Edmondo Fabbri: una vita segnata dalla Corea

Per quasi trent’anni, ogni volta che sedeva su una panchina in una qualunque città italiana, dalle tribune arrivava sempre lo stesso coro beffardo: “Corea, Corea”. Edmondo Fabbri, allenatore di razza, vincitore di campionati e di coppe, veniva ridotto a una sola sillaba, a una sola serata: quella del 19 luglio 1966 a Middlesbrough, quando la sua Nazionale si arrese clamorosamente alla Corea del Nord. Eppure la sua storia, cominciata trent’anni prima tra i campi polverosi della provincia romagnola, meritava di essere raccontata per intero, e non solo per la sconfitta che finì per definirlo agli occhi di tutti.

L’ala di Castel Bolognese

Edmondo Fabbri nacque il 16 novembre 1921 a Castel Bolognese, in provincia di Ravenna, ultimo di cinque figli di un pollivendolo. Al calcio si avvicinò giovanissimo, debuttando in Serie C con il Forlì a soli diciassette anni. Fu però all’Atalanta che si mise in luce davvero: ala brevilinea, rapida e sgusciante, capace di attirare su di sé due avversari e liberare così il compagno smarcato. Per la sua statura minuta lo chiamarono “Topolino”, soprannome che con gli anni lasciò il posto al più affettuoso “Mondino”.

Dopo Bergamo arrivò la grande occasione: l’Ambrosiana Inter, dove continuò a giocare bene pur dovendo fare i conti con una concorrenza interna spietata. Poi la guerra fermò tutto, e Fabbri si tenne in forma giocando con il Faenza in attesa che il campionato riprendesse. Quando tornò a calcare i campi che contavano, nel dopoguerra, vestì per un anno la maglia della neonata Sampdoria, senza però lasciare un segno particolare. Il ritorno a Bergamo gli restituì continuità per un triennio, prima del lento declino fisiologico tra Brescia e Parma, in Serie C. Nell’estate del 1955 approdò al Mantova: lì, ormai sulla soglia dei trentaquattro anni, appese le scarpe al chiodo per iniziare una nuova vita, quella in panchina.

La nascita del Piccolo Brasile

Il primo anno da tecnico fu di rodaggio: squadra rinnovata, puntata tutta sui giovani del vivaio. Il terzo posto finale bastò a far intravedere qualcosa di buono. L’anno successivo il Mantova, ormai abbinato allo sponsor petrolifero OZO, sfiorò la promozione in Quarta Serie d’Eccellenza arrivando secondo. In quella squadra, accanto a Fabbri, lavorava un giovane dirigente destinato a scrivere pagine importanti del calcio italiano: Italo Allodi, passato dal campo alla scrivania, artefice degli acquisti che avrebbero fatto compiere alla squadra il salto di qualità decisivo.

Fu proprio con Allodi al suo fianco che Fabbri costruì il capolavoro: due promozioni consecutive, prima in Serie C e poi, nella stagione 1958-59, in Serie B. Un campionato quasi perfetto, giocato con un’idea di calcio offensivo che stonava clamorosamente con il catenaccio imperante in quegli anni: 8-0 al Legnano, 3-0 al Vercelli, vittorie roboanti che spinsero un giornale toscano, alla vigilia della trasferta di Lucca, a titolare “Arriva il Piccolo Brasile”.

Il soprannome, nato quasi per gioco, restò per sempre cucito addosso a quella squadra. Nello spareggio promozione contro il Siena, giocato in dieci uomini per quasi tutta la gara dopo l’infortunio di Cadè, fu il gol di Fantini a regalare la Serie B. Il campionato cadetto si aprì in salita, ma la squadra di Fabbri seppe rialzarsi, cogliendo successi di prestigio a Torino, a Venezia, a Brescia e a Modena: un quinto posto finale insperato per una neopromossa. La stagione 1960-61 fu poi l’apoteosi, con la matematica certezza della Serie A raggiunta in casa contro il Brescia tra un tripudio di folla che portò in trionfo i propri beniamini.

L’accoglienza dei grandi

Il debutto in Serie A, nel settembre 1961, fu quasi un sogno: un pareggio esterno contro la Juventus di Sivori e Charles. La stagione si chiuse con un nono posto insperato per una neopromossa, davanti persino ai bianconeri. Ma il successo portò con sé anche le prime crepe: il rapporto tra Fabbri e il presidente Nuvolari si incrinò, e la città si spaccò in due fazioni, quella fedele all’allenatore riunita al ristorante Da Gastone e quella filo-societaria al Bar Sociale. La Gazzetta di Mantova venne bruciata in piazza, e da un aereo affittato per l’occasione piovvero volantini contro la dirigenza.

Dopo sette anni, per Fabbri arrivò il momento di lasciare. Il premio Seminatore d’oro come miglior allenatore certificò il suo valore, e il suo nome iniziò a circolare per le panchine più prestigiose. Sfumò per un soffio l’accordo con l’Inter di Angelo Moratti, che all’ultimo decise di confermare Helenio Herrera: una delusione bruciante, presto ripagata da un’occasione ancora più grande.

Il destino, in un certo senso, si divise in due strade parallele: mentre Allodi restava a costruire la futura Grande Inter, Fabbri volava dritto verso la Nazionale, lasciando il Mantova nelle mani dell’ungherese Nandor Hidegkuti e a un giovane portiere che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé in tutt’altre categorie: Dino Zoff.

