Alle partite della domenica, Costantino Rozzi non ci era mai andato. Abitava a pochi passi dallo stadio delle Zeppelle, eppure quel viavai di auto nel piazzale, quelle urla che si alzavano dagli spalti ogni fine settimana, gli sembravano un mistero da osservare con un certo distacco, quasi con sufficienza. “Ma chi sono quei pazzi che trascorrono il pomeriggio festivo a vedere una partita di calcio?”, chiedeva agli amici, lui che aveva ben altro a cui pensare: il lavoro di geometra, la famiglia, l’impresa edile che portava il suo nome. Aveva già quarant’anni quando qualcosa cambiò, e cambiò nel modo più prosaico possibile: con una richiesta di aiuto arrivata da una società in affanno.
L’eredità della famiglia Del Duca
Classe 1929, Rozzi era cresciuto ad Ascoli Piceno e nel 1948 aveva conseguito il diploma di geometra con il massimo dei voti. Da quella formazione tecnica nacque la sua Impresa Costantino Rozzi, l’azienda edile che gli avrebbe garantito fortuna e, un giorno, anche i mattoni per lo stadio dei propri sogni.
La squadra bianconera si chiamava allora Del Duca Ascoli, dal nome del patron Cino Del Duca, che negli anni Cinquanta ne aveva sostenuto le sorti da Parigi. Alla sua scomparsa, nel 1967, il testimone passò alla vedova, che assunse la presidenza onoraria del club, allora relegato in Serie C. Fu lei, insieme al consiglio direttivo, a individuare in Rozzi l’uomo giusto e a convincerlo, nel giugno del 1968, a entrare in società: avevano bisogno della sua operosità, del suo entusiasmo, e scommisero che sarebbero bastati.
“Dobbiamo andare in Serie B”
Alla prima riunione del consiglio direttivo, il neopresidente non si perse in convenevoli: “Ragazzi, dobbiamo andare in Serie B”. Lo guardarono stupiti, qualcuno accennò persino un sorriso. Ma Rozzi non stava scherzando, e bastò poco perché tutti se ne accorgessero. Al posto della gestione un po’ dilettantistica che aveva caratterizzato il club fino ad allora, il nuovo presidente portò dinamismo imprenditoriale, professionalità, capacità decisionale.
L’uomo giusto in panchina

Dopo alcuni tentativi poco fortunati, Rozzi affidò la squadra a un allenatore esordiente, che vantava solo qualche esperienza nel settore giovanile: un ex calciatore cresciuto in maglia bianconera, la cui carriera da giocatore era stata spezzata da una grave frattura alla gamba, rimediata in un derby contro la Sambenedettese. Si chiamava Carlo Mazzone, e la scelta si rivelò tra le più indovinate della storia del club: in tre anni, con lui in panchina, l’Ascoli conquistò la promozione in Serie B.
La scommessa della Serie A
Non era tipo da accontentarsi, Rozzi. Ottenuta la B, puntò subito più in alto: “Ora dobbiamo andare in Serie A”, annunciò al consiglio, che spalancò gli occhi per lo stupore. I tremila spettatori che seguivano le partite dei bianconeri si raddoppiarono quasi per incanto, e la città delle cento torri, pigra e distratta, cominciò a svegliarsi. Nella stagione 1972-73 l’Ascoli sfiorò il doppio salto, arrivando quarto per un solo punto. La promozione fu solo rimandata: arrivò l’anno successivo, con un secondo posto che proiettò in Serie A una squadra espressione di una città di appena cinquantamila abitanti.
Lo stadio dei cento giorni
Il vecchio Del Duca non poteva contenere un pubblico ormai in crescita costante, così Rozzi, nella sua doppia veste di presidente e imprenditore edile, ottenne di ampliare l’impianto fino a 34mila posti. Il cantiere, aperto nell’estate del 1974, fu completato in appena tre mesi di lavori no-stop, su turni di otto ore coperti giorno e notte: lo chiamarono, non a caso, lo stadio dei cento giorni. Negli anni a venire quella stessa vocazione da costruttore avrebbe portato Rozzi a firmare anche altri impianti del calcio italiano, dal Via del Mare di Lecce al Partenio di Avellino, fino al Santa Colomba di Benevento.
L’esordio amaro e la rimonta
L’esordio in Serie A, al San Paolo di Napoli, fu un rovescio secco: 3-1. Sette giorni dopo arrivò il primo punto, un pareggio casalingo contro il Torino di Edmondo Fabbri. Il girone d’andata si chiuse con appena nove punti, ultimi in classifica, e per molti la matricola bianconera era già condannata. Il girone di ritorno raccontò tutt’altra storia: un gol di Massimo Silva regalò persino una vittoria a Milano contro l’Inter di Facchetti e Mazzola, e l’Ascoli si salvò, tra le strade della città invase da migliaia di tifosi in festa.
Il record di Renna e la Mitropa Cup

