La sera del 7 ottobre 1985 Ludo Coeck è ospite di un programma della televisione belga. Seduto sotto le luci dello studio, con la stessa calma sorridente che i tifosi dell’Anderlecht conoscono da anni, racconta i sei interventi chirurgici, il matrimonio finito, la voglia di tornare in campo a trent’anni suonati per inseguire un Mondiale, quello del 1986, che sente ancora alla sua portata. Parla anche del nuovo contratto con il RWD Molenbeek, di un futuro che finalmente sembra tornare a sorridergli. Poi saluta, sale in macchina e riparte verso Anversa. Non arriverà mai a destinazione.
Il ragazzo di Berchem
Nato a Berchem, sobborgo operaio di Anversa, il 25 settembre 1955, da bambino il piccolo Ludovic passa le domeniche a studiare i movimenti di Gianni Rivera sulle pagine dei giornali sportivi arrivati dall’Italia. Non immagina ancora che quel Paese, un giorno, gli spalancherà la porta più bella e insieme quella più amara della sua carriera.
Esordisce a sedici anni nel Berchem Sport, la squadra del quartiere, che quell’anno vince pure il campionato di Seconda Divisione. Bastano poche partite perché i grandi club se lo contendano, e a diciassette anni se lo porta via l’Anderlecht per circa 350 milioni di lire dell’epoca, una cifra enorme per un ragazzino. Da lì in avanti la sua storia smette di essere una storia di provincia.
Il predestinato dell’Anderlecht
Nell‘Anderlecht di Van der Elst, Rensenbrink, Haan e Van Himst — di cui è considerato l’erede designato — Coeck cresce in fretta. Nato centravanti, si reinventa mediano e poi regista: piede sinistro pesante come un maglio, tanto da guadagnarsi il soprannome di Boom Boom, letture di gioco fuori dal comune, un’eleganza che a Bruxelles chiamano semplicemente classe.
Con la maglia bianco-malva vince due campionati, tre coppe di lega, due Coppe delle Coppe e una Coppa Uefa, arrivando anche a giocarsi una semifinale di Coppa dei Campioni contro l’Aston Villa. A diciannove anni è già titolare del Belgio. Sembra un predestinato, uno di quei giocatori a cui la sorte deve ancora tutto: bello, ricco, amato dal pubblico di Bruxelles, con davanti a sé — pensano tutti — una carriera lunga quanto quella dei suoi maestri.
Annullare Maradona
Coeck arriva a quel Mondiale reduce da un infortunio che ne ha messo a rischio la convocazione, ma garantisce a Guy Thys di essere pronto e parte per la Spagna insieme a Jean-Marie Pfaff, Eric Gerets, Jan Ceulemans e Frank Vercauteren. Il 13 giugno 1982, al Camp Nou, il Mondiale si apre con la sfida fra i campioni in carica dell’Argentina e la sorprendente Nazionale belga. Di fronte a un ventunenne Diego Armando Maradona al debutto mondiale, il commissario tecnico incarica proprio Coeck di annullarlo. Missione compiuta: il numero dieci argentino sparisce dalla partita, il Belgio vince 1-0 con gol di Erwin Vandenbergh. Contro El Salvador, nella vittoria di misura del girone, Coeck arrotonda pure con un gol da quaranta metri.
Anni dopo il portiere Jean-Marie Pfaff, stilando la sua Nazionale ideale, lo ricorderà come uno dei migliori centrocampisti mai visti in maglia rossa: “Abbinava talento e qualità in maniera sublime”, dirà, convinto che con Coeck in marcatura su Maradona anche il Mondiale del 1986 sarebbe finito diversamente.
Alla fine arriva l’Inter

Nell’estate 1983 Coeck guarda al campionato italiano. La trattativa più avanzata è con la Roma, che vuole sostituire Paulo Roberto Falcao appena passato, sulla carta, all’Inter: contratto quasi firmato fra Ivanoe Fraizzoli e Dino Viola. Ma un intervento dell’ultima ora di Giulio Andreotti, tifoso giallorosso, fa saltare tutto: Falcao resta a Roma.
