La storia di Franco Liguori attraversa dodici anni di calcio italiano e li racconta tutti nella chiave della stessa, identica ingiustizia. Perché quella di Liguori non è la parabola di un giocatore che declina lentamente, complice l’età o la ruggine dei muscoli: è la storia di un talento purissimo, già nel mirino della Nazionale a ventiquattro anni, spezzato in un solo, brutale istante da un intervento fuori tempo. Un ginocchio ridotto a brandelli su un campo di San Siro basta a cancellare in pochi secondi ciò che sarebbe potuto diventare, e a consegnare Liguori alla categoria più dolorosa del calcio italiano: quella dei campioni mancati.
Un predestinato

Napoletano di nascita, classe 1946, Liguori cresce calcisticamente nella Ternana, in Umbria, dove si guadagna la fama di jolly totale: comincia da centravanti, passa da ala destra, e solo più avanti l’allenatore Viciani lo arretra in mezzo al campo, impiegandolo all’occorrenza persino come terzino aggiunto — un ruolo, quello del difensore che si sovrappone in fase offensiva, che a inizio anni Settanta in Italia è ancora una rarità. Tre stagioni in Serie C, poi la promozione fra i cadetti: il talento tuttofare non passa inosservato.
Nel 1970 il Bologna di Edmondo Fabbri lo preleva dalla B per farne un titolare. La squadra rossoblù si presenta al campionato 1970-71 con due innesti che nessuno si aspettava potessero incidere così in fretta: il terzino sinistro Adriano Fedele, arrivato dalla C dell’Udinese, e appunto Liguori, mediano di tocco pulito e visione di gioco arguta. Il Bologna comincia a inanellare risultati sorprendenti — si aggiudica persino la Coppa di Lega Italo-Inglese superando in finale il Manchester City — e buona parte del merito è di quel giovane napoletano che rifornisce palloni al regista Giacomo Bulgarelli senza disdegnare la sgroppata personale. Le sue prestazioni arrivano fino a Coverciano: il Ct della Nazionale Ferruccio Valcareggi lo aveva già contattato per un’amichevole di febbraio a Cagliari contro la Spagna. Il futuro, per Franco Liguori, sembra scritto.
Quel maledetto pomeriggio di San Siro

Il 10 gennaio 1971 il Bologna, quinto in classifica, fa visita al Milan capolista, reduce dal trionfo europeo del 1969 e ancora ambizioso di ripetersi. Al quarto d’ora di gioco Vavassori serve Liguori, che stoppa il pallone completamente solo e si allunga la sfera, forse un pizzico troppo, verso la trequarti avversaria. È in quell’istante che irrompe il polpaccio teso di Romeo Benetti, già a ventiquattro anni etichettato come interprete duro del mestiere. L’intervento è fuori tempo, sproporzionato, quasi incomprensibile: i tacchetti affondano nel ginocchio destro di Liguori mentre il pallone è già altrove, e l’articolazione cede di schianto. Anni dopo il giocatore rievocherà quell’istante con parole che dicono tutto: “Il ginocchio rimase attaccato a un solo legamento”.
Liguori urla dal dolore, viene caricato in barella e portato negli spogliatoi. A complicare la beffa ci pensa l’arbitro Bernardis, che invece di fermare il gioco fischia addirittura una simulazione contro il Bologna. Pochi giorni prima, il 3 gennaio, il giocatore aveva già rimediato una distorsione alla caviglia in un contrasto casalingo con il veronese Mascalaito, che lo aveva scaraventato contro i cartelloni pubblicitari a bordo campo; lo staff medico rossoblù aveva fatto di tutto, riuscendoci, per rimetterlo in piedi in tempo per la “partitissima” di San Siro. Un’ironia amara, se si pensa a come sarebbe andata.
Il verdetto di Lione
Rientrato a Bologna, Liguori viene ricoverato a Villa Erbosa. Il professor Bartolini immobilizza l’arto e non usa mezzi termini: la carriera è a rischio. Edmondo Fabbri, sconvolto, sintetizza il sentimento di tutto l’ambiente rossoblù: «È stato un fallo da codice penale!». Il padre del giocatore decide allora di trasferirlo a Lione, presso la clinica del professor Albert Trillat, luminare della chirurgia del ginocchio che pochi mesi prima aveva rimesso in sesto Gigi Riva. Il 15 gennaio Trillat opera e al termine dell’intervento riscontra un quadro devastante: lesione del legamento collaterale mediale, lesione del menisco, lesione di entrambi i legamenti crociati e della capsula posteriore. Un disastro che agli osservatori dell’epoca appare semplicemente incompatibile con il ritorno in campo ad alti livelli.

