La fine di Nazzareno Filippini

Domenica 9 ottobre 1988. Allo stadio Del Duca di Ascoli si gioca la prima giornata del campionato di Serie A: Ascoli-Inter, finirà 1-3. Sugli spalti l’atmosfera è quella tipica dell’esordio stagionale, tra petardi lanciati in aria e fumogeni che bruciano il materasso destinato al salto in alto. Nessuno, in quel momento, immagina che quel pomeriggio sportivo si trasformerà in una delle pagine più buie della storia del tifo italiano.

A fine partita le forze dell’ordine iniziano a far defluire i tifosi nerazzurri dalla Curva Nord, incolonnandoli verso i pullman parcheggiati in via delle Zeppelle. Ma due mezzi sono rimasti vicino alla stazione ferroviaria, e il gruppo di ultras diretto lì deve passare proprio sotto la Curva Sud, il cuore del tifo bianconero.

L’agguato sul ponte

È lì, sul ponte retrostante la curva, che la tensione esplode. Dalla Curva Sud parte un fitto lancio di sassi, lattine e oggetti contro gli interisti in transito. Nella ressa che ne segue resta coinvolto Nazzareno Filippini, 32 anni, tifoso ascolano che in quel momento non sta nemmeno partecipando agli scontri: si trova semplicemente nel posto sbagliato.

Viene colpito ripetutamente alla testa con sassi e bastoni da un gruppo di ultras infiltrati tra i sostenitori dell’Inter, legati alle frange “Viking” e “skinheads”. Si accascia a terra con il volto coperto di sangue. Tra le persone che accorrono per soccorrerlo c’è anche il fratello Antonio, diciannovenne, che solo avvicinandosi scopre che quel corpo martoriato è il suo.

Otto giorni sul filo della vita

Nazzareno Filippini con la sua compagna Elisabetta

Nazzareno, per tutti “Reno”, entra in coma poco dopo essere arrivato al pronto soccorso di Ascoli. Fa in tempo a lamentare un forte dolore alla testa, poi perde conoscenza. Viene trasferito d’urgenza ad Ancona, dove subisce due interventi chirurgici per rimuovere un ematoma e i residui emorragici. Le tac successive mostrano un quadro clinico devastante: un cervello ridotto in poltiglia dalla violenza dei colpi ricevuti.

Il cuore di Reno smette di battere il 17 ottobre, otto giorni dopo l’aggressione, per arresto cardiocircolatorio. Ai funerali, nella chiesa del Sacro Cuore, partecipano migliaia di persone. Dietro la bara sfila tutta la squadra dell’Ascoli, guidata dal presidente Costantino Rozzi e dall’allenatore Ilario Castagner; sulla bara viene posato un pallone firmato dai giocatori.

Chi era Reno

Nazzareno Filippini non era un semplice spettatore: era un ascolano purosangue, ben conosciuto in città, tifoso storico legato al gruppo “Settembre bianconero”. Orfano di padre fin da giovane, viveva con la madre Maria, maestra elementare, insieme a due sorelle già sposate e al fratello Antonio. Aveva frequentato per qualche anno l’Isef a Urbino prima di scegliere di lavorare come rappresentante per la casa editrice Fabbri.

Da ragazzo aveva anche giocato a calcio in una squadra di quartiere, nonostante il parere contrario della madre: teneva così tanto a quella passione da attaccare di nascosto una sua foto della Prima Comunione sul tesserino della squadretta. Reno avrebbe dovuto sposare la compagna Elisabetta De Benedittis appena una settimana dopo quella domenica maledetta.

Cinque nomi, nessun colpevole

Le indagini portano all’arresto di cinque ultras interisti del gruppo Viking, tutti accusati di omicidio volontario: Mauro Russo, 31 anni, Marcello Ferrazzi, 24, Nicola Ciccarelli e Davide Sebastiani, 20, tutti milanesi, e Fabrizio Beggi, 24 anni, di Reggio Emilia. A sorpresa, nel giugno 1989 il giudice istruttore di Ancona li rimette tutti in libertà per mancanza di indizi certi.

Nuove perizie e testimonianze suggeriscono che Ciccarelli e Beggi fossero lontani dal punto esatto dell’aggressione, mentre Russo, Ferrazzi e Sebastiani, pur avendo partecipato alla rissa, non sarebbero stati loro a sferrare il colpo fatale. Le indagini successive non riusciranno mai a individuare un responsabile diretto. Trentasei anni dopo, la morte di Nazzareno Filippini resta ufficialmente senza un volto.

Una madre che non ha mai smesso di aspettare giustizia

Costantino Rozzi, l’allora presidente dell’Ascoli, ai funerali di Nazzareno Filippini

Nel 2008, per il ventennale della tragedia, la madre di Nazzareno rilascia un’intervista al Resto del Carlino che resta tra i documenti più toccanti legati alla vicenda. Racconta di un presagio inquietante: la notte prima della tragedia, la fidanzata Elisabetta aveva sognato che le fedi nuziali si spezzavano, e quel sogno aveva turbato profondamente Reno. Dopo la sua morte, Elisabetta avrebbe distrutto a pezzi il proprio abito da sposa.

Sul dolore e sulla rabbia patita per anni, la donna confessa:

“Per tanti anni sono stata in lotta con Dio e con tutti. Poi ho capito che tanta rabbia serviva solo a farmi stare peggio”.

Ma sulla giustizia mai arrivata, le parole restano dure:

“Quei cinque se la sono cavata con il minimo indispensabile […] ma ancora oggi chi non ha giustizia è il mio Reno”.

Oggi, sul ponte dove Nazzareno fu ucciso, una lapide ne custodisce la memoria. Gli ultras dell’Ascoli continuano a ricordarlo con cori e con un grande bandierone che ne ritrae il volto sorridente, ogni volta che la squadra scende in campo su quello stadio. Una ferita che il tempo non ha davvero rimarginato, e un monito che il calcio italiano, tra le tante tragedie di quegli anni, non dovrebbe mai smettere di ricordare.


Autore: Storie di Calcio