Ruud Krol: il difensore totale

Il tunnel di Wembley profuma d’erba appena tagliata e di attesa, quella sera di inizio giugno del 1971. Ruud Krol ci si infila con una gamba fasciata dal gesso, retaggio della frattura rimediata qualche mese prima in un anonimo match di campionato contro il NEC, non per scendere in campo ma solo per respirarne da vicino l’aria, mentre i compagni dell’Ajax si preparano ad affrontare il Panathinaikos nella finale di Coppa dei Campioni. Ha ventidue anni, è già un titolare inamovibile, e quella sera può soltanto guardare dal bordo del rettangolo verde. Dirà più avanti che fu il momento peggiore della sua carriera, più duro di qualsiasi sconfitta subita in campo: essere a due passi da una finale così, e non poterla giocare, gli resterà addosso per anni.

Eppure quel ragazzo con la gamba fasciata è già, a soli ventidue anni, uno dei calciatori più completi d’Europa: capace di giocare a sinistra, al centro, persino a destra, con la stessa naturalezza con cui altri si limitano a correre lungo una sola linea. Per capire perché un ragazzo così giovane si portasse addosso un peso simile, bisogna tornare qualche anno indietro, ai campetti di Amsterdam.

Dai campetti ai Lancieri

Nato ad Amsterdam il 24 marzo 1949, Ruud Krol cresce guardando giocare i grandi, e confesserà anni dopo di essersi ispirato, da ragazzino, persino a un certo Gianni Rivera, osservato con ammirazione alla televisione. Nel vivaio dell’Ajax passa due stagioni dure, chiuso nella squadra B, con pochi stimoli e ancora meno complimenti. Il salto arriva nell’estate del 1968, quando raggiunge la prima squadra in ritiro a Lloret de Mar: qualche amichevole giocata bene, e l’attenzione di Rinus Michels, l’allenatore che tutti chiamano “la Sfinge” per quanto sa essere avaro di elogi.

Il primo anno serve solo ad ambientarsi. Poi, complice la cessione del titolare Theo van Duivenbode al Feyenoord, Michels decide di reinventarlo terzino sinistro, ruolo che il ragazzo non ha mai davvero interpretato. “Mister, ma io non l’ho mai fatto”, gli risponde Krol. La replica è secca: puoi farlo lo stesso. Krol si allena per mesi pur di adattarsi a quel piede, e a vent’anni diventa titolare fisso: nella stagione 1969-70 arriva subito il double campionato-Coppa d’Olanda, con 34 presenze e due reti da esordiente. È l’inizio di dodici anni all’Ajax: 339 presenze, 23 reti, una collezione di trofei che farebbe invidia a chiunque.

Suurbier e Krol, gli scoiattoli dispettosi

Ambidestro, 184 centimetri per 80 chili distribuiti con eleganza, Krol è il prototipo del difensore totale, completo sotto ogni aspetto: fisico, tecnico, tattico. Quasi insuperabile nell’uno contro uno, ottimo di testa, preciso nei cross dalla fascia e nei lanci lunghi che innescano l’azione della squadra. Sulla fascia destra gioca Wim Suurbier, il suo alter ego, e insieme formano una coppia così efficace e così sgradita agli avversari da guadagnarsi in patria il soprannome di “Snabbel en Babbel”, gli scoiattoli dispettosi della Disney conosciuti da tutti i bambini olandesi: temuti dagli avversari, amatissimi dai propri tifosi.

Michels ricorda spesso, con la sua ironia asciutta, che il vero pericolo per il giovane Krol non erano i terzini destri di Feyenoord o PSV, quanto piuttosto “le dolci signore che affollavano i locali di Amsterdam”. Un carattere che gli permette comunque di restare con la testa sulle spalle e di continuare a crescere, partita dopo partita, in una città che di ragazzi con troppa fretta di bruciarsi ne ha viste parecchie.

Tre notti di coppa

Quella gamba ingessata a Wembley, nel 1971, arriva a un passo dalla prima Coppa dei Campioni della storia dell’Ajax, vinta 2-0. Krol si consola in fretta: l’anno dopo è titolare nella finale contro l’Inter, vinta ancora per 2-0, e nel 1973 completa lo storico tris superando la Juventus 1-0 a Belgrado. Tre coppe in tre anni consecutivi, un record che pochissimi club vanteranno mai nella storia del calcio europeo.

Non gli manca nemmeno la Supercoppa Europea, chiusa con un roboante 6-0 al Milan in casa, ad Amsterdam, dopo la sconfitta di misura patita a San Siro nella gara d’andata, né la Coppa Intercontinentale del 1972, strappata agli argentini dell’Independiente. Nel 1974, a soli venticinque anni, eredita la fascia di capitano da Piet Keizer, sua autentica guida in campo, diventando così la vera bandiera dei Lancieri fino al suo addio nel 1980.

Il capitano dell’Arancia Meccanica

Con la maglia della Olanda debutta il 12 novembre 1969, a vent’anni appena compiuti, in una sfida contro l’Inghilterra. Da lì in avanti colleziona 83 presenze e 4 reti, diventando uno dei pilastri di quella nazionale che il mondo ribattezzerà l’Arancia Meccanica: Jongbloed; Suurbier, Haan, Rijsbergen, Krol; Jansen, Neeskens, van Hanegem; Rep, Cruijff, Rensenbrink. Una filastrocca che tutti in Olanda conoscono ancora oggi a memoria.

