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Genoa: Top 11 All Time

Comporre una selezione così non è mai semplice, e nel caso del Genoa lo è ancora meno. Il Genoa è il club più antico d’Italia, fondato nel 1893 da un gruppo di marinai e commercianti britannici, e la sua storia si confonde con quella stessa del calcio nel nostro paese: nove scudetti vinti tra il 1898 e il 1924, un’epoca in cui il Grifone fu per anni la squadra egemone della scena nazionale, prima che il baricentro del calcio italiano si spostasse altrove. Un secolo abbondante di storia successiva, fatto di stagioni europee, retrocessioni, risalite e bandiere vere, rende la scelta di una rosa ideale un esercizio quasi impossibile: ogni epoca rossoblù ha prodotto i propri eroi, difficili da mettere sullo stesso piano. Verrebbe da pensare che la forza sia tutta nelle origini, come diceva un vecchio slogan pubblicitario, e che il Grifone abbia dato il meglio di sé nell’epoca degli scudetti, chiusa nel 1924. Non è così, o almeno non del tutto: un compromesso con la modernità resta comunque necessario.

L’impianto tattico

Adottare il “mezzo sistema” è un modo per rendere omaggio a Ottavio Barbieri, bandiera del Genoa negli ultimi due scudetti rossoblù e poi vice di mister Garbutt — e anche di Vittorio Pozzo — nella seconda metà degli anni Trenta, quando il Genoa fu la prima squadra in Italia ad adottare il Sistema inglese, il celebre WM.

Fu proprio con il Mezzo sistema, ripreso dal “verrou” svizzero, che Barbieri conquistò uno scudetto leggendario nel 1944, alla guida dei Vigili del Fuoco della Spezia, capaci di avere la meglio sul quotato Venezia e sul Grande Torino. Un titolo che la Federcalcio della Repubblica Sociale avrebbe poi bollato come minore — dare uno scudetto ai pompieri non sembrava cosa seria — ma solo a distanza di anni.

Il Mezzo sistema prevedeva una difesa a uomo con tre marcatori, dietro ai quali agiva un “terzino volante” (o “vagante”, secondo la definizione che ne diede Renzo De Vecchi, l’ex “Figlio di Dio” diventato firma della Gazzetta dello Sport). Era, in altre parole, il libero — termine che si deve a Gianni Brera — che Barbieri utilizzò ancora prima di Nereo Rocco (fu lo stesso Paròn ad ammetterlo) e di Gipo Viani.

A centrocampo la squadra si disponeva a triangolo, con un centromediano metodista schierato davanti alla difesa. In attacco tre uomini, ma l’ala destra era chiamata a dare manforte alla mediana: nasceva così la figura del “tornante”.

Chi è rimasto fuori

Tra le esclusioni eccellenti figurano molti grandi nomi arrivati al Genoa già a fine carriera — Mario Corso, Claudio Sala, Angelillo, Roberto Rosato, Fulvio Collovati — che pure hanno lasciato un buon ricordo, ma che non si possono definire bandiere del club.

Stesso destino per le meteore, a cominciare da Guillermo Stabile, il “filtrador” capocannoniere dei Mondiali 1930: si presentò a Genova con una tripletta al Bologna, poi una gamba rotta chiuse di fatto la sua carriera in rossoblù.

Più dolorose altre rinunce, su tutte quella di Gianluca Signorini, che nel ruolo trova comunque avanti a sé il “Figlio di Dio” e Ramon Turone. Come libero avrebbe meritato un posto pure Claudio Onofri, prima del passaggio al Torino una sorta di Beckenbauer in edizione economica.


Maglia numero 1

Giovanni De Prà — Il portiere che disse no alla Juve

Genovese di nascita e genoano per scelta di vita, Giovanni De Prà fu il primo grande portiere del calcio italiano. Nato nel 1900, arrivò giovanissimo in rossoblù e per primo si allenò con metodi “scientifici”, importati da Garbutt direttamente dalla scuola inglese, che negli anni Venti vantava numeri uno del calibro di Scott del Liverpool.

