Il 6 dicembre 1959, con l’intonaco ancora fresco e l’odore di calce che aleggiava tra i cinquantasei costoloni di cemento armato appena disarmati, ottantamila napoletani si accalcarono a Fuorigrotta per l’inaugurazione di un anfiteatro nuovo di zecca. Non lo sapevano ancora, ma quel pomeriggio di pioggia leggera stavano inaugurando molto più di un impianto sportivo: stavano dando un corpo a sessant’anni di passioni, tradimenti e resurrezioni, e a un nome — anzi tre — che avrebbe attraversato la storia del calcio italiano fino a diventare, alla fine, il nome di un uomo solo.
Lo stadio del Sole
Dopo la Guerra, Napoli non aveva più una casa dove far giocare la propria squadra. Lo stadio Ascarelli era stato raso al suolo dai bombardamenti alleati, e il piccolo Arturo Collana, al Vomero, si era rivelato troppo angusto per una tifoseria che ogni domenica riempiva le strade prima ancora degli spalti. Fu il sindaco Achille Lauro — che di quella squadra era anche presidente — a decidere che Napoli meritava un impianto all’altezza della sua fame di calcio. La scelta cadde su Fuorigrotta, quartiere in piena espansione, e il progetto fu affidato all’architetto Carlo Cocchia, lo stesso che avrebbe firmato la Mostra d’Oltremare e la nuova Stazione Centrale.

Il 27 aprile 1952 fu posata la prima pietra, alla presenza del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. I lavori, condotti dal Genio Civile, durarono sette anni. Il progetto originario prevedeva un solo anello, quello che oggi conosciamo come livello superiore: fu solo in corso d’opera che si decise di scavarne un secondo, più basso, sotto il piano stradale, con tribune interamente in travertino.
Nacque così, in stile brutalista, un catino da 87.500 posti in piedi, terzo per capienza in Italia dopo il Meazza e l’Olimpico, con i suoi cinquantasei costoloni esterni in cemento a fargli da corona e una pista d’atletica a sei corsie che per decenni avrebbe tenuto il pubblico lontano dal campo. Lo chiamarono, con un pizzico di retorica ricostruttiva, Stadio del Sole.
Due a uno alla Juventus
Le chiavi dell’impianto furono consegnate al Comune il 2 dicembre 1959, e primo custode fu nominato Attila Sallustro, leggendario attaccante partenopeo tra le due guerre. Quattro giorni dopo, il 6 dicembre, lo stadio aprì i cancelli per la sfida di campionato contro la Juventus: finì 2-1 per gli azzurri, gol di Vitali e Vinicio, davanti a ottantamila persone arrivate anche solo per curiosità.
Nel 1963 il nome cambiò ancora: Stadio del Sole diventò Stadio San Paolo, in omaggio all’apostolo che la leggenda voleva approdato proprio su quella costa dopo un naufragio. Con quel nome lo stadio avrebbe ospitato i Giochi del Mediterraneo, sarebbe stato rimesso a nuovo per gli Europei del 1980 e ancora per il Mondiale del 1990 — copertura, nuova tribuna stampa, pista d’atletica rifatta — restando per trent’anni una struttura senza eroi propri. Poi arrivò un ragazzo con i capelli ricci.
Un ragazzo scende dalle scalette
Era il 5 luglio 1984, un giovedì torrido, e a Napoli non si giocava nessuna partita. Eppure il San Paolo era già pieno dal primo pomeriggio: settantamila persone, biglietto simbolico di mille lire, per assistere a una semplice presentazione. Diego Armando Maradona, comprato dal Barcellona per tredici miliardi di lire grazie anche a una colletta popolare nei Quartieri Spagnoli, salì le scalette che portavano al campo circondato da un centinaio di fotografi. Si fece tre volte il segno della croce, chiese un pallone e regalò ai presenti un breve palleggio che bastò a far nascere un mito.
Alla stampa, il ragazzo di Buenos Aires pronunciò la frase che i napoletani avrebbero ricordato per sempre: “Voglio diventare l’idolo dei bambini poveri di Napoli”. Non sapeva ancora di essere già diventato, in quel pomeriggio, l’idolo di un’intera città.
La punizione del secolo
Il 3 novembre 1985 il cielo su Fuorigrotta era color acciaio, e una pioggia fitta trasformava il prato del San Paolo in uno stagno. Sugli spalti, ottantomila ombrelli aperti per assistere alla sfida contro la Juventus campione d’Europa, reduce da otto vittorie consecutive. Al 72′ l’arbitro Redini di Pisa fischiò una punizione a due, quasi indifendibile, dentro l’area bianconera: troppo vicina alla porta di Stefano Tacconi, troppo affollata di avversari perché qualcuno potesse davvero pensare al gol.
Eraldo Pecci toccò appena il pallone per Maradona, che con un tocco d’interno sinistro disegnò una parabola capace, come si disse allora, di sfidare le leggi della fisica: la palla scavalcò la barriera e scese sotto la traversa, nell’angolo che Tacconi credeva impossibile da raggiungere. Il portiere juventino, anni dopo, avrebbe ammesso con onestà sportiva: “Se l’avessi presa, sarei stato un eroe”. Il San Paolo, sotto la pioggia, esplose in un boato che i telecronisti dell’epoca faticarono a descrivere.
Lo Scudetto

