Giovanni Trapattoni: il viaggio del Maestro

Il rumore dei torchi della tipografia si mescolava, nella testa di un ragazzino di Cusano Milanino, al rimbalzo di un pallone sul terreno battuto dell’oratorio. Erano gli anni della ricostruzione, quelli in cui si lavorava di giorno e si sognava di sera, e per Giovanni Trapattoni quel doppio ritmo sarebbe diventato presto un destino intero: prima calciatore, poi allenatore per quattro decenni, sempre fedele a un metodo e a un’idea di sé che il tempo non ha mai scalfito.

Cusano Milanino

Nacque a mezzanotte e quarantacinque di venerdì 17 marzo 1939, quinto figlio di Francesco, operaio alla Gerli, e di Romilde Bassani. Lo chiamarono Giovanni Luciano Giuseppe, ma per tutti sarebbe rimasto semplicemente Giovanni, come il nonno paterno. La famiglia veniva da Barbata, un paese vicino a Bergamo, e a Cusano viveva in una casa modesta di via 24 Maggio, oggi non più esistente.

Erano tempi duri. «Chi non è nato povero non può capire», avrebbe detto lui stesso ripensando a quegli anni. Ricordava con precisione i bombardamenti notturni, la corsa al rifugio a trecento metri da casa, il giorno della Liberazione trascorso a rincorrere il cioccolato lanciato dai soldati americani lungo la Milano-Bergamo. Finite le elementari andò a bottega da un artigiano lucidatore di mobili, poi in una fabbrica di prese elettriche, infine, a quattordici anni, come compositore tipografico alla Riboldi.

Il calcio restava però un’urgenza quotidiana. All’oratorio di San Martino giocava fino a quando i preti non spegnevano i fari, senza mai la foga di un ragazzino qualunque: già allora dirigeva, copriva, controllava. Passò al Frassati di Niguarda e poi al Cusano, dove lo notò Mario Malatesta, osservatore del Milan con un fiuto raro per i talenti.

Il provino e il lutto

Era il 1956. Il ragazzo di Cusano prese tre mezzi pubblici per arrivare al campo di Rogoredo, dove lo aspettava il provino che gli avrebbe cambiato la vita. Al Milan gli consegnarono la maglia numero 4, quella a cui sarebbe rimasto fedele per sempre.

Con la squadra giovanile, ribattezzata la «piccola Honved», vinse il Torneo di Viareggio nel 1959 e nel 1960, in un gruppo che comprendeva Sandro Salvadore, Noletti e Trebbi. Il 29 giugno 1959 debuttò in Coppa Italia, Milan-Como 4-1: sul tabellino della Gazzetta comparve un refuso, «Trappattoni», con la doppia p. Lo lesse anche suo padre Francesco, al quale Giovanni non aveva detto nulla dell’esordio. «Non avrò mai la fortuna di vederti», gli disse il giorno dopo, quasi un presentimento. Il 3 luglio un infarto se lo portò via.

Diciannove anni, sconvolto, senza certezze sul proprio futuro nel calcio, Trapattoni pensò di smettere. Fu Gipo Viani, dirigente rossonero, a convincerlo a restare, aiutato dal fratello Antonio. Il Milan gli raddoppiò quasi lo stipendio. Bastò quel gesto a tenerlo legato a un mondo che, di lì a poco, gli avrebbe dato molto di più di quanto in quei giorni potesse immaginare.

Roma 1960

L’esordio in Serie A arrivò il 24 gennaio 1960, voluto dall’allenatore Bonizzoni: Spal-Milan 0-3. Pochi mesi dopo Trapattoni si ritrovò tra gli atleti azzurri alle Olimpiadi di Roma, in un gruppo che comprendeva Gianni Rivera, Giacomo Bulgarelli, Tarcisio Burgnich e lo stesso Salvadore. Fu lì, in una cantina di Corso Traiano, che conobbe Paola, nipote del proprietario del locale. Timido com’era, si confidò con l’amico Bulgarelli, che gli rispose semplicemente: «È bellissima, ma lo devi dire a lei, mica a me». Fu un altro compagno di stanza, Luciano Magistrelli, a fare da intermediario. I due si sposarono nel 1964.