Del resto qualcosa ce l’ha messo anche lui: pare che il tuffo lo abbia inventato proprio De Prà, per evitare che un pallone colpisse un sacerdote tifoso seduto a bordo campo, mentre per irrobustire i muscoli si appendeva alla traversa.

Diciannove le presenze in Nazionale, la prima delle quali, il 9 marzo 1924 contro la Spagna, resta leggendaria: De Prà scese in campo da esordiente e resistette agli attacchi delle Furie Rosse nonostante un colpo al mento che lo lasciò quasi privo di sensi, mantenendo la porta inviolata. Per l’impresa, i lettori del Guerin Sportivo gli fecero recapitare un orologio d’oro. Quattro anni più tardi arrivò anche la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Amsterdam.

Con il Genoa vinse gli scudetti del 1923 e del 1924, perdendo invece quello del 1925 per un gol fantasma attribuito al Bologna: “Mio padre deviò in corner ma gli ultrà bolognesi, stipati a bordo campo, buttarono la palla in rete. Per tutta la vita si è portato quella scena negli occhi”, ha ricordato il figlio. Quando la Juventus provò a comprarlo a peso d’oro, rispose che era genoano e che non avrebbe mai potuto giocare altrove.

A Giovanni De Prà è intitolata la strada che costeggia la tribuna del Ferraris; nel 1979, anno della sua morte, la medaglia di bronzo fu sepolta con una cerimonia ufficiale dietro la porta della Gradinata Nord.

Manlio Bacigalupo — Il fratello maggiore, tra i pali

Fratello maggiore di Valerio Bacigalupo, il portiere del Grande Torino, Manlio fu il numero uno del Genoa sistemista degli anni Trenta, squadra che vinse una Coppa Italia (1937) e sfiorò più volte lo scudetto. Non era un gigante fisico, ma questo non gli impedì né di essere un grande portiere né di costruirsi una solida fama da dongiovanni.

Avrebbe dovuto giocare i Mondiali del 1934, ma una mandibola rotta lo tenne fuori e costrinse Vittorio Pozzo ad arrangiarsi. Acrobatico come il fratello e quasi imbattibile sulla linea di porta, era invece meno sicuro nelle uscite — un limite che il Sistema di Garbutt, privo di veri e propri “spazzini” difensivi, rendeva particolarmente scomodo.

Passò al Venezia nel 1938, club da cui sarebbero poi arrivati Loik e Mazzola, futuri compagni di Valerio nel Grande Torino. Fu proprio Valerio, chiusa la carriera, ad allenare sulla spiaggia dello stabilimento balneare di famiglia a Vado Ligure — stabilimento oggi gestito da un omonimo nipote, sosia quasi perfetto del campione granata.


Maglia numero 2

Vincenzo Torrente — Il marcatore di Maradona

Per Osvaldo Scoglio non aveva nulla da invidiare a Ciro Ferrara: Vincenzo Torrente poteva permettersi persino di marcare, e annullare, Diego Armando Maradona. Fu una pedina indispensabile nel Genoa prima del Professore, poi di Osvaldo Bagnoli, con cui conquistò lo storico quarto posto del 1990-91 e la trasferta vittoriosa ad Anfield Road nel marzo successivo.

Il suo unico rimpianto è non aver superato il record di presenze in rossoblù, complice l’esclusione dalla rosa voluta dal presidente Dalla Costa. Oggi allenatore della Primavera genoana, Torrente resta comunque legato a un primato tutto suo: dopo l’ultima gara della stagione 2002-03, quella della retrocessione in Serie C poi ripianata dal ripescaggio, fu portato in trionfo sotto la Gradinata Nord dai tifosi, invasori pacifici del campo, che vollero così premiare i ragazzini schierati al posto dei titolari accusati di ammutinamento.

