Top

Bad Boys Forever

Dieci ritratti di uomini che il pallone lo giocavano, sì, ma soprattutto lo facevano temere.

Il calcio ha sempre avuto la sua fauna di intimidatori: mediani che si sedevano su una caviglia altrui come fosse una panchina, terzini capaci di trasformare un contrasto in una questione di pronto soccorso, portieri che uscivano dai pali con le stesse intenzioni di un ariete da sfondamento. Non parliamo di semplice ruvidezza agonistica, ma di episodi rimasti incisi nella memoria collettiva più delle giocate dei campioni che li hanno subiti — dalla caviglia di Maradona rotta a Barcellona alla “stretta” di Vinnie Jones a Gascoigne, finita su tutte le prime pagine inglesi. Ecco dieci nomi di quella galleria di duri, con un paio di conterranei inclusi nella rosa.


Nobby Stiles

Mediano del Manchester United e della Nazionale inglese, Nobby Stiles scendeva in campo senza occhiali né dentiera, lasciati entrambi negli spogliatoi. L’aspetto miope e sdentato non tragga in inganno: i suoi interventi erano temuti in tutta la Football League, e il trequartista avversario sapeva fin dal fischio d’inizio che sarebbe stata una domenica di marcatura ravvicinata, spesso oltre il limite del regolamento.

Non era solo un demolitore: nella semifinale mondiale del 1966 contro il Portogallo fu lui a incollarsi per novanta minuti a Eusébio, riuscendo a spegnerne quasi del tutto la pericolosità offensiva. Fuori dal campo, con gli occhiali rimessi a posto, aveva l’aria del tranquillo impiegato di banca: una specie di dottor Jekyll & Mister Hyde calcistico.


Andoni Goikoetxea

Lo chiamavano el Carnicero de Bilbao, il macellaio di Bilbao, e il soprannome non nasceva da un eccesso di fantasia giornalistica. Difensore dell’Athletic Bilbao e della Spagna, Andoni Goikoetxea aveva già spezzato il legamento crociato di Bernd Schuster nel dicembre 1981, chiudendo di fatto la stagione migliore del centrocampista del Barcellona.

Il 24 settembre 1983, al Camp Nou, toccò a Diego Armando Maradona: un intervento a piedi uniti da dietro, nel cuore della sua metà campo, gli fratturò la caviglia e lo tenne fermo oltre tre mesi. Chi era in campo quella sera ricorda ancora il suono secco dell’osso che cedeva. Goikoetxea non ha mai rinnegato nulla: per anni ha conservato in una teca, a casa sua, gli scarpini che indossava quel giorno.


Vinnie Jones

Il 6 febbraio 1988, a Plough Lane, Wimbledon e Newcastle pareggiano 0-0, ma la partita passa alla storia per un solo fotogramma: Vinnie Jones, incaricato di marcare a uomo il giovanissimo Paul Gascoigne, gli infila una mano tra le gambe e stringe. Diventerà una delle immagini più riprodotte nella storia del pallone inglese.

Jones ha raccontato di aver ripescato, in quell’istante, il consiglio di un allenatore delle giovanili: «Se ti si avvicinano troppo, prendili lì». Con quella maglia dei “Dons” vincerà la sua FA Cup, prima di trasferirsi a Hollywood e trasformare la fama da duro in un mestiere. In quella stessa galleria di caratteracci britannici trova posto anche Eric Cantona, altro spirito non proprio remissivo, protagonista del celebre calcio volante a un tifoso del Crystal Palace.


Daniel Passarella

Capitano dell’Argentina campione del mondo nel 1978, Daniel Passarella — soprannominato el Caudillo — ha comandato le difese di River Plate, Fiorentina e Inter con la stessa autorità con cui, fuori dal campo, gestiva gli spogliatoi. Il carattere era quello di un generale che non tollerava insubordinazioni, come impararono a proprie spese anche i compagni più giovani.

L’8 marzo 1987, durante Sampdoria-Inter, perse la testa per la lentezza di un raccattapalle e lo colpì con un calcio al ginocchio: gli costò sei giornate di squalifica. Non era la prima intemperanza: quattro anni prima aveva già rifilato un pugno a un massaggiatore del Verona. Sul campo, però, resta impossibile dimenticare la sua stagione 1985-86 in maglia viola, chiusa con undici reti: un record per un difensore in Serie A che sarebbe durato quindici anni.


