Il pomeriggio del 23 luglio 1966 il Goodison Park di Liverpool si riempie di curiosità più che di certezze. Sugli spalti dello stadio dell’Everton convergono quarantamila spettatori inglesi, gente di working class abituata a tifare per la propria squadra di club e non per una nazionale straniera, eppure pronta da giorni a innamorarsi di undici sconosciuti venuti dall’altra parte del mondo. Ai quarti di finale del Mondiale inglese si affrontano il Portogallo, alla sua prima storica partecipazione iridata, e la Corea del Nord, autentico oggetto misterioso del torneo. Nessuno, tra i tanti bookmaker della patria delle scommesse scientifiche, avrebbe puntato un penny su quell’accoppiamento due settimane prima.
Il Fantasma dell’Italia
Per capire come la Corea del Nord fosse arrivata fin lì bisogna tornare indietro di quattro giorni, ad Ayresome Park, la casa del Middlesbrough. Lì, il 19 luglio, gli asiatici avevano eliminato l’Italia di Edmondo Fabbri, già ridotta in dieci uomini dall’infortunio al ginocchio di Bulgarelli, con un diagonale di Pak Doo-Ik al 42′ del primo tempo. La stampa italiana, a corto di informazioni sul misterioso avversario, gli aveva subito cucito addosso la leggenda del “dentista coreano”: in realtà Pak, prima di arruolarsi nell’esercito popolare, aveva lavorato come tipografo, e in divisa insegnava educazione fisica alle reclute.
Il vice commissario tecnico azzurro Ferruccio Valcareggi, mandato in avanscoperta a spiare gli allenamenti coreani, ne era tornato con un verdetto sprezzante: “una banda di Ridolini”. Ridolini, però, aveva appena spedito l’Italia a casa tra i lanci di pomodori marci che attendevano la nazionale all’aeroporto di Genova, e nel giro di quattro giorni si sarebbe preso la rivincita più clamorosa, spingendosi fino ai quarti che gli azzurri avevano già prenotato per sé.
Un convento e un albergo di lusso
Il passaggio dal girone ai quarti si trasformò per i coreani in una piccola odissea burocratica. Da quando la guerra di Corea si era conclusa nel 1953, il Regno Unito non intratteneva alcun rapporto diplomatico con Pyongyang, e il trasferimento dei duecento chilometri fra Middlesbrough e Liverpool fu risolto solo all’ultimo momento, sistemando la squadra in un remoto convento gesuita intitolato a Sant’Ignazio di Loyola, nel cuore della campagna inglese.
Ben altro trattamento si erano garantiti i portoghesi, insediati fin dalla prima fase in un albergo di lusso alle porte di Manchester, con tanto di cuochi e camerieri italiani in cucina. A dettare le regole del ritiro era il commissario tecnico Otto Glória, brasiliano cinquantenne mai stato calciatore ma ideologo convinto del calcio d’attacco: allenamenti mai oltre le tre ore al giorno e, soprattutto, tre punte fisse in campo, qualunque cosa dicesse la classifica. Una fede tattica premiata nel girone, chiuso a punteggio pieno con le vittorie su Ungheria (3-1), Bulgaria (3-0) e, soprattutto, sui campioni del mondo in carica del Brasile (3-1), già orfani di un Pelé preso a calci dai difensori avversari.
Il Portogallo che si presentò a Liverpool era peraltro la prima nazionale europea realmente multietnica: nella rosa convivevano giocatori nati in Portogallo e altri arrivati dalle colonie d’oltremare, Mozambico e Angola su tutte, un miscuglio che sul campo si traduceva in un calcio insolitamente rapido e verticale per gli standard europei del tempo.
La Pantera venuta dal Mozambico
Di quelle tre punte, una valeva da sola l’intera squadra. Eusébio da Silva Ferreira era nato nel gennaio 1942 a Lourenço Marques, oggi Maputo, quarto figlio di una famiglia mozambicana che viveva ai margini della povertà: da bambino tirava calci a palloni fatti di stracci e calzini bucati sulle strade polverose della colonia portoghese. A scoprirlo fu quasi un caso: l’ex centrocampista brasiliano José Carlos Bauer, di passaggio in tournée in Africa, rimase colpito dalle 77 reti in 42 partite del ragazzo e ne parlò al suo vecchio allenatore, Béla Guttmann, allora sulla panchina del Benfica.
Bastò una settimana perché l’affare si chiudesse: temendo un blitz dello Sporting Lisbona, che pure vantava un diritto di prelazione sul cartellino, il club di Lisbona tenne Eusébio nascosto per giorni in un villaggio dell’Algarve, sotto il nome in codice di “Ruth Malosso”. Ne nacque uno dei più grandi centravanti della storia del calcio: Pallone d’Oro nel 1965, già due Coppe dei Campioni in bacheca, e per i cronisti inglesi ribattezzato in quell’estate di mondiale ora Pelé d’Europa, ora, più suggestivamente, Pantera Nera.
Ventiquattro minuti di follia
Al fischio d’inizio, però, fu la Corea a dettare legge. Bastò un minuto: Pak Seung-Zin, capitano e cervello del centrocampo asiatico, raccolse un pallone al limite dell’area e lo scagliò sotto l’incrocio dei pali, imparabile per il portiere José Pereira. Il Goodison Park esplose in un boato di incredula gioia, e il pubblico, ormai completamente dalla parte degli asiatici, intonò un improvvisato “Corea cha cha cha” sulle note più in voga di quell’estate inglese.
