Gianluca Vialli: da Cremona al Paradiso del calcio

A Cremona, nel cortile di casa Vialli, il pallone non si ferma mai. Lo ha voluto così Gianfranco Vialli, imprenditore e padre di cinque figli, mettendo a disposizione dei ragazzi del quartiere uno spazio abbastanza grande da coltivarci una passione. L’ultimo dei cinque, nato il 9 luglio 1964, è già il più atteso tra i compagni di gioco: scivola tra gli avversari con una facilità che non sembra appartenere alla sua età.

A notare per primo quella stoffa è Franco Cristiani, professore d’italiano con la vocazione del selezionatore, che allena i giovanissimi del Pizzighettone. A dodici anni Gianluca si tessera con la sua squadra, dopo essersi diviso fino ad allora tra l’oratorio di città e quello di campagna, a Grumello, dove la famiglia trascorre le estati. L’avventura dura però solo cinque partite: un controllo anagrafico scopre che il ragazzo, nato a ridosso del cambio di semestre, è fuori quota per la categoria. Fine della parentesi, inizio di qualcos’altro.

Il cartellino giusto

A farsi avanti è la Cremonese, che porta nelle casse del Pizzighettone mezzo milione di lire e tessera, insieme a Vialli, anche la mezzala Malvassori. «Era più bravo di me», dirà anni dopo il campione, ma sarà lui, non l’amico, a lasciare il segno nel calcio italiano.

Con la maglia grigiorossa Vialli debutta in prima squadra a sedici anni. Lo lancia Vincenzi, lo conferma Mondonico, che stravede per lui: trentuno presenze e cinque reti nella prima stagione fra i cadetti, trentacinque e otto l’anno successivo. Al secondo tentativo arriva anche la promozione in Serie A, con dieci gol in trentasette partite. È l’ultimo regalo alla squadra della sua città: da un anno il suo cartellino è già bloccato dalla Sampdoria di Paolo Mantovani, che ha bruciato sul tempo la Juventus. Il presidente Luzzara ne aveva parlato con Giampiero Boniperti, ma i conti dei bianconeri si erano fermati davanti a una spesa giudicata eccessiva. Un’esitazione che la Sampdoria non si lascia sfuggire.

Sotto la guida di Mantovani

A vent’anni, Gianluca Vialli lascia per la prima volta Cremona e si trasferisce tra Nervi e Bogliasco. Debutta con la Sampdoria il 16 settembre 1984, curiosamente proprio contro la Cremonese. È l’inizio di otto stagioni che cambieranno la storia del club blucerchiato.

Dietro quella squadra c’è Paolo Mantovani, presto ribattezzato dai tifosi “Paolo VII”, capace di trasformarsi in una guida quasi paterna per i giovani talenti su cui ha deciso di costruire un ciclo. Al suo fianco lavora il direttore sportivo Paolo Borea. A fine stagione arriva il primo trofeo della storia doriana, la Coppa Italia conquistata contro il Milan, mentre in campionato la squadra di Bersellini chiude al quarto posto. È in questi mesi che cominciano a legare, dentro e fuori dal campo, Vialli e Roberto Mancini, Pietro Vierchowod e Moreno Mannini. Quando Bersellini lascia, al suo posto arriva Vujadin Boškov, saggio e ironico, un altro degli uomini che Vialli descriverà sempre come una figura paterna.

Le tentazioni del mercato

Due stagioni di Serie A bastano a fare di Vialli un nome capace di scuotere il mercato. Nel 1986 Silvio Berlusconi, presidente del Milan, prova a convincerlo con un’offerta da quindici miliardi di lire. Mantovani vacilla, ma è il giocatore a dire no: «Ci ho pensato una notte intera», racconterà, spiegando che nelle grandi squadre si rischia di contare solo in base ai risultati, mentre a lui interessa restare prima di tutto una persona.

Negli anni seguenti bussano ancora alla porta blucerchiata il Napoli, che nel 1987 si vede rifiutare un rilancio fino a cinquanta miliardi, e il Real Madrid, nel 1988. Nel marzo di quell’anno Vialli firma con la Sampdoria fino al 1992, definendo Genova una città «a misura d’uomo» e la sua squadra «una grande famiglia». Nemmeno la Juventus dell’avvocato Giovanni Agnelli, che tornerà alla carica nel 1989 insieme a Mancini e Vierchowod, riesce a smuovere Mantovani.