Fabrizio Gorin — Il cuore della Nord

Restò solo tre stagioni, ma bastarono a lasciare il segno: la Nord lo chiamava “Picchia Gorin” perché in campo ci metteva l’anima, specie nei derby, dove il talentuoso amico-nemico Alviero Chiorri non riusciva quasi mai a toccare palla. Fu proprio in una stracittadina che il difensore veneto segnò uno dei suoi pochissimi gol, con Chiorri che non osava nemmeno avvicinarsi allo sbarramento tracciato a colpi di tacchetti sull’erba di Marassi.

Salito in Serie A con il Genoa nel 1981, si guadagnò fama anche per come annullò Bruno Conti in un Genoa-Roma: una gomitata, la caduta plateale dell’avversario, il segnalinee che segnala, l’arbitro che ammonisce — e il romanista, su tutte le furie, sostituito in fretta e furia da Nils Liedholm per evitargli il rosso.

Ceduto al Palermo, tornò presto a Genova. Nel 2002 accettò di affiancare l’amico Onofri (insieme a Ramon Turone) nel disperato tentativo di risollevare le sorti del Grifone di Dalla Costa. Il male, però, era già in agguato: Gorin morì il 13 settembre di quello stesso anno.


Maglia numero 3

Fosco Becattini — Il record che resistette a lungo

Fino a qualche anno fa deteneva il record di presenze in maglia rossoblù, 425, poi scavalcato da Gennaro Ruotolo. Un primato che difende ancora con orgoglio, ricordando che ai suoi tempi si giocavano 90 minuti senza possibilità di cambi.

Terzino sinistro del Genoa dal 1946 al 1961, veniva soprannominato “Palla di gomma” per doti acrobatiche che compensavano un fisico tutt’altro che imponente. Giocò accanto a campioni come Verdeal e Abbadie, in un Genoa che nel dopoguerra aveva però già imboccato una lenta parabola discendente.

Vestì due volte la maglia azzurra, esordendo il 27 marzo 1949 a Madrid contro la Spagna, vinta 3-1 dagli Azzurri. Quella Nazionale era zeppa di giocatori del Grande Torino, e l’aereo del ritorno avrebbe preso proprio la rotta di Torino: “Ero seduto vicino a Bacigalupo”, ha raccontato Becattini, “che a un certo punto mi disse in genovese: guarda, laggiù c’è Superga, siamo arrivati”.

Claudio Branco — Il mago delle punizioni

A consegnarlo alla storia rossoblù è quel gol da cartolina segnato nel derby del 25 novembre 1990 — un’immagine che rischia però di offuscare il ricordo delle cavalcate e delle giocate di classe pura del brasiliano targato Bagnoli.

Specialista assoluto su punizione, rivelò in parte il segreto del suo tiro raccontando che colpiva il pallone con tre dita del piede: da qui il soprannome “treis dedos”, che alimentò per anni la curiosità su come riuscisse davvero a colpire la sfera. Il vero segreto lo svelò infine un vecchio magazziniere: “U ghe dava de punta!” — tutto stava nel colpire la valvola del pallone, che Branco posizionava sull’erba con una cura quasi maniacale.

Sapeva difendere altrettanto bene, anche se pochi se lo ricordano. I tifosi genoani preferiscono incorniciare, accanto al gol del derby, le reti — sempre su punizione — segnate alla Juventus nel 1991 (2-0 e qualificazione UEFA in tasca) e al Liverpool, in Coppa UEFA, a Marassi.


Maglia numero 4

Luigi Burlando — Il gol impossibile contro il Belgio

Centromediano del Genoa negli anni Venti, con cui vinse due scudetti, Luigi Burlando è uno dei nomi entrati di diritto nella leggenda rossoblù. Nato nel 1899, arrivò dall’Andrea Doria nel 1921.

