Nils Liedholm: l’eleganza del calcio

Il pallone attraversa il campo dello stadio Rasunda e arriva al limite dell’area, dove Nils Liedholm aspetta con la testa rasata a zero — una scommessa fatta col portiere, prima della partita. Sono passati quattro minuti. Porta la fascia di capitano e ha davanti due difensori del Brasile, Orlando e Bellini: una doppia finta li salta entrambi, il destro batte Gilmar. Sugli spalti, con re Gustavo in tribuna, Stoccolma esplode di gioia.

È la finale del Mondiale 1958, e la Svezia padrona di casa è in vantaggio. L’illusione dura poco: Garrincha scarta sulla destra e serve il pareggio a Vavá; mezz’ora dopo la stessa azione vale il 2-1. Nella ripresa la partita diventa il palcoscenico di un diciassettenne che i giornali chiamano «il bebé-fenomeno»: Pelé alza il pallone sopra la testa di Sigge Parling e lo richiude al volo. Finisce 5-2 per il Brasile.

Parling, a fine gara, non trova altro da dire: «Dopo il quinto gol mi è venuta voglia di applaudirlo».

Prima del fischio d’inizio, nel tunnel, Liedholm aveva sorriso a quel ragazzino e gli aveva detto qualcosa in italiano. Pelé lo racconterà nelle sue memorie, chiedendosi se fosse un augurio o il saluto malinconico di chi sa che la carriera volge al termine. Liedholm, interrogato in seguito, non ricordava la frase: «Mi esprimevo in italiano ed ero convinto che lui mi avrebbe capito. Forse pretendevo troppo, anche perché qualche volta avevo difficoltà a farmi capire pure dagli italiani».

Quel gol lo rende, ancora oggi, il marcatore più anziano nella storia delle finali mondiali: aveva trentacinque anni e otto mesi. Qualcuno scrisse che era stato campione del mondo per cinque minuti.

L’infanzia a Valdemarsvik

Il Valdemarsvik del 1942: Liedholm è il terzo in piedi da sinistra

Valdemarsvik è un paese affacciato sul Baltico, duecento chilometri a sud di Stoccolma. Qui, in una famiglia che vive di una segheria poi fallita e di un negozio di stoffe vicino alla stazione, Nils muove i primi passi nell’ottobre del 1922. Il padre Erik è un luterano severo, per cui rincorrere un pallone equivale a perdere tempo.

Un pallone glielo regala uno zio quando ha dieci anni. Il bambino crede che lo scopo del gioco sia calciarlo il più in alto possibile, e così la sfera finisce regolarmente sul tetto dei vicini. È un ragazzino gracile, segnato dal rachitismo: il medico prescrive ginnastica, ed è l’unico argomento che convince il padre a tollerare lo sport.

Per andare a scuola percorre cinque chilometri, d’inverno sugli sci, d’estate a calci con un sasso bianco. Le scarpe non reggono, e a casa arrivano le sgridate. La madre manda la sorella a cercarlo per sottrarlo alle punizioni, mentre i compagni si nascondono dietro le finestre per godersi la scena.

La prima squadra si chiama Järnvägsgatan, come la via dove abita — «la strada della ferrovia». Prima di ogni partita bisogna sgomberare il campo da capre e pecore poco collaborative. Il primo allenatore, Adolfsson, lo fa calciare a piedi nudi un pallone riempito d’acqua. «I primi giorni soffrivo fino alle lacrime, ma da allora non avrei più avuto paura di niente e di nessuno», racconterà lui stesso.

Nel frattempo studia: si diploma ragioniere, si iscrive ai Buoni Templari — l’associazione svedese contro l’alcol — e per anni beve soltanto latte.

Gli anni di Norrköping

Il padre non lo lascia andare di casa prima dei ventun anni. Non appena maggiorenne, Liedholm segue il cuore e si accasa allo Sleipner, la squadra del suo idolo Tore Keller, allora in seconda divisione. Due anni dopo cede alle insistenze del tecnico ungherese Lajos Czeizler — «zio Lajos» per tutti — e passa all’IFK Norrköping, dove arrivano due campionati consecutivi.

Nell’autunno del 1946 il Norrköping va in tournée in Inghilterra. I giocatori sbarcano con le giacche di pelle di renna, e i giornali locali li accolgono con un titolo sprezzante: sembrano più cacciatori di balene che calciatori. Gli svedesi battono Charlton, Sheffield United e Newcastle, pareggiano col Wolverhampton: Stanley Rous, futuro presidente della FIFA, dirà di non aver mai visto un calcio così piacevole da guardare.

In nazionale debutta segnando contro la Danimarca. Alle Olimpiadi di Londra, nel 1948, una caviglia malconcia lo costringe a giocare all’ala sinistra, con il piede fasciato. In finale la Jugoslavia cede 3-1, grazie a due gol di Gunnar Gren e uno di Gunnar Nordahl. Il selezionatore Putte Kock gli farà il complimento più bello della carriera: una squadra di undici Liedholm sarebbe stata imbattibile. Un giornalista gli chiede allora chi avrebbe fatto il portiere. «Il problema non si sarebbe posto. Una squadra del genere non avrebbe avuto bisogno del portiere», risponde lui.