I Sette Nani

È in questi anni che nasce il soprannome destinato a restare: i Sette Nani. Ogni giovedì, nella saletta privata del ristorante di Edilio Buscaglia, Vialli diventa Pisolo, Mancini è Cucciolo, Moreno Mannini veste i panni di Eolo, mentre il diesse Borea recita da Dotto. Un rito tra amici, prima ancora che tra compagni di squadra, fondato su un patto implicito: restare uniti fino allo scudetto.

Al centro di quel gruppo cresce soprattutto l’intesa tra Vialli e Roberto Mancini, presto ribattezzati i “Gemelli del gol”. Due caratteri diversissimi — scaltro e diplomatico il primo, istintivo e ruvido il secondo — ma complementari sul campo quanto nella vita, al punto da restare legati per oltre trent’anni.

La notte di Göteborg

Nel 1989 la Sampdoria sfiora il primo trionfo europeo, perdendo a Berna la finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona di Johan Cruijff. Un anno dopo, a Göteborg, la rivincita è immediata: il 9 maggio 1990 i blucerchiati ritrovano l’Anderlecht in finale. La partita resta bloccata fino ai supplementari, poi Gianluca Vialli decide tutto da solo, con una doppietta tra il 105′ e il 108′. È il trofeo più importante nella storia del club, e Vialli chiude il torneo da capocannoniere con sette reti.

Il Mondiale amaro

Alla vigilia di Italia ’90 Vialli è il giocatore più atteso della Nazionale di Azeglio Vicini, capitano in alcune uscite di avvicinamento e autore di gol decisivi nel cammino verso la fase finale dell’Europeo di due anni prima. Tutto sembra preparare la sua consacrazione definitiva davanti al pubblico di casa.

Succede l’opposto. All’esordio contro l’Austria, Salvatore Schillaci entra dalla panchina al 75′ e segna quattro minuti dopo, aprendo una favola personale che finirà per oscurare l’intero torneo. Vialli resta ai margini, gioca a sprazzi, non trova il gol che inseguiva da una vita. Reagisce come sa fare: in silenzio, lavorando, lontano dai riflettori.

Lo scudetto blucerchiato

La risposta arriva nella stagione successiva. Alla Sampdoria approda l’ucraino Mikhailichenko, accolto con diffidenza, ma è Vialli a guidare la rincorsa al titolo che il club insegue da sempre. Diciannove gol in ventisei partite, record personale, bastano a laurearlo capocannoniere e a trascinare i blucerchiati al primo scudetto della loro storia, il 19 maggio 1991.

Di quel gruppo Vialli ricorderà sempre il senso di appartenenza, descrivendolo come «una famiglia dove comandava Paolo Mantovani». Un’epoca irripetibile, costruita attorno a un presidente, a un gruppo di amici e a un sogno coltivato per anni.

L’ultimo atto a Genova

La stagione seguente porta in bacheca anche la Supercoppa Italiana, ma la vera posta in gioco è l’Europa dei grandi. La Sampdoria debutta nella Coppa dei Campioni ed elimina Rosenborg, Honvéd, Stella Rossa e Panathinaikos, arrivando fino a Wembley. Il 20 maggio 1992 ritrova ancora il Barcellona: decide Ronald Koeman su punizione, al 110′. Vialli, lungo il cammino europeo, ha segnato sei reti. Non bastano.

È la fine di un ciclo. Davanti all’offerta della Juventus, che porta a Genova oltre dieci miliardi di lire e diversi giocatori, Vialli stesso accetta di partire: «Meglio una Samp in A senza Vialli che una Samp in B tra qualche anno», dirà, spiegando una scelta sofferta quanto necessaria.

Gli anni difficili di Torino

L’approdo alla Juventus, nell’estate del 1992, non è l’inizio trionfale che tutti immaginano. Giovanni Trapattoni lo arretra a centrocampo, con risultati deludenti per tutti. Tra infortuni — una frattura al piede, poi una da stress — e un’intesa mai trovata con il tecnico, le prime due stagioni bianconere sono le più complicate della carriera di Vialli, che intanto perde anche per un periodo il posto in Nazionale.

Il legame con la società resiste, in particolare quello con l’avvocato Giovanni Agnelli, con cui il giocatore stringe un rapporto quasi di amicizia: «Credo che l’Avvocato parli volentieri di calcio con me», dirà. Nel 1993 arriva comunque un trofeo, la Coppa Uefa, con Vialli tra i protagonisti del cammino bianconero.

