Wembley e gli altri stadi londinesi riaprono i cancelli quarant’anni dopo la prima edizione inglese dei Giochi, in una città ancora segnata dalle bombe. Il Comitato Olimpico, orfano da poco di Pierre de Coubertin, non bada allo spettacolo: niente impianti nuovi, si riadattano quelli esistenti, compreso l’Empire Stadium, dove viene semplicemente ripristinata la pista di atletica. L’obiettivo è un segnale di ripartenza dopo la guerra, non un’edizione ricca di record.
Gli atleti vengono alloggiati in capannoni militari e ricevono la razione alimentare prevista per i lavori pesanti, con l’aggiunta di un litro di latte al giorno. Gli Stati Uniti organizzano un ponte aereo per far arrivare ai propri atleti bistecche, pane bianco e cioccolata, ma il clima resta quello dell’austerity imposta a tutto il Paese ospitante.
Il congedo di Pozzo
Per l’Italia è l’ultima spedizione internazionale guidata da Vittorio Pozzo, sulla panchina azzurra ormai da vent’anni. La Nazionale si presenta a Londra ancora fedele alla formula dei giocatori-studenti, dopo un ritiro collegiale a Cuneo. Pozzo prova a far digerire alla squadra il Sistema, con il quadrilatero a centrocampo, mentre la maggior parte degli azzurri è cresciuta con il Metodo imperniato sul centromediano.
I problemi si vedono presto, anche se l’esordio è tranquillo: un netto 9-0 sugli Stati Uniti, con Pernigo autore di quattro reti, il classico antipasto prima delle sfide vere.
La sconfitta di Highbury
Negli ottavi, il 5 agosto, all’Arsenal Stadium di Highbury, arriva la resa dei conti con la Danimarca, futura medaglia di bronzo. Gli azzurri reggono fino al 3-3, poi crollano negli ultimi dieci minuti ed escono sconfitti 5-3. John Hansen firma quattro delle cinque reti danesi e si guadagna un contratto con la Juventus; con lui, altri cinque compagni di squadra — Pilmark, Jensen, Ploeger, Praest e Karl Hansen — finiranno nei campionati italiani nelle stagioni successive.
La disfatta pesa più del previsto: è la prima crepa che porterà, di lì a poco, alla fine del ventennio di Pozzo. Un’attenuante c’è: su diciotto squadre partecipanti, l’Italia è una delle sole quattro, insieme a Inghilterra (poi quarta), Francia e Irlanda, a non schierare la propria Nazionale maggiore. Scelta romantica e orgogliosa, incoraggiata dal CONI sull’onda del trionfo del 1936, che stavolta non paga. Dopo Londra, complice anche la tragedia di Superga che cancella il grande Torino, arriveranno le delusioni mondiali in Brasile e in Svizzera, fino alla mancata qualificazione per la Svezia.
Il trionfo della Svezia
Ai piani alti del torneo, dove l’Italia non arriva, comanda il calcio scandinavo, mentre debutta anche l’Unione Sovietica. La Svezia rispetta il pronostico della vigilia, trascinata dal “Barone” Nils Liedholm: «Una squadra con undici Nils sarebbe imbattibile», dice il commissario tecnico Kock. Al suo fianco, Gunnar Nordahl, capocannoniere del torneo con sette reti, i fratelli Knut e Bertil, e Gunnar Gren, “il Professore”.
In semifinale gli svedesi eliminano proprio la Danimarca per 4-2, che si consola tre giorni dopo battendo la Gran Bretagna 5-3 e conquistando il bronzo. In finale la Svezia si impone sulla Jugoslavia per 3-1, formazione inizialmente fischiata dal pubblico inglese per la sua appartenenza al blocco comunista. Tra il 1948 e il 1949 sarà il Milan a portare in Italia tutti e tre i protagonisti di quella Svezia campione: nascerà così il Gre-No-Li, uno dei tridenti più forti della storia del calcio.
Il calcio azzurro chiude un ciclo. Quello scandinavo, con Gre-No-Li, ne apre uno che dominerà per anni la Serie A.