La squadra guidata da Myung Rye-Hyun proseguì a un ritmo indiavolato, aggredendo ogni pallone e ripartendo con la rapidità di uno squadrone sudamericano: al 22′ arrivò il raddoppio di Lee Dong-Woon, al 24′ il tris di Yang Seung-Kook. Sotto di tre reti dopo appena ventiquattro minuti, il Portogallo appariva frastornato, incapace di arginare le ripartenze coreane e destinato, sembrava, a rivivere lo stesso incubo già toccato quattro giorni prima all’Italia di Fabbri.
Eppure le occasioni per riaprirla, in quei primi venticinque minuti, non erano mancate: un colpo di testa di Torres su corner era stato respinto quasi sulla linea, e lo stesso Eusébio si era già fatto ipnotizzare una volta dal portiere Lee Chan-Myung. Dettagli che, con il punteggio sul 3-0, sembravano destinati a restare semplici curiosità di cronaca.
Il risveglio di Eusebio
Fu allora che Eusébio decise che quella partita non poteva finire così. Accorciò le distanze al 27′, trasformò un rigore al 42′ e portò i suoi all’intervallo sul 3-2, con la rimonta ormai avviata. Nella ripresa completò l’opera con altre due reti, al 57′ e su un secondo rigore al 59′: quattro gol in appena trentadue minuti, forse la prestazione individuale più devastante mai firmata in un singolo Mondiale. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, anni dopo, lo avrebbe descritto come un giocatore capace di lasciare a terra chiunque gli si parasse davanti, il migliore che il Portogallo avesse mai avuto proprio perché venuto da un continente diverso dal suo.
Il sipario sulla rimonta calò al 79′, quando José Augusto svettò di testa su un corner battuto proprio da Eusébio, fissando il punteggio sul 5 a 3. L’arbitro israeliano Ashkenazi, coadiuvato dai guardalinee Schwinte e Galba, decretò la fine di una delle partite più folli nella storia dei Mondiali: il Portogallo volava in semifinale, dove avrebbe poi ceduto ai padroni di casa dell’Inghilterra; la Corea del Nord tornava a casa con un piazzamento che nessuno, quattro giorni prima, avrebbe osato pronosticare.
Il peso della Storia
Quel 5 a 3 lasciò tracce profonde su entrambe le nazionali. Eusébio chiuse il torneo con nove reti, capocannoniere solitario di un Mondiale che il Portogallo avrebbe concluso al terzo posto, il miglior piazzamento della sua storia fino ai giorni nostri. Per la Corea del Nord, invece, quei quarti di finale restarono un episodio isolato e irripetibile per quarantaquattro anni: la nazionale avrebbe rivisto una fase finale di Coppa del Mondo solo nel 2010, in Sudafrica, contro un calcio globalizzato che nulla aveva più a che vedere con il dilettantismo eroico di Ayresome Park e Goodison Park.
Resta il fatto che, per un pomeriggio d’estate, undici uomini arrivati dal paese più isolato del pianeta fecero il pieno di simpatie in una nazione che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno collocarli sulla cartina.
Il mistero del ritorno a casa
Su quel ritorno a casa, però, esistono due versioni inconciliabili. Nella sua autobiografia L’ultimo gulag, pubblicata in Italia da Mondadori nel 2001, l’esule nordcoreano Kang Chol-hwan raccontò di aver incontrato nel campo di concentramento di Yodok proprio Pak Seung-Zin, l’autore del gol dell’1-0 contro il Portogallo: secondo questa ricostruzione, la squadra sarebbe stata punita per essersi lasciata andare, dopo la vittoria sull’Italia, a festeggiamenti nei pub inglesi giudicati troppo “borghesi” dal regime, e Pak avrebbe scontato oltre vent’anni di reclusione.
Una versione completamente opposta emerse invece nel 2002, quando il regista britannico Daniel Gordon, dopo quattro anni di trattative con Pyongyang, riuscì a girare il documentario The Game of Their Lives, intervistando sette dei reduci di quel Mondiale, incluso lo stesso Pak Seung-Zin, che negò con decisione qualunque persecuzione, mostrandosi nel proprio appartamento e con indosso l’uniforme coperta di medaglie. Anche Pak Doo-Ik, il “dentista” che aveva castigato l’Italia, smentì sempre di aver pagato pegno per quella trasferta: sarebbe diventato allenatore e, nel 2008, tedoforo olimpico nel passaggio della fiaccola di Pechino sul suolo nordcoreano.
Verificare quale delle due storie sia più vicina alla verità resta, oggi come allora, quasi impossibile. Il documentario di Gordon, prodotto da Nicholas Bonner, arrivò nelle sale solo dopo un negoziato durato anni con le autorità di Pyongyang, che concessero le riprese ma continuarono a controllarne ogni fotogramma: immagini di repertorio, appartamenti eleganti, medaglie al valore esibite come prova di una vita degna. Difficile stabilire, da fuori, quanto di quella messinscena fosse spontaneo e quanto pilotato.
La Corea del Nord è rimasta uno dei paesi più impenetrabili del pianeta, e gli undici uomini che nel 1966 fecero sognare per un pomeriggio l’intera Inghilterra portano ancora con sé un segreto che nessun cronista occidentale è mai riuscito a sciogliere fino in fondo.