I ventilatori nascosti dietro le bandiere, pronti a farle sventolare anche senza un filo di vento: pochi dettagli raccontano meglio lo spirito dei Giochi di Tokyo del 1964. Tutto asettico, tutto programmato, persino un po’ freddo. Per la prima volta un satellite artificiale porta le immagini in diretta su tutto il pianeta, e in mezzo a questa festa della tecnologia Abebe Bikila vince ancora la maratona, stavolta con le scarpette ai piedi. Anche il torneo di calcio, disputato dall’11 al 23 ottobre tra Tokyo, Yokohama, Saitama, Osaka e Kyoto, porta i segni di quell’epoca di transizione.
Il dominio dell’Ungheria
Dopo dodici anni torna a comandare l’Ungheria, trascinata dal bomber Ferenc Bene, autore di 12 gol, un record olimpico mai più eguagliato. In finale i magiari regolano 2-1 la Cecoslovacchia davanti a settantamila spettatori, molti dei quali studenti giapponesi in divisa nera. Il livello tecnico non è più quello della Grande Ungheria di un tempo, ma basta e avanza contro avversari poco irresistibili: nella ripresa arriva l’uno-due decisivo, i boemi accorciano solo a dieci minuti dalla fine.
Dietro, forse, pesa anche la fatica della semifinale durissima contro la Germania, ribaltata 2-1 dopo lo svantaggio iniziale e la superiorità numerica arrivata con l’infortunio del terzino Urbanczyk. Il bronzo va proprio ai tedeschi, ultima volta in campo con una squadra unificata, che piegano 3-1 l’Egitto, già travolto 6-0 dagli ungheresi nell’altra semifinale.
Il ritiro polemico dell’Italia
Fuori dai giochi, in tutti i sensi, resta l’Italia, qualificata alla fase finale e poi ritirata all’ultimo momento. La federazione azzurra viene accusata di professionismo: pochi giorni prima dell’apertura, il Cio comunica il divieto di schierare una formazione fatta interamente di giocatori pagati profumatamente, pur regolare secondo le norme Fifa. Tra i convocati dell’olimpica guidata da Edmondo Fabbri ci sono Facchetti, Zoff, Mazzola, Domenghini e De Sisti.
Sulla vicenda interviene il direttore de “Il Calcio e Ciclismo Illustrato” Giuseppe Melillo, che difende gli azzurri dalle colonne del giornale: «Il calcio non è più divertimento, è una fonte di guadagno. La verità è che siamo tutti virtualmente professionisti, almeno per tendenza». Per Melillo il “no” italiano ai Giochi del 1964 segna il crollo di un pilastro dell’intera impalcatura olimpica, e altri seguiranno presto quella strada. Profezia solo parzialmente azzeccata: il Cio allargherà le maglie negli anni successivi, ma senza mai spalancare del tutto le porte.
Un’occasione sprecata
Peccato, perché quella Olimpica italiana, capace di eliminare in qualificazione la Turchia (2-2, 7-1) e la Polonia (3-0, 1-0), avrebbe potuto recitare un ruolo importante in un torneo dal tasso tecnico non eccezionale. Ma ormai da anni il calcio dell’Est, quello coltivato “in provetta” dai regimi comunisti, è l’unico rimasto fedele all’ideale olimpico: le sue nazionali maggiori si presentano intatte ai Giochi, mentre altrove il dilettantismo è ormai un guscio vuoto.