Nel 1974 l’Olanda incanta il mondo con il suo “calcio totale”, quello del pressing alto e degli scambi di posizione continui tra i giocatori, abbattendo il Brasile del post-Pelé in semifinale, ma in finale, a Monaco di Baviera, cede alla Germania Ovest per 2-1. Quattro anni dopo, stavolta con Krol capitano e spostato al centro della difesa su indicazione dello stesso Michels, la storia si ripete: finale contro i padroni di casa dell’Argentina, sconfitta 3-1 dopo i tempi supplementari, tra le reti di Kempes e Bertoni. In mezzo, nel 1976, arriva il bronzo europeo in Jugoslavia.

Ancora oggi Krol paragona Johan Cruijff, il compagno che più di ogni altro ha incarnato quell’epoca, al miglior Messi, per lo scatto secco e il doppio passo micidiale nel dribbling. Nel 1979 si classifica addirittura terzo al Pallone d’Oro, alle spalle solo di Kevin Keegan e Karl-Heinz Rummenigge, davanti a gente come Platini e Paolo Rossi. Chiude la carriera in nazionale il 16 febbraio 1983, contro la Spagna, dopo aver guidato l’Olanda anche all’Europeo del 1980, fermatasi al primo turno.

Lo scapolo d’oro di Amsterdam

Fuori dal campo, Krol è un personaggio che affascina quanto la sua tecnica. Scapolo d’oro più ricercato di Amsterdam per anni, elegante come un divo, con lo stesso carisma che lo rende un leader naturale nello spogliatoio. Un fascino che lo seguirà anche in Italia, dove le tifose non si perderanno un solo suo spostamento a bordo della fiammante BMW, e che accompagnerà la sua immagine ben oltre il campo di gioco per tutta la carriera.

Un tulipano sul Vesuvio

Lasciata l’Olanda nel 1980, Krol vive una breve parentesi in Canada, nei Vancouver Whitecaps, appena 14 presenze in NASL. Poi arriva la chiamata che nessuno si aspetta: il direttore generale del Napoli, Antonio Juliano, vola oltreoceano e lo porta in prestito per 110 milioni di lire, proprio nell’estate in cui la Serie A riapre le frontiere agli stranieri. Ad aspettarlo a Capodichino ci sono duemila tifosi, come se fosse già una rockstar prima ancora di aver toccato un pallone in azzurro, e il San Paolo è già gremito per il suo esordio in un’amichevole tutt’altro che prestigiosa, contro la Pistoiese. Un’accoglienza che a Ruud Krol, abituato ai toni più compassati di Amsterdam, lascia il segno.

Sotto la guida di Rino Marchesi, e con la fascia di capitano al braccio, Krol stravolge il ruolo del libero all’italiana: non più piazzato dietro la difesa come si usava allora, ma davanti, per costruire superiorità numerica a centrocampo e ripartire in fretta dopo la perdita del pallone. A cinque giornate dalla fine il Napoli è in vetta, appaiato a Juventus e Roma, prima di cedere e chiudere terzo; l’anno successivo arriva un quarto posto. Vince comunque il Guerin d’Oro come miglior straniero del campionato 1980-81.

Resta quattro stagioni, lasciando gli azzurri poche settimane prima dell’arrivo di Diego Maradona: un incontro tra due geni del pallone che purtroppo non avverrà mai. Anni dopo dirà, senza esitazioni: “L’Olanda era la rivoluzione ma il meglio è stato Napoli”. Chiude la carriera da calciatore al Cannes, in Francia, nel 1986.

Una vita in panchina, tra Zamalek e Orlando Pirates

Appesi gli scarpini al chiodo, Krol si reinventa allenatore: prima in Belgio, al Mechelen, poi in Svizzera, al Servette. La strada più lunga la percorre però in Africa, dove guida due volte lo Zamalek del Cairo, conquistando una Coppa d’Egitto e il titolo Afro-Asiatico per club, e siede sulla panchina della nazionale egiziana alla Coppa d’Africa 1996. Nel frattempo fa anche da assistente a Louis van Gaal con l’Olanda e torna a casa, all’Ajax, come vice di Ronald Koeman, guidando la squadra anche da traghettatore per qualche settimana nel 2005.

Il capolavoro da tecnico arriva però in Sudafrica: tra il 2008 e il 2011 guida gli Orlando Pirates al titolo nazionale, proprio nella stagione 2010-11, oltre a due coppe locali. Girerà ancora per il continente africano, tra Tunisia, Marocco e Kuwait, prima di appendere anche il fischietto.

Resta, in fondo, lo stesso ragazzo che a vent’anni si sentì rispondere “puoi farlo lo stesso” e decise di crederci fino in fondo. A Napoli, la città che gli aprì le braccia come a pochi altri stranieri prima di lui, lo ricordano ancora con l’affetto riservato a chi sa lasciare un segno anche in poche stagioni: c’è chi lo chiama tuttora “il Divino”, chi rievoca la sua BMW per le strade del centro, chi giura ancora oggi che quel terzo posto del 1981 valesse più di uno scudetto, viste le difficoltà da cui la città stava uscendo dopo il terremoto. Un difensore che ha passato la vita a spingersi oltre la propria area, senza mai davvero fermarsi, e che sotto il Vesuvio, di quella traversata, un pezzo di cuore l’ha lasciato per sempre.


Autore: Storie di Calcio