Con la maglia azzurra collezionò 19 presenze, esordendo come laterale sinistro, e prese parte alle Olimpiadi del 1920 e del 1924. Resta nella storia il suo gol di testa da 40 metri segnato al Belgio il 22 maggio 1922 a Milano — bravo lui, sfortunato il portiere avversario De Bie — l’unica rete della sua carriera in Nazionale.

Atleta a tutto tondo, si distinse anche in altre discipline: la pallanuoto, che il Genoa praticava già negli anni Venti ma che lui aveva imparato ai tempi dell’Andrea Doria, e la savate. Tra il 1921 e il 1932 totalizzò 194 presenze e otto gol in rossoblù, prima di diventare allenatore e collaborare, tra gli altri, con Guillermo Stabile, Garbutt, Barbieri e lo stesso Vittorio Pozzo. Morì nel 1967.

Mario Bortolazzi — Il regista che non convinceva subito

Fortemente voluto da Bagnoli al posto del più immobile Perdomo — il centromediano metodista che Scoglio considerava erede di Varela — Bortolazzi all’inizio non convinse affatto, tanto da finire spesso nel mirino dei fischi. La polemica esplose alla vigilia del derby del 1990, quando fu lo stesso Bagnoli, il mago della Bovisa, a difendere pubblicamente il suo regista rispondendo per le rime alla piazza. Tre giorni dopo il Genoa vinse la stracittadina, e Bortolazzi salì in cattedra.

Regista essenziale, pulito, mai spettacolare ma sempre sostanzioso, sapeva farsi rispettare anche come incontrista — cattivo quanto bastava, nonostante un fisico e un’aria tutt’altro che da duro. Aveva, in più, un tiro dalla distanza che faceva male. Ha continuato a giocare ad alto livello fin quasi ai quarant’anni.


Maglia numero 5

Andrea Fortunato — Il jolly di sinistro, spezzato troppo presto

Il presidente Spinelli lo prelevò dal Como nel 1991, presentandolo subito come il nuovo Cabrini. E in effetti, specialmente con il sinistro, Andrea Fortunato faceva quello che voleva. Bagnoli lo bocciò nella stagione della Coppa UEFA 1991-92, ma il ragazzo si sarebbe poi rivelato un prezioso jolly, capace di coprire sia la difesa sia il centrocampo.

Lo inseriamo qui perché in maglia rossoblù diede probabilmente il meglio di sé proprio da stopper — oggi si direbbe “centrale” — contribuendo in modo decisivo alla salvezza risicata del Grifone nella stagione 1992-93, quando arrivò a segnare anche reti pesanti, come il pareggio a Marassi, all’ultima giornata, contro un Milan già campione d’Italia. Spinelli lo “premiò” cedendolo alla Juventus.

Sembrava l’inizio di una grande carriera. E invece, da Torino, una domenica di maggio 1994 arrivò una notizia drammatica: gli esami clinici, eseguiti dopo un calo di rendimento, avevano rivelato una leucemia acuta. Fortunato affrontò le cure, arrivò anche a intravedere la guarigione e a riprendere ad allenarsi con il Perugia, ma una polmonite improvvisa lo stroncò il 25 aprile 1995, a soli 23 anni. Poche settimane dopo la Juventus vinse il suo ventitreesimo scudetto — e lo dedicò a lui.

Vittorio Sardelli — Tojo, il terzino arcigno

Con i guadagni della carriera rossoblù si comprò un negozio di sedie e mobili da giardino, incastonato nel ventre della vecchia tribuna di Marassi — sacrificato poi dalla ristrutturazione dello stadio. “Tojo” resta comunque, nella memoria dei tifosi, uno dei terzini più arcigni della storia genoana.

Difensore sistemista del Genoa di Garbutt, fu suo malgrado protagonista della sfortunata trasferta della Nazionale a Berlino, nel novembre 1939: Vittorio Pozzo, cedendo alle insistenze provocatorie del suo vice Ottavio Barbieri, accettò di provare il Sistema schierando ben sette genoani, Sardelli compreso. Sotto la pioggia finì 5-2 per i tedeschi, con Sardelli che scivolò in area abbracciando il pallone in una pozzanghera: rigore concesso, e avventura in Nazionale conclusa lì.

