Josè Altafini: l’uomo dalle mille vite

José Altafini decise di diventare qualcun altro prima ancora di sapere bene chi fosse. A Piracicaba lo chiamavano già “Mazzola” quando vestiva ancora i calzoncini del settore giovanile del Palmeiras, convinto da un allenatore che in una vecchia fotografia aveva ritrovato la stessa stazza e lo stesso sguardo dello sfortunato capitano del Grande Torino. Fu solo l’inizio di una metamorfosi che lo avrebbe portato, nell’arco di tre decenni, a vestire le maglie di Milan, Napoli e Juventus, a vincere un Mondiale con il Brasile e una Coppa dei Campioni da separato in casa con la propria terra natale, fino a reinventarsi, una volta appese le scarpette al chiodo, come la voce più imitata della televisione sportiva italiana.

Un ragazzo di Piracicaba

Nasce il 24 luglio 1938 a Piracicaba, nello Stato di San Paolo, figlio di Gioacchino Altafini e di Maria Marchesoni, originaria di Caldonazzo, in Trentino: un sangue italiano che tornerà utile molti anni dopo. Il padre lavora in uno zuccherificio, la madre fa la domestica in casa di una famiglia benestante; José, da ragazzino, ruba la frutta nei campi e scappa a gambe levate prima di farsi beccare.

A stento consegue un diploma da meccanico in un istituto professionale: il calcio, più che una vocazione, sembra l’unica via di fuga possibile da una vita di fabbrica. A 17 anni entra nelle giovanili del Palmeiras. Un allenatore, Claudio Cardoso, nota una fotografia del Grande Torino appesa negli uffici del club e gli dice: “Tu assomigli a Mazzola.” Da quel giorno José non è più solo José: a Piracicaba lo chiamavano “Cuíca”, ma ora, per tutto il Brasile calcistico, diventa Mazzola, un soprannome impegnativo che porterà, dirà poi, “con grande orgoglio e rispetto.”

Il Mondiale di Svezia e lo sbarco in Italia

Il 9 giugno 1957 segna cinque gol in una sola partita contro il Noroeste, un record che resiste ancora oggi nei libri del Palmeiras. Una settimana dopo debutta nella Seleção, servito da Garrincha: segna subito, e i giornali titolano “Altafini una promessa.” Il 6 marzo 1958 è protagonista della leggendaria sconfitta per 7-6 contro il Santos del giovanissimo Pelé, segnando comunque una doppietta.

È convinto di avere la classe per non restare all’ombra di nessuno, nemmeno del compagno di squadra che di lì a poco diventerà il più grande di tutti: Pelé. Ai Mondiali svedesi Mazzola si laurea comunque campione del mondo a non ancora vent’anni, pur giocando solo spezzoni contro Austria, Inghilterra e Galles. Durante il torneo gli osservatori del Milan, che lo avevano già notato in alcune amichevoli contro Inter e Fiorentina, chiudono la trattativa per una cifra giudicata all’epoca una fortuna.

Il debutto rossonero e lo scontro con Viani

La prima stagione in rossonero è un tripudio: agli ordini di Gipo Viani, il ventenne segna 28 reti in campionato e altre 4 in Coppa Italia, 32 in 36 partite complessive, e regala al Milan il settimo scudetto. “Non ero nemmeno ventenne e da quel momento, grazie al Milan, è cambiata la mia vita. Essere rossonero ha voluto dire imparare a essere uomo”, racconterà.

Con lui arriva in Italia anche lo zio Angelo Mascheroni, e la cosa non piace a Viani, che nel frattempo ha preso a pedinarlo. Lo sorprende in un locale notturno milanese: Altafini si nasconde dietro un divanetto, Viani se ne va furioso e da quel giorno lo chiama “Coniglio.” L’anno seguente arrivano altri 28 gol in 40 partite, ma il Milan chiude solo terzo ed esce in Coppa dei Campioni contro il Barcellona.

La maglia azzurra e la beffa del Cile

Nel 1961, ultima stagione di Liedholm e prima di Rivera, le origini italiane valgono a Altafini la chiamata in Nazionale: debutta segnando nel 4-2 in Israele. I Mondiali cileni del 1962, però, sono un disastro: gli oriundi — lui, Sivori, Sormani, Maschio — vengono indicati come i colpevoli della débâcle. Dopo sei presenze e cinque gol, Altafini non vestirà mai più l’azzurro.

Al Milan, intanto, Viani vorrebbe disfarsene, ma l’arrivo di Nereo Rocco lo rende intoccabile. “È un coniglio”, tuona ancora Viani. “Monade”, ribatte il Paròn: “El sè xe un gran zogador.”

Rocco, lo scudetto e l’assalto all’Europa

Il Paròn ci aveva visto giusto: il 1961/62 è trionfale. Altafini unisce la forza bruta di un bisonte alla classe di un funambolo — spada e fioretto, lo definiranno — e con 22 reti riporta lo scudetto a Milano, spalancando le porte della Coppa dei Campioni. Nell’eliminatoria contro l’Union Luxembourg è mattatore con otto gol complessivi; stende il Galatasaray con una tripletta; supera l’Ipswich Town (3-0 e 1-2) e il Dundee in semifinale (5-1 e 0-1), pur restando a secco in entrambi i doppi confronti. In campionato segna “appena” 11 reti, il dato più basso in cinque stagioni: sta risparmiando energie per l’appuntamento più importante.