Le Olimpiadi lasciarono anche un rammarico sportivo, la semifinale persa al sorteggio della monetina contro la Jugoslavia dopo un pareggio, e un incontro destinato a pesare: quello con Nereo Rocco, tecnico della spedizione olimpica. Il 10 dicembre di quell’anno arrivò l’esordio in Nazionale maggiore, a Napoli, contro l’Austria.

Pelé e Wembley

Nel 1961-62 Trapattoni vinse il suo primo scudetto da titolare, accanto a Rivera, José Altafini e Dino Sani. Ai Mondiali cileni del 1962 restò però fermo per un infortunio, spettatore del proprio stesso sogno.

La consacrazione arrivò dieci giorni dopo l’altro, nel maggio 1963. Il 12, a San Siro, un’amichevole Italia-Brasile mise di fronte l’Italia e Edson Arantes do Nascimento, Pelé. Trapattoni lo marcò per ventisei minuti, prima che il fuoriclasse lasciasse il campo per un affaticamento muscolare: pochi minuti bastarono a costruire una leggenda, che lo stesso Pelé avrebbe poi confermato senza rancore, ricordando la pulizia e l’anticipo di quel giovane difensore.

Dieci giorni dopo, il 22 maggio, la finale di Coppa dei Campioni a Wembley contro il Benfica. I portoghesi partirono forte, in gol dopo diciotto minuti con Eusébio. Rocco decise di spostare Trapattoni sulla marcatura della «pantera nera»: la partita cambiò volto, Altafini segnò una doppietta nella ripresa e il Milan vinse 2-1, prima squadra italiana a conquistare la coppa più prestigiosa d’Europa. «Solo quando Maldini sollevò la coppa capimmo quello che avevamo fatto», avrebbe raccontato Trapattoni molti anni dopo.

Il ritorno di Rocco

Gli anni successivi furono meno luminosi. Nell’aprile 1965 Trapattoni chiuse anzitempo la propria esperienza in Nazionale, diciassette presenze e una rete, lasciando il ritiro di Coverciano prima di una sfida con la Polonia. Con Nils Liedholm in panchina perse anche il posto da titolare nel Milan, attraversando un periodo di sconforto.

Il ritorno di Rocco sulla panchina rossonera, nel 1968, gli restituì fiducia e centralità. Quando si parlò di una sua possibile cessione, il tecnico triestino tagliò corto con una frase in dialetto rimasta celebre: «Zò le man da Giuanìn», giù le mani da Giovannino. Trapattoni chiuse la carriera da calciatore nel 1972, dopo tredici stagioni al Milan e un’ultima annata al Varese: due scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Intercontinentale.

I primi passi in panchina

L’esordio da allenatore, ancora al Milan, fu segnato dal destino beffardo: il 20 maggio 1973, a Verona, con Rocco squalificato e Cesare Maldini malato, toccò a lui guidare la squadra nella domenica dello scudetto sfumato, il 5-3 che consegnò il titolo al Verona. L’anno seguente, con Maldini dimissionario, il presidente Buticchi gli affidò un gruppo in affanno a sei giornate dalla fine: Trapattoni portò comunque il Milan fino alla finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Magdeburgo.

Nella stagione 1974-75 fu vice di Giagnoni, mentre montava il conflitto tra l’allenatore e Gianni Rivera, ormai anche dirigente del club insieme a Duina. Fu proprio Rivera, l’anno dopo, a richiamare Rocco come consigliere e a promuovere Trapattoni in prima squadra: una convivenza complicata, tra un allenatore e un giocatore che era anche il padrone del club. «Se c’era da togliere Gianni dal campo lo facevo», avrebbe ricordato Trapattoni. Decise di chiudere quell’esperienza; furono l’Atalanta e il Pescara a farsi avanti, ma un consiglio del giornalista Piercesare Baretti lo indirizzò altrove: la Juventus.

Il ciclo bianconero

Trapattoni arrivò a Torino nel 1976, senza rivoluzionare una rosa già forte. Portò con sé Roberto Boninsegna e Romeo Benetti, lanciò il giovane Antonio Cabrini. Il duello scudetto con il Torino si risolse all’ultima giornata, 51 punti contro 50: fu il diciassettesimo titolo bianconero, accompagnato dalla prima Coppa Uefa della storia della Juventus, conquistata contro l’Atlético Bilbao.