Maggiori soddisfazioni gli arrivarono con il Genoa, prima e subito dopo la guerra, negli anni in cui Verdeal faceva ben sperare — ma a dominare la scena c’era sempre il Grande Torino.


Maglia numero 6

Renzo De Vecchi — Il figlio di Dio

Milanese di nascita, classe 1894, fu uno dei primi grandi acquisti — 1913 — del Genoa di Garbutt. Aveva esordito ragazzino nel Milan e a soli 16 anni si era già guadagnato la maglia della Nazionale.

Insuperabile nel dribbling ed esemplare per correttezza — non fu mai espulso in carriera — era soprattutto un leader in campo, oltre che uno dei primi esempi di regista arretrato nella storia del calcio italiano. Lo chiamavano “il Figlio di Dio”, anche se il fisico non lo aiutava affatto: alto 1,63, corporatura da impiegato, non certo un fulmine, compensava tutto con un senso della posizione quasi magnetico.

Vestì la maglia del Genoa 196 volte tra il 1913 e il 1929, segnando 26 gol, e collezionò 43 presenze in Nazionale, 31 delle quali da genoano. Chiusa la carriera da calciatore, provò con scarsa fortuna la strada della panchina — retrocedendo col Genoa nel 1934 — e se la cavò molto meglio come giornalista sportivo.

Ramon Turone — Il libero che sapeva segnare

L’Italia intera lo ricorda per il gol-scudetto contro la Juventus, annullato per una questione di centimetri; i tifosi rossoblù ricordano invece la sua cavalcata solitaria a Marassi contro l’Entella, in Serie C 1970-71: a cinque minuti dalla fine, sullo 0-0, Ramon prende palla nella propria area e parte dritto verso la porta avversaria, semina avversari come birilli e, dal limite dell’area, piazza una bordata nel “sette” sotto la Nord.

Ligure di Varazze, genoano fino al midollo, prodotto autentico del vivaio del Grifone, fu un libero di grande classe: arrivò a sfiorare le 100 presenze — con 9 gol, tra cui quello-promozione contro il Rimini nel 1971 — prima di essere ceduto al Milan nel 1972 per le solite ristrettezze di bilancio che accompagnano la storia rossoblù dal dopoguerra a oggi. Nonostante una bella carriera altrove, meditò per anni di tornare al suo Genoa, cosa che da calciatore non riuscì mai a fare.


Maglia numero 7

Luigi Meroni — Il primo volo della farfalla

Stagione 1961-62: il Genoa, appena tornato in Serie A, espugna Como, ma il difensore rossoblù incaricato di marcare quel ragazzino all’ala destra fa una figuraccia — al punto che sono gli stessi giocatori genoani a convincere la dirigenza a comprarlo. Arriva così a Genova, e in Serie A, Luigi Meroni: zazzera da Beatle, passione per la pittura e per la moda, fantasia e genio pallonaro da vendere.

Debutta nelle ultime giornate del torneo 1962-63, e il suo apporto vale al Genoa la permanenza nella massima serie. L’anno seguente arriva la conferma definitiva: Meroni manda in tilt terzini e portieri — contro il Mantova salta prima Schnellinger poi Zoff, prima di entrare in porta col pallone tra i piedi — e contribuisce non poco all’ottavo posto finale di una squadra tutt’altro che irresistibile.

Nell’estate 1964 il Genoa lo cede al Torino per una cifra record, 300 milioni di lire, nonostante la mobilitazione dei tifosi genoani per trattenerlo. La farfalla rossoblù diventa così la “farfalla granata”: sotto la Mole le sue prodezze gli valgono anche la Nazionale, con una sfortunata partecipazione ai Mondiali “coreani” del 1966.