Il trasferimento al Milan

Di quella meravigliosa squadra, a varcare per primo il confine verso Milano è Nordahl. Il Milan punta inizialmente su un danese, ma i dirigenti della Juventus lo intercettano alla stazione; per farsi perdonare, Gianni Agnelli aiuta i rossoneri a strappare lo svedese ai bianconeri.

Liedholm, invece, esita a lungo. Dopo un’amichevole del Milan a Norrköping, passa un’intera notte in albergo con Czeizler, Nordahl e il dirigente Busini, che gli tiene il contratto sotto gli occhi. Nordahl lo rimprovera per l’indecisione. «Non ho mai saputo se lo faceva per amicizia o perché non vedeva l’ora di andare a dormire», dirà anni dopo.

Arriva a Milano nell’estate del 1949, insieme a Gren e Czeizler, con un caldo che non aveva mai conosciuto. Va a vivere a Lambrate, ospite dell’anziana signora Visentin, che diventa per lui una seconda madre. Dopo qualche mese comincia a sentirsi fiacco e senza forze: il medico gli chiede cosa beva a tavola. Latte, risponde lui. «Il latte lo metta nel caffè al mattino: fa troppo caldo in Italia per berne solo quello». È così che il vino entra nella sua vita italiana.

Il trio Gre-No-Li

A coniare la sigla è un cronista sardo del Corriere d’Informazione, Aldo Congiu, stanco di consultare l’almanacco a ogni pezzo: Gre-No-Li. San Siro impazzisce per le cannonate di Nordahl e per i ricami di Gren — «il professore», per la calvizie precoce —, mentre Liedholm lavora in silenzio, come il contrabbasso che tiene in piedi l’orchestra. Nordahl lo sa bene: «Noi brillavamo in funzione dell’instancabile attività di Liedholm. Degli applausi che toccavano soprattutto a noi non era mai invidioso».

Il primo campionato è travolgente e imperfetto: Nordahl segna 35 gol, il Milan vince 7-1 a Torino contro la Juventus, ma perde un derby assurdo per 6-5 dopo essere stato sul 4-1.

Lo scudetto arriva l’anno dopo, nel 1951, a quarantaquattro anni dal precedente. Alla penultima giornata il Milan perde in casa con la Lazio e torna negli spogliatoi convinto di aver buttato via tutto. Poi, da Torino, arriva la notizia: l’Inter ha perso. I tifosi scavalcano le recinzioni e invadono il campo.

Capitano rossonero

Gren se ne va, arriva l’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino. Con lui Liedholm costruisce un’intesa fatta soprattutto di sguardi: «Se mi voltava la schiena voleva dire: non mi lanciare. Quando si metteva di profilo era un invito a servirlo». Si racconta che San Siro abbia applaudito a lungo un suo passaggio sbagliato, il primo dopo due anni di gioco — e il fatto che l’aneddoto circoli ancora oggi dice qualcosa sulla sua fama di precisione.

Con Gipo Viani in panchina arretra a libero, ruolo che interpreta a modo suo, da primo regista più che da ultimo baluardo. Anni dopo Brera definirà Franz Beckenbauer «un libero alla Liedholm» — il tributo più alto che potesse ricevere. Arrivano altri scudetti, nel 1955, nel 1957 e nel 1959, l’ultimo giocato ad altissimo livello a trentasei anni compiuti.

Santiago Bernabéu lo vuole al Real Madrid, accanto ad Alfredo Di Stéfano: se ne parla per un’intera notte, ma Liedholm non se la sente di lasciare il Milan. Il Real lo ritroverà nella finale di Coppa dei Campioni del 1958 a Bruxelles: il Milan va due volte in vantaggio, poi un’entrata di Jocelito lo lascia in campo senza poter correre, in un’epoca senza sostituzioni. Pareggio nel finale, gol di Gento ai supplementari: 3-2 per gli spagnoli.

In panchina

Smette di giocare nel 1961 e per due anni allena i ragazzi del vivaio sui campetti del Parco Lambro. Nel 1963 Viani lo promuove alla prima squadra: punta su possesso palla e marcatura a zona a centrocampo, scelta che incuriosisce persino Stefan Kovács, futuro allenatore dell’Ajax del calcio totale, che passa una settimana a Milanello a filmarne gli allenamenti.

Nel 1964-65 il Milan chiude l’andata con sette punti di vantaggio sull’Inter di Helenio Herrera, che promette rimonte e non viene preso sul serio. Lo scudetto, alla fine, va proprio all’Inter. Poco dopo un’epatite — presa mangiando frutti di mare a Lecce — lo tiene per mesi tra la vita e la morte; quando guarisce scopre di non essere più l’allenatore del Milan. Nello stesso periodo un finto consulente finanziario gli fa sparire i risparmi di una vita.

Ricomincia dalla provincia: porta il Verona in Serie A, salva un Monza ultimo in classifica con soli due punti, vince la Serie B con il Varese lanciando Roberto Bettega. Alla Fiorentina fa esordire Giancarlo Antognoni, che secondo Brera «gioca guardando le stelle». Tornato al Milan nel 1977, lancia da libero un diciottenne di Travagliato, Franco Baresi, e nel 1979 vince lo scudetto della stella.

