ricostruisce la vicenda nel contesto della Roma anni Sessanta. Nel 2018 il giocatore entra nella Hall of Fame giallorossa. Il 16 marzo 2019, cinquant’anni esatti dopo, la Roma di Claudio Ranieri scende in campo a Ferrara contro la Spal con una maglia celebrativa: «Arrivai a Roma proprio nell’anno della sua morte», ha ricordato l’allenatore, spiegando quanto quella scomparsa lo avesse colpito.
Ancora senza risposta
Gli anniversari successivi raccontano una battaglia che non si chiude mai davvero. Nel 2021 e nel 2022 Nannipieri torna a scrivere ai vertici dello Stato, rivendicando un vitalizio mai corrisposto — dovuto, secondo lei, perché il marito morì sotto contratto e sul luogo di lavoro — e denunciando «omissione di soccorso» e documenti manipolati. Nel 2023, per il 54° anniversario, si rivolge direttamente alla premier Giorgia Meloni, chiedendo che «sia ascoltata almeno una volta la voce delle vittime». La proprietà americana della Roma, i Friedkin, le ha inviato gli auguri di fine anno con una scatola di cioccolatini: un gesto che Nannipieri ha definito comunque insufficiente rispetto a quanto richiesto da decenni. Ancora nel 2024 e nel 2025 la vicenda torna nelle cronache in occasione del 16 marzo, sempre con lo stesso, immutato ritornello: nessuna sentenza, nessun colpevole, nessuna verità definitiva. Solo il nome di un ragazzo toscano che correva i cento metri in undici secondi, e una moglie che, ogni primavera, continua a chiedere giustizia per lui.