Il commissario tecnico

Dopo il fallimento del Mondiale 1962 in Cile, la Federazione scelse Fabbri come commissario tecnico per preparare la spedizione inglese. L’esordio fu da sogno: una vittoria in trasferta contro l’Austria attesa da trentacinque anni, seguita da un roboante 3-0 al Brasile di Pelè. La prima battuta d’arresto arrivò a Mosca, il 13 ottobre 1963, quando l’Italia si arrese all’Unione Sovietica dopo l’espulsione di Pascutti. La mancata qualificazione all’Europeo del 1964 non scalfì la fiducia della Federazione nei suoi confronti.

Furono anni segnati anche da polemiche interne, in particolare con l’ambiente dell’Inter di Herrera, di cui Fabbri diffidava apertamente: celebre lo scontro a distanza tra il libero nerazzurro Armando Picchi e il suo pupillo Gianni Rivera. Lo storico Antonio Ghirelli scrisse che “nessun commissario tecnico dopo Pozzo aveva goduto di un così integrale appoggio da parte della Federazione”.

La marcia di avvicinamento al Mondiale sembrò confermare le attese: sei gol rifilati a Finlandia, Polonia e Bulgaria, tre a Danimarca, Scozia e Argentina, cinque al Messico nell’ultima amichevole prima di partire per l’Inghilterra. Erano numeri che sembravano promettere il grande salto, frutto anche del talento di una generazione irripetibile che rispondeva ai nomi di Giacinto Facchetti, Sandro Mazzola e Giacomo Bulgarelli, oltre naturalmente al già citato Rivera.

Middlesbrough, 19 luglio 1966

L’esordio contro il Cile fu una sorta di rivincita della burrascosa sfida di quattro anni prima a Santiago, e la sconfitta successiva contro l’URSS non preoccupò più di tanto: sarebbe bastato superare la sconosciuta Corea del Nord, che il vice Ferruccio Valcareggi aveva definito con sufficienza “una squadra di Ridolini”. Il 19 luglio, a Middlesbrough, la squadra italiana, stanca e forse condizionata dal nervosismo del proprio tecnico, si arrese al gol di Pak Doo Ik. Fu una delle sconfitte più clamorose della storia del calcio italiano.

Il rientro a Genova fu accolto da fischi e da un lancio di pomodori. Nei mesi successivi Fabbri si scagliò contro il medico della spedizione, Fino Fini, per la vicenda delle misteriose “fialette rosa” distribuite ai giocatori, arrivando ad accusare la stessa Federazione di averlo abbandonato al proprio destino. Il 16 settembre 1966 venne esonerato, e il 21 dicembre squalificato per sei mesi. Anni dopo, ripensando a quel periodo, avrebbe confessato con amarezza: “I giorni che ho passato in quel periodo non li augurerei neppure al mio peggior nemico”.

Il lungo dopo-Corea

Nonostante tutto, Fabbri trovò ancora chi credeva in lui. Il presidente Orfeo Pianelli lo chiamò al Torino per il campionato 1967-68, segnato dalla tragica scomparsa di Gigi Meroni. La squadra chiuse al settimo posto, ma Fabbri regalò ai tifosi granata la Coppa Italia, e lanciò in prima squadra un giovane attaccante arrivato dal Legnano: Paolo Pulici.

Lasciato il Torino nel 1969, passò al Bologna, dove riuscì a trattenere in rosa Giacomo Bulgarelli contro il volere della società e a vincere un’altra Coppa Italia, battendo proprio i granata grazie a una doppietta di Giuseppe Savoldi.

Seguirono un’esperienza fallimentare al Cagliari, un secondo ritorno al Torino con tanto di salvezza acrobatica e un quinto posto finale, e infine la Serie B con la Ternana. L’ultima chiamata, quasi commovente nella sua ostinazione, arrivò nel novembre 1980 dalla Pistoiese, ultima in classifica: Fabbri accettò la sfida, ma la squadra retrocesse comunque a fine stagione, e lui fu squalificato per sette mesi dopo alcune sue dichiarazioni infuocate contro gli arbitri.

Il peso della sconfitta

Gli ultimi anni Fabbri li trascorse a Castel Bolognese, tra le vigne e qualche collaborazione giornalistica, seguendo sempre più da lontano un mondo che sembrava avergli voltato le spalle. Morì l’8 luglio 1995. Al suo funerale parteciparono molti ex giocatori e diversi protagonisti del calcio che era stato. A uno di loro, Arrigo Sacchi, uno dei figli confidò poche parole che riassumevano meglio di ogni bilancio sportivo il senso di un’intera esistenza: “Anche a distanza di tanti anni, papà non è mai riuscito a superare il trauma della Corea”.

Resta, a distanza di sessant’anni, un paradosso quasi crudele: l’uomo che aveva inventato il Piccolo Brasile, che aveva insegnato calcio offensivo in un’Italia innamorata del catenaccio, che aveva vinto due Coppe Italia e guidato la Nazionale con il più ampio consenso mai concesso a un commissario tecnico dopo Vittorio Pozzo, viene ancora oggi ricordato quasi solo per novanta minuti sbagliati in Inghilterra. Una sola sconfitta, diventata destino.

Eppure basterebbe scorrere l’elenco delle sue squadre, dal Mantova al Torino, dal Bologna alla Ternana, per capire che il calcio di Edmondo Fabbri fu ben altro che una partita sbagliata: fu un’idea di gioco coraggiosa, portata avanti in anni in cui il coraggio, in panchina, era merce rara.


Autore: Storie di Calcio