Muore la sera del 15 ottobre 1967 a Torino, investito in corso Re Umberto da una Fiat 124 guidata dal diciannovenne Attilio Romero, tifosissimo granata e suo grande ammiratore, e poi travolto da una seconda auto: si spegnerà in ospedale poche ore dopo, a soli 24 anni. Al funerale parteciperanno più di ventimila persone. Vent’anni più tardi, per uno scherzo crudele del destino, sarà proprio quell’Attilio Romero a diventare presidente del Torino, guidando il club fino al fallimento del 2005.

Gennaro Ruotolo — Il record delle bandiere ammainate

Piedi come ferri da stiro e polmoni da record, Gennaro Ruotolo è riuscito, in un’epoca di bandiere ormai rare, a conquistare uno straordinario primato di presenze in rossoblù — nonostante nel ’97 Pillon gli avesse preferito Ametrano, salvo poi vederlo tornare titolare a furor di popolo.

Arrivato a Genova nel 1988, voluto fortemente da Scoglio, si sentì promettere la Nazionale dal Professore, e in effetti Gennarino “settepolmoni” ottenne i suoi 45 minuti in azzurro. Insieme a Eranio formava la “catena di destra” pensata da Scoglio come una macchina da cross perfetta.

Di tanto in tanto tirava fuori giocate da campione vero: come il morbido cross che pescò Skuhravý per il gol-vittoria contro l’Oviedo.


Maglia numero 8

Julio César Abbadie — El Pardo, sovrano solitario

Ai Mondiali 1954, in Svizzera, aveva vestito la maglia numero sette della Celeste — solo perché il numero dieci era riservato a un certo Pepe Schiaffino, genio assoluto della regia uruguaiana. Soprannominato “El Pardo” (il cupo) per un’espressione più malinconica che davvero accigliata, Julio César Abbadie arrivò a Genova dal Peñarol nel 1956, su suggerimento proprio dell’amico Schiaffino, ligure d’origine e a sua volta quasi-genoano mancato.

Diventò subito il sovrano del centrocampo rossoblù, ma i suoi compagni erano tutt’altro che all’altezza: spesso El Pardo doveva fare tutto da solo. E non si tirava certo indietro — il giorno di Ognissanti del 1957 il Genoa vinse il derby, e i giornali del giorno dopo titolarono: “Abbadie batte Sampdoria 3-1”.

Una pleurite presa durante una vacanza in patria lo fermò e, tornato a Genova, non fu più lo stesso. Al termine della stagione 1959-60 fu ceduto al Lecco, dopo 95 presenze e 24 gol in rossoblù. Rientrato in Uruguay, si concesse un lungo e inatteso supplemento di carriera, vincendo la Coppa Libertadores con il Peñarol a quasi 36 anni.

Stefano Eranio — La fascia di Molassana

Molassana è un quartiere genovese lungo la Val Bisagno, qualche chilometro a monte di Marassi e non lontano da Ponte Carrega, dove si giocavano i primi scudetti rossoblù. È lì che nel 1966 nasce Stefano Eranio, prodotto del vivaio del Genoa e discusso mediano prima che Scoglio, con una delle sue intuizioni, lo spostasse sulla fascia destra come ala tattica, completando la “catena” avviata con Ruotolo.

Eranio rappresenta un’altra profezia avverata del Professore, che lo vedeva già in Nazionale. Peccato che a vederlo, e bene, fu anche il Milan: quando il Genoa di Bagnoli iniziò a smobilitare, il ragazzo di Molassana prese la strada di San Siro. Carattere riservato, non ha mai avuto lo stesso impatto emotivo di altre bandiere sui tifosi, ma come loro tentò in ogni modo, senza riuscirci, di chiudere la carriera in rossoblù.