Berti Vogts

Terzino del Borussia Mönchengladbach e della Germania Ovest, Berti Vogts incarnava la disciplina quasi militare del calcio tedesco degli anni Settanta. Il suo compito, nella finale mondiale del 1974 a Monaco, era uno solo: annullare Johan Cruyff. Lo fece per novanta minuti, incollato all’avversario più forte del torneo senza concedergli un metro di libertà, anticipando e caricando con la stessa, instancabile ostinazione.

Non era un giocatore elegante, né aveva ambizioni di esserlo: la sua reputazione si costruiva entrata dopo entrata, ognuna calibrata sul filo del regolamento. Per la nazionale tedesca era l’uomo giusto da mandare contro il talento puro altrui, sapendo che avrebbe fatto di tutto — letteralmente — per portare a casa il compito assegnato.


Paolo Montero

Nessun difensore ha collezionato più cartellini rossi nella storia della Serie A di Paolo Montero. L’uruguaiano della Juventus ha lasciato un segno fisico su avversari e non solo: un fotografo colpito a Vicenza, uno scontro acceso con Di Biagio in un derby d’Italia, un pugno indirizzato a un cameraman durante Lecce-Juventus.

Montero non ha mai rinnegato la propria indole guerriera, anzi l’ha sempre rivendicata di fronte alle critiche della stampa. Rimane celebre l’episodio in cui, minacciato durante una contestazione degli ultras bianconeri fuori dal centro sportivo, si presentò lui stesso a dare appuntamento sotto casa ai contestatori. Un uomo che il conflitto non lo evitava: lo cercava.


Romeo Benetti

Simbolo del calcio duro e ruvido degli anni Settanta, Romeo Benetti ha vestito le maglie di Milan, Juventus e Nazionale con lo stesso approccio: corsa, fisico, marcatura senza sconti. Passato alla storia anche per aver di fatto chiuso la carriera del centrocampista del Bologna Liguori con un intervento durissimo, resta uno dei simboli del centrocampo catenacciaro italiano.

Menava a viso aperto, senza trucchi né proteste quando toccava a lui incassare, in una specie di codice d’onore rusticano che gli avversari finivano per rispettare comunque. Chi cerca un erede recente della sua scuola può guardare a Gennaro Gattuso, che di quella grinta ha ereditato più di un tratto.


João Morais

C’è un equivoco che accompagna da decenni una delle fotografie più dolorose della storia del calcio: quella di Pelé che lascia zoppicando il campo di Goodison Park, il 19 luglio 1966, durante Portogallo-Brasile. Molti attribuiscono la responsabilità a Hilário, terzino portoghese nato in Mozambico come Eusébio. In realtà fu un suo compagno di squadra, João Morais dello Sporting Lisbona, a martellare la stella brasiliana con una serie di interventi che l’arbitro inglese George McCabe scelse di non sanzionare con l’espulsione.

Pelé uscì dal campo in lacrime, sorretto dai compagni, e il Brasile campione in carica fu eliminato al girone. L’episodio fu talmente traumatico che il fuoriclasse minacciò di non partecipare più a un Mondiale: tornerà solo nel 1970, dopo che la FIFA introdusse regole più severe contro il gioco violento.


Giuseppe Furino

Arrivato a Torino giovanissimo dalla Sicilia, Giuseppe Furino vestì la maglia bianconera per quasi vent’anni consecutivi, senza mai cercare altrove fortuna. Capitano della Juventus in un’epoca di fuoriclasse come Bettega, Tardelli e più avanti Platini, era il contrappunto rude di una squadra altrimenti elegantissima. Le sue partite si aprivano spesso con un’entrata studiata apposta per far capire al regista avversario che aria tirava quella domenica.

Soprannominato “Furia” per l’agonismo mai domo, resta un paradosso curioso della storia bianconera: l’uomo più artigianale di quella rosa è anche quello che, con la maglia della Juventus, ha alzato più trofei di chiunque altro, Platini e Tardelli compresi.


Harald Schumacher

L’8 luglio 1982, a Siviglia, il portiere della Germania Ovest Harald Schumacher esce dai pali per anticipare il francese Patrick Battiston e lo travolge con un impatto che gli frattura una vertebra e gli fa perdere alcuni denti. L’arbitro olandese Charles Corver non fischia nemmeno fallo. Mentre Battiston viene portato via in barella privo di sensi, Schumacher rimette semplicemente il pallone in gioco.

L’episodio passerà alla storia come la “notte di Siviglia”: Schumacher non chiederà mai scuse pubbliche al collega francese, e pochi minuti dopo si ritroverà paradossalmente eroe della qualificazione, parando due rigori nella lotteria finale che manda la Germania in finale. Un epilogo che, ancora oggi, a molti risulta difficile da digerire.


Categorie Top
Autore: Storie di Calcio