Il campionato 1986-87 si chiuse con quindici vittorie, dodici pareggi e appena tre sconfitte. Il 10 maggio 1987, un San Paolo gremito fino all’inverosimile bastò guardare il tabellino di un pareggio per 1-1 contro la Fiorentina: era il primo scudetto della storia del Napoli. La città esplose per giorni, e comparve al cimitero cittadino uno striscione destinato a restare negli annali del tifo italiano, rivolto ai defunti: “E che ve site perso”.
A trent’anni di distanza, il presidente Corrado Ferlaino avrebbe riassunto quel giorno con una frase semplice e definitiva: “Fu il compleanno di tutti”. Al centro di tutto, naturalmente, Maradona, affiancato da compagni che sarebbero entrati anch’essi nella leggenda azzurra: Bruscolotti, Giordano, Carnevale, De Napoli.
Notte di coppa
Il 3 maggio 1989, ottantunomila spettatori riempirono il San Paolo per l’andata della finale di Coppa Uefa contro lo Stoccarda: Maradona aprì le marcature su rigore, Alemao raddoppiò, i tedeschi accorciarono con Klinsmann, e finì 2-1. Due settimane dopo, nel ritorno in Germania, un pirotecnico 3-3 consegnò al Napoli il suo primo trofeo europeo, il primo vero titolo internazionale della sua storia.
Non era ancora finita: l’anno successivo arrivò il secondo scudetto, e la Supercoppa Italiana del settembre 1990 si chiuse con un clamoroso 5-1 sulla Juventus, giocato ancora una volta fra le mura di Fuorigrotta. Il San Paolo, in quegli anni, non era più soltanto uno stadio: era diventato un simbolo di riscatto per una città abituata a stare all’ombra del calcio del Nord.
“Vi chiamano terroni…”
Poi arrivò una sera diversa da tutte le altre. Il 3 luglio 1990, il San Paolo ospitò la semifinale del Mondiale italiano tra l’Italia padrona di casa e l’Argentina di Maradona, ormai napoletano d’adozione. Nei giorni precedenti, il capitano albiceleste aveva gettato benzina su un fuoco già acceso, rivolgendosi ai suoi tifosi napoletani con una domanda tagliente: “Vi chiamano terroni per 364 giorni l’anno, e oggi vi chiedono di tifare Italia?”.
Quella sera il pubblico partenopeo non fischiò l’inno argentino, in un silenzio che pesò più di qualunque coro. Sul campo, Schillaci portò avanti gli azzurri, Caniggia pareggiò di testa, e ai rigori fu Sergio Goycochea a spedire l’Italia fuori dal proprio Mondiale, in casa propria, nello stadio del suo più grande avversario diventato, per una notte, il suo più grande alleato.
Il silenzio dopo la festa
Dopo il 1991, con l’addio di Maradona tra squalifiche e polemiche, il San Paolo perse gradualmente il suo re e, con lui, buona parte del suo smalto. Gli anni Novanta portarono retrocessioni e ricostruzioni mai davvero compiute, finché il 26 luglio 2004, sugli stessi spalti dove si erano festeggiati due scudetti, i tifosi si ritrovarono a celebrare una festa amara: la “Notte dell’orgoglio partenopeo”, organizzata mentre la società precipitava verso il fallimento.
Il Napoli ripartì da zero, dalla Serie C1, sotto la nuova proprietà di Aurelio De Laurentiis, e il San Paolo — che pure aveva ospitato ottantamila persone per un pareggio contro la Fiorentina — si ritrovò a contare settemila spettatori in una domenica di Serie B contro il Parma. Ci vollero due promozioni, dalla C alla B e dalla B alla A, perché lo stadio tornasse lentamente a riempirsi.
Il nome del re

Nel 2019 l’impianto fu rinnovato in vista delle Universiadi: nuovi seggiolini, pista d’atletica rifatta, maxischermi. Poi, il 25 novembre 2020, morì Diego Armando Maradona. Il giorno dopo il sindaco Luigi de Magistris annunciò l’intenzione di intitolargli lo stadio, e il 4 dicembre la Giunta comunale approvò la delibera all’unanimità: il San Paolo cessava ufficialmente di esistere, sostituito dallo Stadio Diego Armando Maradona. “Così ha deciso il popolo”, dichiarò il sindaco, ricordando come quel nome fosse ormai l’unico che i napoletani riconoscessero davvero a quelle tribune.
Oggi il Maradona ha visto altre due cavalcate scudetto, nel 2023 e nel 2025, con capitani diversi — Giovanni Di Lorenzo su tutti — che alzano la coppa sotto lo stesso cielo di Fuorigrotta dove, nel 1987, un ragazzo di Buenos Aires la sollevò per primo. Cinquantamila posti a sedere hanno preso il posto degli ottantamila in piedi del 1959, gli abbonamenti costano molto più di mille lire, e la retorica del marketing calcistico ha sostituito quella della ricostruzione post-bellica che aveva dato i natali allo stadio.
Uno stadio nato per dare un tetto a una città che non ne aveva più uno, diventato poi il tempio di un uomo che a quella città aveva promesso di esserne l’idolo dei bambini poveri — e lo restò, molto oltre la fine della partita, fino a lasciarle in eredità anche il proprio nome.