Maglia numero 9

Roberto Pruzzo — O Rey di Crocefieschi

C’era un ragazzo, nel paesino di Crocefieschi, sull’Appennino genovese, che giocava a pallone come pochi. Lui, però, calciatore non voleva farlo di mestiere: fu un conoscente a segnalarlo al Genoa. Già nel precampionato del 1973, con il Genoa fresco di promozione in A, il diciottenne futuro O Rey impressionò tifosi e giornalisti, imponendosi come alternativa a Bordon, e debuttò in Serie A il 2 dicembre di quell’anno contro il Cesena.

Diciannove le presenze nel suo primo torneo di massima serie, poi il crescendo: capocannoniere della Serie B nel 1975-76, l’anno del ritorno in A del Grifone, e la stagione dopo O Rey formò, con Damiani, una coppia di goleador di poco inferiore ai “gemelli” Pulici-Graziani del Torino. Il 13 marzo 1977 firmò anche uno dei gol più cari ai tifosi, il colpo di testa che decise un derby contro la Sampdoria.

Il Genoa sfiorò la zona UEFA, i tifosi sognavano, ma il torneo 1977-78 si chiuse con la retrocessione in B — e con un rigore sbagliato alla penultima giornata contro l’Inter che finì, ingiustamente, sul banco degli imputati proprio a carico di Pruzzo. Nell’estate 1978 fu ceduto alla Roma per 3 miliardi di lire, cifra allora record, e nell’operazione arrivò a Genova, in cambio, il giovane Bruno Conti. A Roma, O Rey avrebbe fatto cose ben più grandi: tre volte capocannoniere di Serie A, uno scudetto nel 1983, e per anni il record di marcatore nella storia giallorossa, superato solo da Francesco Totti oltre vent’anni più tardi.

Tomáš Skuhravý — Il gigante di testa

Ai Mondiali di Italia ’90 segnò una tripletta al Costa Rica, e il presidente Spinelli, rimasto orfano di Fontolan, si precipitò addirittura nel ritiro della Nazionale cecoslovacca per fargli firmare il contratto. La Nord accolse con qualche perplessità l’arrivo del gigante boemo, ma sarebbe bastato ricordare il suo gol di testa a Wembley pochi mesi prima per capire di che pasta fosse fatto.

Skuhravý stentò all’inizio, poi esplose diventando uno dei protagonisti del Genoa europeo di quegli anni. Di testa era semplicemente inarrivabile, una dote che gli permetteva di cavarsela anche nelle giornate in cui un ginocchio ballerino, o qualche birra di troppo, gli appannavano le idee.

Restò in rossoblù fino alla retrocessione del 1995. Tornò a Marassi una sera malinconica del 2001, per la partita in onore del capitano Signorini: irriconoscibile, con i capelli corti e 130 chili di peso che lo rendevano quasi immobile. Poi qualcuno gli mise un pallone sulla testa. E lui, ancora una volta, lo mandò nel “sette”, sotto la Nord.


Maglia numero 10

Juan Carlos Verdeal — Il genio del quarto d’ora

Fu l’ex genoano Godigna, trasferitosi in Venezuela, a segnalare al Genoa un argentino con il dieci sulle spalle che giocava nel Dos Caminos di Caracas con un talento da far paura. Sotto la Lanterna vollero vederci chiaro — perché mai questo Verdeal non giocava nemmeno in Nazionale? — e lo convocarono per un provino, un mattino di luglio del 1946, davanti agli spalti deserti di Marassi.

Mister Garbutt prese a crossare dal corner, il vecchio De Prà si sistemò tra i pali — non prima di aver notato che l’argentino si era portato da sé le proprie scarpe da calcio: “Stu chi u l’è buri!”, intuì subito. Bastarono cinque minuti: provino interrotto, telefonata in sede, e la sentenza: “Preparate il contratto, abbiamo il fuoriclasse”.