Non tutto filò sempre liscio. Nel 1975-76, con Enzo Riccomini in panchina, arrivò la retrocessione. Ma due anni dopo, sotto la guida del tecnico leccese Mimmo Renna, l’Ascoli risalì vincendo il campionato con 61 punti, un record ancora oggi imbattuto. In quegli stessi anni arrivò anche il trofeo che avrebbe portato per la prima volta il nome di Ascoli in Europa: la Mitropa Cup, conquistata grazie a un gol di Fausto Bonomi nella finale contro il Bohemians, con Rozzi fotografato sotto la Coppa, dentro lo stadio che lui stesso aveva disegnato.
Boskov, la caduta e la risalita

Nel dicembre del 1980, insoddisfatto dell’andamento della squadra, Rozzi esonerò G.B. Fabbri e richiamò Mazzone: per l’Ascoli si aprì un nuovo ciclo di salvezze sofferte, vissute come altrettanti scudetti. Il sodalizio con Mazzone si interruppe bruscamente nell’84-85, quando il presidente, dopo aver prima respinto le sue dimissioni, lo sostituì con Vujadin Boskov, tecnico jugoslavo reduce dal Real Madrid. Quell’anno l’Ascoli retrocesse comunque, ma Boskov, affiancato dal suo vice Aldo Sensibile, riportò subito i bianconeri in A. La quarta promozione della gestione Rozzi arrivò nel 1990-91, sotto Nedo Sonetti.
Lo scherzo a Berlusconi
Il 14 settembre 1986 debuttò in Serie A da presidente del Milan un certo Silvio Berlusconi, atterrato a San Siro in elicottero sulle note della Cavalcata delle Valchirie. Il primo avversario rossonero fu proprio l’Ascoli, appena risalito in A. A rovinare la festa ci pensò Massimo Barbuti, autore del gol che fissò il risultato e che, come avrebbe raccontato lui stesso anni dopo, gli fruttò un premio partita pagato da un “incredulo, ma entusiasta” Rozzi.
Il presidente oltre il campo
C’erano i calzini rossi indossati a ogni partita, scaramanzia che condivideva, da avversario, con l’altro grande presidentissimo di provincia di quegli anni, Romeo Anconetani del Pisa: tra i due, più che rivalità, correva stima reciproca, nella comune battaglia delle squadre di provincia contro i colossi del calcio italiano. C’era la popolarità televisiva conquistata al Processo del Lunedì di Aldo Biscardi, dove Rozzi diceva sempre pane al pane, vino al vino.
E c’erano le sue battute, diventate proverbiali ad Ascoli: “L’Ascoli è come una malattia, quando ti si attacca non ti lascia più”, oppure, più semplicemente: “Prima c’è l’Ascoli, poi c’è l’Ascoli e poi ancora l’Ascoli”. Ripeteva spesso di non capirci niente, di calcio. Non era vero: conosceva gli uomini, sapeva tirare fuori il meglio da ciascuno, a costo di stimolare, rimproverare, minacciare, abbracciare.
L’addio

Il 18 dicembre 1994, all’ospedale Mazzoni di Ascoli Piceno, Costantino Rozzi morì, lasciando la città alla quale aveva dato ventisei anni di presidenza e quattordici stagioni in Serie A, un traguardo probabilmente irripetibile per un club di provincia. Circa ventimila persone affollarono la cattedrale il giorno dei funerali. Dietro il soprannome di presidentissimo, dietro gli aneddoti e le scaramanzie, era rimasto fino all’ultimo quello che era sempre stato: un uomo che non si accontentava mai, e che aveva saputo trasformare un pomeriggio di curiosità, quello in cui per primo si chiese chi fossero “quei pazzi” allo stadio, nella storia più grande del calcio ascolano.