Sfumato l’affare, il dirigente nerazzurro Sandro Mazzola vira sul belga, che nel frattempo era stato avvicinato anche dal Milan di Ilario Castagner e del vicepresidente Nardi: con loro c’era già un accordo di massima, discusso persino in una brasserie dopo una partita. Ma è l’Inter di Luigi Radice a chiudere per prima, sborsando circa due miliardi di lire. Ai cronisti, con la franchezza che lo contraddistingue, Coeck spiega senza troppi giri di parole che “gli stranieri sono meglio pagati di noi” in Italia rispetto al Belgio. All’arrivo a Milano i tifosi nerazzurri lo accolgono in trionfo, colpiti anche dalla sua padronanza dell’italiano, una delle sei lingue che parla correntemente.
Una stagione di guai
L’idillio dura pochissimo. Uno stiramento in amichevole a Livorno, una distorsione alla caviglia in Coppa Italia, una botta alle costole in campionato, poi un nuovo infortunio alla caviglia con la Nazionale, a Berna. Coeck colleziona appena quindici presenze nell’anno nerazzurro, senza mai segnare.
Con Liam Brady e Karl-Heinz Rummenigge già titolari fra gli stranieri, Coeck si ritrova fuori quota. Confida a un amico tutta la sua angoscia: “Mi terrorizza l’idea di non giocare più”. L’Inter decide di girarlo in prestito.
Ascoli, la porta chiusa
L’Ascoli di Costantino Rozzi lo accoglie con un bagno di folla lungo corso Vittorio Emanuele. Ma già nel ritiro precampionato i dolori tornano, e i medici bianconeri scoprono una malformazione all’anca mai diagnosticata prima. Nel contratto c’è una clausola che consente di restituirlo se non risulta perfettamente sano: l’Ascoli la esercita, e Coeck torna all’Inter senza aver mai giocato una partita ufficiale in maglia bianconera.
È il periodo più buio. Al fallimento sportivo si somma quello privato: il matrimonio con la moglie Viviane si sgretola. Coeck si opera per la sesta volta in carriera, da solo, quasi in silenzio.
Il sesto bisturi e il sogno del Messico
Guarito, nell’estate 1985 Coeck si sente di nuovo un calciatore, anche se ha ormai ventinove anni e molti lo considerano bruciato. Si allena con una squadra giovanile per ritrovare il ritmo, incide persino una versione rock dell’inno nazionale belga per raccogliere fondi contro la carestia in Etiopia. Trova un accordo con il RWD Molenbeek per ripartire dal campionato di casa. L’obiettivo dichiarato è uno solo: tornare in Nazionale in tempo per il Mondiale del 1986.
Di questo progetto, e di tutto il calvario che se lo lascia alle spalle, parla proprio nella trasmissione televisiva di quella sera d’ottobre.
La strada di Rumst
Sull’autostrada fra Bruxelles e Anversa, all’altezza di Rumst, l’asfalto reso viscido dalla pioggia tradisce la sua BMW. L’auto entra in collisione con un altro veicolo e un camion, poi finisce contro il guard-rail. Coeck viene estratto dalle lamiere con un trauma cranico, un’emorragia cerebrale, il fegato spappolato e numerose fratture.
Ricoverato d’urgenza alla clinica universitaria di Edegem, viene dichiarato clinicamente morto già poche ore dopo l’incidente, ma i medici tentano ugualmente un disperato intervento chirurgico. Resiste due giorni. Muore la mattina del 9 ottobre 1985, a trent’anni.
Lo scudetto della sfortuna
La notizia sconvolge l’Anderlecht, il Belgio intero, e anche l’Italia che lo aveva conosciuto per una sola, sfortunata stagione. Fra gli amici più stretti c’è Juan Lozano, che lo ricorderà con parole semplici: “Con Ludo eravamo come fratelli”. Ai suoi funerali, a Berchem, si presentano ex compagni dell’Anderlecht e della Nazionale: la stessa generazione dorata che con lui, di lì a poco, avrebbe raggiunto i quarti di finale del Mondiale del 1986.
Coeck se n’era andato scherzando sul proprio destino, dicendo di voler passare alla storia come il calciatore capace di collezionare più “scudetti della sfortuna” di chiunque altro. Aveva ragione lui: nessun infortunio, nessuna clausola contrattuale, nessun divorzio erano davvero paragonabili a ciò che lo attendeva quella sera sull’autostrada per Anversa. Del predestinato che annullò Maradona, del ragazzo biondo che parlava sei lingue e sognava Gianni Rivera, restano oggi soprattutto le fotografie sbiadite di un Mondiale spagnolo e il rimpianto per una carriera interrotta due volte: prima dagli infortuni, poi, per sempre, da una maledetta strada bagnata dalla pioggia.