Per tre stagioni Juan Carlos Verdeal incantò il pubblico rossoblù con giocate da eleggerlo, ancora oggi, il miglior genoano di sempre. Se il Grande Torino aveva il suo quarto d’ora granata, a Marassi si celebrava il quarto d’ora di Verdeal — un esempio su tutti: contro il Torino, sul 3-0 per il Genoa a pochi minuti dalla fine, decise di divertirsi ancora un po’, tra un gol, un rigore procurato e un palo all’ultimo respiro. Il Genoa perse 3-2, ma quel pomeriggio conquistò per sempre, tra il pubblico, anche un bambino di nome Fabrizio De André.

Aristodemo Santamaria — Il primo scandalo del calcio italiano

Insieme al compagno di squadra Sardi, fu al centro di quello che è considerato il primo scandalo del calcio italiano: il presidente rossoblù Geo Davidson li aveva prelevati entrambi dall’Andrea Doria riconoscendo loro un ingaggio ben oltre la norma. I due andarono a incassare gli assegni, ma finirono davanti a un cassiere doriano che fotografò i titoli e denunciò tutto. Sul momento, Santamaria e Sardi si beccarono due anni di squalifica; poi il dirigente Pasteur riuscì a convincere i vertici federali a fare marcia indietro, mentre il cassiere pagò con il posto la violazione del segreto bancario. Altri tempi, avrebbe commentato Govi.

Passata la tempesta, Santamaria si rivelò un acquisto azzeccatissimo: rimase in rossoblù dal 1914 al 1926 e, grazie a doti di elevazione rarissime per l’epoca in Italia, fu tra i protagonisti degli scudetti del 1915, 1923 e 1924. Ceduto temporaneamente alla Novese nel 1920, con quella squadra conquistò un clamoroso titolo nel 1922, in coppia con il grande Cevenini III, nella singolare stagione del campionato “sdoppiato”.


Maglia numero 11

Felice Levratto — Lo sfondareti

La sua storia sembra una favola, ma è tutta vera: Felice Levratto aveva un sinistro talmente potente da sfondare letteralmente le reti — si dice sia successo per ben sette volte in carriera. “U Levre” può considerarsi a tutti gli effetti l’antenato di Gigi Riva: storie parallele, se si pensa che un tiro di Rombo di Tuono arrivò a spezzare il braccio di un raccattapalle, mentre Levratto, alle Olimpiadi di Parigi del 1924, mise letteralmente K.O. il portiere lussemburghese Bausch con una fucilata al mento che lo fece crollare a terra sanguinante dalla bocca.

Conteso a nemmeno ventun anni da Juventus e Genoa, scelse i rossoblù: c’era il mare, il dialetto era quasi lo stesso, e casa sua distava solo cinquanta chilometri. Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Amsterdam 1928, vinse la medaglia di bronzo segnando quattro gol in cinque partite.

Nonostante le sue doti da goleador e 84 gol in campionato, Levratto non è il miglior marcatore rossoblù di sempre: lo supera di un gol Catto. Proprio un gol che Levratto avrebbe potuto segnare nel 1930, su rigore, nello spareggio-scudetto contro l’Ambrosiana: lasciò tirare invece al compagno Banchero, che sbagliò, consegnando di fatto il titolo ai nerazzurri del “Balilla” Meazza.

Carlos Aguilera — Il gol con lo specchietto

Il suo procuratore riuscì a piazzarlo al Genoa in un pacchetto 2×1 insieme a Perdomo, nel quale Scoglio credeva di aver scovato un “Rambo Koeman”. Il brutto anatroccolo si trasformò invece presto in cigno, formando con Skuhravý una coppia d’attacco di livello mondiale.

Rifinitore sopraffino — “sembra che giochi con lo specchietto retrovisore”, dicevano sotto la Nord — e opportunista efficace sotto porta, Aguilera segnava di rado gol spettacolari, ma possedeva la qualità decisiva per un vero goleador: sbagliava pochissimo.

Forse a Genova avrebbe finito per mettere radici, se non fossero arrivati guai con la giustizia — guai che lo portarono prima al Torino, sponda granata, e poi, per precauzione, di nuovo a casa, a Montevideo.

Autore: Storie di Calcio