Lo scudetto con la Roma

L’uomo che lo vuole davvero è Dino Viola, ingegnere e presidente della Roma, che gli offre un contratto triennale e carta bianca. Liedholm chiede subito Ramon Turone, un libero; Viola obietta che uno già ce l’hanno. «Non si preoccupi, tanto giocheremo a zona, con il doppio libero», risponde lui.

Riporta a casa Bruno Conti dal Genoa, convince Carlo Ancelotti a lasciare il Parma — allora in Serie C. Nel 1980 arriva il brasiliano Paulo Roberto Falcão: Viola gli chiede qualche gol in più per accontentare gli abbonati, e Falcão chiude il discorso: «Presidente, non me lo chieda più. Io devo giocare per la squadra, non per i tifosi».

Nel 1981 un gol di Turone, annullato a Torino, costa alla Roma lo scudetto. Liedholm non si fa trascinare nelle polemiche: a chi gli chiede se l’arbitro avesse visto male, risponde «No, arbitro visto bene. Resto dello stadio visto male».

Due anni dopo, con Pietro Vierchowod in difesa e Agostino Di Bartolomei arretrato a costruire gioco, la Roma prende il largo. Perde in casa lo scontro diretto con la Juventus ed esce dal campo avvilita; alla vigilia della trasferta di Pisa, Falcão lo rassicura: «Tranquillo mister, vedrà che domenica segno io e vinciamo». Segna di testa, Di Bartolomei raddoppia su punizione. L’8 maggio 1983, a Marassi, arriva la certezza matematica. Un anno più tardi, la finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori contro il Liverpool, all’Olimpico, resterà per lui la delusione più grande da allenatore.

Il ritorno a settantacinque anni

Nel 1984 torna al Milan un’ultima volta da allenatore: è il primo tecnico dell’era di Silvio Berlusconi, che cerca una squadra veloce e aggressiva e la troverà presto in Arrigo Sacchi. Liedholm non se ne cruccia, e rivendica la sua parte di eredità: la difesa di Mauro Tassotti, Filippo Galli, Franco Baresi e Paolo Maldini ha imparato da lui i meccanismi del fuorigioco.

Tre anni dopo torna ancora alla Roma, stavolta come direttore tecnico. Poi, nel 1997, arriva la chiamata più sorprendente della carriera: il presidente Franco Sensi lo richiama in panchina per sostituire l’argentino Carlos Bianchi, esonerato a metà di una stagione nella quale non era riuscito a tirare fuori il meglio da una rosa ricca di talento. Liedholm ha settantacinque anni compiuti, e un cronista dell’Unità lo descrive come un vecchio coraggioso che torna su una panchina disastrata, mito vivente ormai italiano d’adozione, mentre si fanno già i nomi di Claudio Ranieri e Giovanni Trapattoni per la stagione successiva.

In otto giornate raccoglie una vittoria, due pareggi — tra cui l’1-1 nel derby con la Lazio — e cinque sconfitte; la Roma chiude il campionato al dodicesimo posto. A fine stagione lascia per sempre la panchina, con 996 presenze totali e la fama di maestro riconosciuta, tra gli altri, da Fabio Capello, Nevio Scala, Trapattoni e Ancelotti.

Gli ultimi anni nel Monferrato

Gli ultimi anni li passa nel Monferrato, in una tenuta comprata quasi per caso nel 1973, dopo che una villa a Sanremo gli era sfumata all’ultimo momento. L’ex Buon Templare diventa viticoltore, e la cantina produce — non poteva essere altrimenti — un vino chiamato Gre-No-Li. Il figlio Carlo porta avanti l’attività per trentasette anni.

Accanto a lui c’è Maria Lucia Gabotto, la sua Nina, conosciuta nel 1954: potranno sposarsi solo molti anni più tardi, quando la Chiesa annulla il primo matrimonio di lei, col figlio Carlo già decenne. Per l’eleganza lo chiamano «il conte»; poi, chissà perché, diventa «il Barone». «Quella è stata l’unica vera retrocessione della mia vita», scherzerà lui.

Racconta di essersi allenato in Svezia dribblando i suoi cani, che si muovevano come difensori; a chi gli chiede se abbia continuato anche in Italia risponde: «Non è per l’età, è che sono morti i cani». Giura di aver segnato un autogol con un tiro che, dopo aver colpito la traversa avversaria, ha attraversato tutto il campo.

Muore il 5 novembre 2007 a Cuccaro Monferrato, a ottantacinque anni. Di sé non vuole sentir dire che fosse un personaggio: «Mi ritengo piuttosto un antipersonaggio. Ho sempre rifiutato di esibirmi e ho cercato costantemente di respingere ogni clamore intorno alla mia persona». In una carriera lunga sessant’anni, tra campo e panchina, non ci riuscì mai del tutto — e forse fu proprio quella discrezione, più di ogni scudetto, a renderlo unico.


Autore: Storie di Calcio