Marcello Lippi e la rinascita

Il cambiamento porta il nome di Marcello Lippi, arrivato sulla panchina della Juventus nel 1994. È lo stesso Vialli a confidargli il desiderio di tornare a Genova, ma il nuovo allenatore lo convince a restare, rilanciandolo al centro del progetto: «Nei primi due anni di Juve mi sentivo come Brancaleone allo sbaraglio», ammetterà più tardi il giocatore.

Nel tridente con Fabrizio Ravanelli, Roberto Baggio e il giovane Alessandro Del Piero, Vialli ritrova la forma migliore. Nel 1994-95 arriva lo scudetto che mancava da nove anni, insieme alla Coppa Italia, mentre la Supercoppa Italiana del gennaio 1996 porta ancora la sua firma, con il gol decisivo contro il Parma.

La notte di Roma

Il capolavoro arriva in Coppa dei Campioni. La Juventus di Lippi elimina Borussia Dortmund, Steaua, Rangers, Real Madrid e Nantes, raggiungendo la finale di Roma contro l’Ajax, il 22 maggio 1996. La squadra bianconera vince ai calci di rigore, e Gianluca Vialli alza al cielo dell’Olimpico la coppa più inseguita della carriera, da capitano.

È il momento in cui, forse, decide che il suo ciclo in bianconero è compiuto. Quattro stagioni, cominciate in sordina e chiuse da trionfatore.

L’Inghilterra e il nuovo inizio

Nel 1996 Vialli si trasferisce al Chelsea, chiamato dall’allenatore-giocatore Ruud Gullit, con cui però l’intesa dura poco: viene escluso dalla formazione titolare. La rivincita arriva nel febbraio 1998, quando il club esonera Gullit e affida la squadra proprio a Vialli, nella doppia veste di giocatore e allenatore.

Sotto la sua guida il Chelsea conquista la Coppa delle Coppe, la Coppa di Lega inglese e la Supercoppa Europea, dopo aver già vinto la Coppa d’Inghilterra l’anno precedente come attaccante. Un palmarès che completa, lontano da casa, la carriera di uno dei protagonisti del calcio italiano degli anni Ottanta e Novanta.

Il nodo mai sciolto con la Nazionale

Con la maglia azzurra, il rapporto di Vialli resta per anni un capitolo complicato. Dopo Italia ’90 torna protagonista, trascinando la Sampdoria allo scudetto, ma con Arrigo Sacchi l’intesa non decolla mai davvero. Il nuovo commissario tecnico lo convoca per un solo anno, poi punta su Pierluigi Casiraghi: dietro la scelta tecnica, ammetterà più tardi lo stesso Vialli, c’è anche un fastidio reciproco per le regole rigide imposte al gruppo. Arrivano dichiarazioni al vetriolo da entrambe le parti, fino a quelle del presidente federale Antonio Matarrese, che nel 1993 liquida la questione: «Per Zenga e Vialli la Nazionale è un discorso finito».

Un tentativo di riavvicinamento, nell’estate del 1995, naufraga proprio per lo stesso orgoglio che aveva reso Vialli un leader naturale negli spogliatoi: «Non avrei mai immaginato che le convocazioni azzurre potessero essere decise col benestare dei giocatori», dichiara, chiudendo definitivamente la questione. Restano cinquantanove presenze e sedici reti, un bottino che lui stesso giudicherà sufficiente: «Non è poco. Ho lasciato il segno, e mi basta».

L’attesa dopo Londra

Lasciata la panchina del Chelsea nel 2000, Vialli fatica a trovare la squadra giusta per proseguire la carriera da allenatore. Accetta la proposta del Watford di Elton John, ma l’esperienza dura poco: manca un progetto reale dietro il nome altisonante del club, e Vialli lascia l’incarico senza rimpianti. Per anni spera in una chiamata dalla Nazionale del dopo Lippi o dalla Juventus del dopo Moggi, ma l’offerta che desidera non arriva mai. Si dedica così al ruolo di commentatore televisivo, mantenendo comunque un legame costante con il calcio che lo ha reso celebre.

Epilogo

Dopo il ritiro, Vialli resta legato al calcio come allenatore, dirigente e commentatore, senza mai perdere il filo con Roberto Mancini. Nel 2019 accetta di diventare capo delegazione della Nazionale guidata proprio dall’amico di una vita, e due anni dopo i due si ritrovano abbracciati al centro di Wembley, dopo la vittoria degli Europei.

Gianluca Vialli muore a Londra il 6 gennaio 2023, a 58 anni, dopo una malattia affrontata per cinque anni con la stessa compostezza mostrata in campo. Il cortile di Cremona, da cui tutto era partito, è ancora lì: il pallone, quello, si è fermato.


Autore: Storie di Calcio