A colpire, in mezzo a tanta gravità, è anche un piccolo gesto di correttezza sportiva: Benetti va a trovare Liguori nella clinica francese, accompagnato dal capitano del Milan Gianni Rivera. Sarà lo stesso Benetti, decenni più tardi, a confessare quanto quell’episodio gli sia rimasto addosso per anni — segno che certe entrate, anche quando non nascono da cattiveria, pesano su chi le compie quasi quanto su chi le subisce.
L’attesa e il ritorno
Il 31 gennaio Liguori torna a Terni per la prima fase di convalescenza; il 22 febbraio è di nuovo a Lione, dove Trillat toglie l’ingessatura e trova un ginocchio non gonfio né infiammato. Il chirurgo si sbilancia, promettendogli addirittura di poter tornare a disputare il campionato successivo. Ma è lo stesso Liguori, con la lucidità di chi ha già intuito come può andare a finire, a porsi un aut aut che diventerà il filo conduttore del resto della sua carriera: “O torno quello di prima, o non rientro più…”.
La riabilitazione si trascina per un anno esatto. Il 16 gennaio 1972 Liguori torna finalmente in campo, maglia numero 8, nel pareggio casalingo contro il Napoli, opposto al regista partenopeo Juliano: una prestazione dignitosa, accolta con calore dal pubblico del Comunale. Alla vigilia lo stesso Benetti aveva speso parole distensive, dicendosi contento di quel ritorno e negando ogni rancore per la campagna di critiche che lo aveva investito dopo l’episodio. Le buone intenzioni, però, non bastano a restituire ciò che un ginocchio spezzato in quattro punti ha portato via: Liguori chiude la stagione con altre tre presenze, e l’annata seguente ne totalizza appena sette, appesantito da continui fastidi muscolari che tradiscono un fisico mai davvero tornato quello di prima.
Il crepuscolo silenzioso
Il vero colpo, in quella seconda fase da separato in casa, arriva più dalla panchina che dal campo. Il nuovo tecnico Pesaola, subentrato a Fabbri, non sembra credere al recupero di Liguori e lo fa giocare col contagocce, senza mai fornirgli spiegazioni. A tenerlo a galla, in quei mesi difficili, è la solidarietà dello spogliatoio: su tutti Bulgarelli, che si prodiga per non farlo sentire ai margini. Ma a ventisette anni, con Benetti che nel frattempo gli ha soffiato anche il posto in Nazionale, Liguori capisce che a Bologna l’aria è cambiata.

Nel 1973 si trasferisce in prestito al Foggia, in Serie B, dove trova finalmente un allenatore disposto a puntare su di lui: ventisei presenze in una stagione che si chiude con la retrocessione della squadra pugliese, ma con la soddisfazione personale di aver dimostrato che il fisico avrebbe ancora potuto rispondere. Il sogno di rientrare al Bologna a fine prestito, però, si infrange contro un mercato che nel frattempo ha portato in rossoblù Maselli come suo sostituto, con Pesaola sempre saldo in panchina. A novembre viene ceduto al Brindisi, in B: un declassamento che Liguori accetta a fatica, non trovandovi alcuna giustificazione tecnica dopo i sacrifici della riabilitazione. Gioca con continuità nella squadra pugliese, ma al termine di quella stagione decide di voltare pagina: restava nel calcio, ma da allenatore.
L’ultima beffa
Nel 1975 avvia la sua parabola da tecnico alla guida dell’Elettrocarbonium Narni, con risultati incoraggianti. Il legame con il Bologna, però, non si è mai davvero interrotto, e nella stagione 1981-82 gli riserva l’ultima, amarissima ironia del destino. Dopo l’era di Gigi Radice, la panchina rossoblù passa a Tarcisio Burgnich, ma la rosa si indebolisce sensibilmente per le cessioni di Dossena e Bachlechner volute dalla proprietà.
A marzo, con la squadra invischiata nella lotta salvezza, la società affida la guida tecnica proprio a Liguori, fino a quel momento allenatore della Primavera. Un pareggio inatteso, una vittoria per 3-1 sull’Inter alla penultima giornata: per un attimo la salvezza sembra a portata di mano. Ma all’ultima giornata il Bologna perde 2-1 ad Ascoli, e viene sancita la prima retrocessione in Serie B della storia rossoblù, dopo settantatré anni di vita del club.
Quell’esperienza amara non chiude comunque la sua carriera in panchina: Liguori guiderà ancora Ternana e Cavese, prima di diventare per un decennio osservatore delle Nazionali giovanili italiane e infine dedicarsi alla scuola calcio che porta il suo nome, fondata a Terni.
Il ginocchio distrutto a San Siro gli aveva già rubato la gloria da calciatore; undici anni dopo, la panchina di un Bologna già azzoppato dal mercato gli avrebbe consegnato, per beffa ulteriore, un altro primato: quello di allenatore presente alla prima, storica caduta in Serie B. Anche le grandi ingiustizie, a volte, si ripresentano con la stessa firma.