L’arrivo dell’irlandese Liam Brady portò altri due scudetti. Nel 1981-82, quello della seconda stella, si decise a Catanzaro, con un rigore segnato proprio da Brady: sapeva già che l’anno successivo la sua maglia numero 10 sarebbe andata a Michel Platini, ma scelse comunque di consegnare il titolo alla squadra prima di lasciarla.

Platini e l’ombra di Heysel

La stagione 1982-83, con un attacco che schierava Platini, Zbigniew Boniek, Paolo Rossi e Roberto Bettega, non produsse lo scudetto, conquistato invece dalla Roma. Restava la Coppa dei Campioni, persa in finale ad Atene contro l’Amburgo il 25 maggio 1983: una delusione che portò Trapattoni vicino all’addio. La società lo trattenne, e l’anno successivo arrivarono Coppa Italia, Mundialito per club, scudetto e Coppa delle Coppe. Tra Trapattoni e Platini le idee tattiche non sempre coincidevano: «Mister, se teniamo la palla lontana dalla nostra area rischiamo meno», gli disse una volta il francese. «Bravo, Michel. Ma intanto fammi vedere chi ce l’ha, la palla», fu la replica.

Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool si trasformò in tragedia: il crollo di un muro nel settore Z, provocato dagli scontri tra le tifoserie, causò trentanove morti. La partita si giocò comunque, la Juventus vinse 1-0 e conquistò il trofeo che ancora le mancava, ma senza alcuna voglia di festeggiare. «Questa ferita resterà sempre aperta», disse Trapattoni.

L’addio e l’Inter dei record

Il 27 aprile 1986, a Lecce, Trapattoni chiuse il suo primo ciclo bianconero con il sesto scudetto in dieci stagioni e un bilancio di 462 partite dirette. Passò poi all’Inter, dove costruì una delle squadre più forti della storia del campionato italiano: la stagione 1988-89 si chiuse con 58 punti in 34 giornate, ventisei vittorie, sessantasette gol segnati e appena diciannove subiti, grazie anche ai due tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme. Nel 1991 regalò all’Inter una Coppa Uefa che mancava da ventisei anni, battendo in finale la Roma.

La Germania

Il ritorno alla Juventus, tra il 1991 e il 1994, fu meno felice: nonostante la Coppa Uefa vinta nel 1993 con il trio Roberto Baggio–Gianluca Vialli-Andreas Möller, la contestazione crebbe fino allo striscione «Trapattoni, vattene» apparso il 2 aprile 1994.

Fu Franz Beckenbauer a richiamarlo in Germania, al Bayern Monaco. Restò celebre la sua sfuriata contro i giocatori Thomas Strunz, Mario Basler e Mehmet Scholl: «Was erlaubt sich ein Strunz?», come si permette uno Strunz. Quella conferenza stampa diventò, nel 1998, una hit da discoteca in Germania. Dopo una breve parentesi al Cagliari, tornò al Bayern e nel maggio 1997 vinse la Bundesliga, primo allenatore straniero a riuscirci, seguita dalla Coppa di Lega tedesca.

Gli ultimi viaggi

Seguirono altre tappe, più brevi ma non meno intense. Alla Fiorentina, tra il 1998 e il 2000, guidò Gabriel Batistuta fino a una storica qualificazione in Champions League, con le vittorie su Arsenal e Manchester United. Sulla panchina della Nazionale, dal 2000 al 2004, portò l’Italia al Mondiale 2002 e all’Europeo 2004, entrambi chiusi anzitempo. Vinse poi il campionato portoghese con il Benfica, dopo undici anni di attesa, ebbe una parentesi complicata allo Stoccarda e conquistò un decimo titolo nazionale, in un quarto paese diverso, con il Red Bull Salisburgo nel 2007, eguagliando un primato che apparteneva solo a Ernst Happel. Chiuse la carriera in panchina guidando l’Irlanda, che portò a un Europeo dopo ventiquattro anni di assenza, con l’aiuto del vecchio amico Liam Brady. Un cammino lunghissimo, iniziato su un campetto di terra battuta a Cusano Milanino e mai davvero interrotto.


Autore: Storie di Calcio