Wembley, la notte del riscatto

Il 22 maggio 1963, a Wembley, la finale contro il Benfica di Eusebio si mette male: il Milan va sotto e gioca a sbalzi. Nell’intervallo Rocco scuote l’orgoglio dei suoi: “Ciò, Iosè, el ga razon Gipo, ti sè un conejo.” Cesare Maldini prende in mano la regia in campo, le panchine sono troppo lontane per dialogare con la squadra, e il Milan si trasforma: trascinato da una doppietta di Altafini, vince 2-1 e alza per primo tra le italiane la Coppa dei Campioni.

Con 14 reti Altafini è capocannoniere del torneo, un record che resisterà decenni; 31 i suoi gol stagionali complessivi. “Senza i crampi sarei andato a segnare anche il terzo gol”, dirà a fine partita, prima di ricevere i complimenti di Helenio Herrera e rispondergli, guascone: “Quello sì che se ne intende.” “Al Milan devo tutto”, aggiungerà. “Forse altrove avrei guadagnato di più, ma questa è una società che mi ha permesso di vincere 2 scudetti e una Coppa Campioni, che mi ha insegnato tutto.”

La rottura e l’addio al Milan

Il 1964 porta altre 19 reti e la beffa dell’Intercontinentale, persa contro il Santos per una direzione arbitrale discussa. Nel 1964/65 scoppia la rottura: il presidente Riva rimanda il rinnovo, Altafini fugge in Brasile ad allenarsi col Palmeiras — “senza contratto non gioco” — salvo poi pentirsene e mandare una cartolina al Presidente a Natale. Viani pone il veto, Riva si ammorbidisce, e a febbraio Altafini torna in rosa.

Ma il momento è perduto: il Milan, primo con nove punti su Inter, crolla proprio al suo rientro e lo scudetto finisce ai nerazzurri. “Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perché, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa.” Il Napoli lo acquista insieme a Sivori, preso dalla Juventus, in un controesodo che infiamma il mercato.

Napoli, il duetto con Sivori

A Napoli l’intesa con Sivori incanta subito il San Paolo: 14 gol il primo anno, 16 il secondo, 13 il terzo. Prima di partire per il ritiro, in macchina con Sivori, Altafini gli confida: “Omar, io non voglio diventare il re, a me basta che mi passi la palla e faccio gol.” Con il tempo, però, Sivori inizia a cercare la ribalta tutta per sé e il rendimento di Altafini cala: appena 5 gol nel 1969, 8 l’anno successivo, 7 nel 1971. Nel 1972, a 34 anni, con un contratto “a gettone” firma comunque 8 reti, risultato che invece di chiudere la carriera la rilancia verso l’ultima, inattesa avventura bianconera.

Il tredici della Juventus

A Torino deve fare da riserva di lusso a Bettega e Anastasi, ma in ventitré partite segna nove gol, più di entrambi. Decisivo il 3 dicembre 1972 contro la Fiorentina, decisivo il gol di testa del 20 maggio 1973 all’Olimpico contro la Roma, che apre la strada al secondo tricolore di fila firmato da Cuccureddu. In Coppa dei Campioni salva la Juventus dall’eliminazione contro l’Ujpest, segna due gol al Derby County in semifinale, ma si arrende in finale all’Ajax di Cruijff.

Il 6 aprile 1975, 37 anni, entra a un quarto d’ora dal termine in Juventus–Napoli, accolto dai fischi dei tanti tifosi partenopei presenti allo stadio. A due minuti dalla fine segna il gol che regala alla Juventus lo scudetto, diventando per sempre, agli occhi del suo vecchio pubblico, “core ‘ngrato.” È un copione che si ripete così spesso — ingresso a gara in corso, gol risolutivo — che in bianconero coniano un termine apposta: la “zona Altafini.”

Oltre il campo: telecronista e leggenda

Smette, quasi, a 38 anni: tenta persino l’avventura nordamericana con il Toronto Italia nell’estate 1976, poi approda in Svizzera, al Chiasso, che salva dalla retrocessione, e infine chiude a 41 anni con il Mendrisiostar. Un fenomeno di longevità che ricorda Matthews, nobilitato cavaliere dalla Regina per meriti sportivi.

La seconda vita è davanti alle telecamere. Accanto al giornalista Gianni Brera, con cui nel 1959 scrive già un libro su come si colpisce un pallone, Altafini inventa come commentatore tecnico un linguaggio tutto suo — il celebre “golaço”, l’esclamazione “incredibile, amici!” — diventando una delle voci più riconoscibili, e imitate, della televisione sportiva italiana. Si racconta che un’estate, in vacanza in Brasile e prestato per un giorno a un microfono locale, annoiato da una partita senza storia si mise a raccontare in diretta una barzelletta infinita: un telespettatore indignato chiamò la redazione chiedendo di far smettere Altafini di dire parolacce in diretta. Lui, da allora, ride ancora di quell’equivoco.

Vive a Legnano con la moglie Annamaria, un amore che dura da sessant’anni. Oggi, ormai ultraottantenne, confessa che ripensare al calcio di oggi lo rende “triste”, ma aggiunge di non avere paura di nulla, nemmeno della morte: “il mio angelo custode mi ha sempre salvato.” Josè Altafini ha collezionato più vite di un gatto e più gol di quasi chiunque altro: un animale da area di rigore diventato, alla fine, un animale da telecamera.


Autore: Storie di Calcio