Pescara 1976/77: Un Posto al Sole

Un pullman dopo l’altro lascia la costa adriatica in direzione dell’Emilia, carico di bandiere bianche e azzurre. Fila indiana sull’autostrada, clacson che suonano già a festa, e in ogni finestrino la stessa domanda: sarà la volta buona? È il 3 luglio 1977, e un’intera regione si muove per una partita di calcio.

L’esodo verso Bologna

Allo stadio Dall’Ara arrivano tra i trenta e i quarantamila tifosi abruzzesi, uno degli esodi senza precedenti dalla città adriatica e dall’intera regione, tra le trasferte più numerose della storia del calcio italiano. Non è solo il Pescara a giocarsi la promozione: è l’Abruzzo intero, periferia calcistica da sempre esclusa dai salotti buoni della massima serie, a presentarsi all’appuntamento con la storia. Sugli spalti, i colori biancazzurri finiscono per coprire quasi per intero l’impianto bolognese.

Il mago delle promozioni

Giancarlo Cadè, l’allenatore della prima promozione in A del Pescara

Dietro quella squadra c’era un allenatore che il destino sembrava aver scelto apposta per certe imprese. Giancarlo Cadè, bergamasco di Zanica, era nato il 27 febbraio 1930 e da ragazzo era cresciuto nel vivaio dell’Atalanta. Debuttò in Serie A a diciannove anni, nel 1948, e vestì anche per un’unica volta la maglia della Nazionale, il 16 luglio 1952 a Tampere, in un match delle Olimpiadi vinto 8-0 contro gli Stati Uniti. Un infortunio gli chiuse la carriera da calciatore al Mantova, nel 1960.

Fu da allenatore che Cadè si costruì una fama particolare. Esordì in panchina alla Reggiana, dove ottenne una promozione in Serie B perdendo una sola partita in tutto il campionato, prima di passare a Verona e poi di nuovo al Mantova, dove aveva iniziato come vice di Edmondo Fabbri. Fu proprio con il Mantova, nel 1967, che scrisse una delle pagine più clamorose del calcio italiano: in un amaro giovedì di giugno, complice una papera del portiere Sarti, l’Inter di Herrera lasciò sul campo di Mantova uno scudetto già in tasca.

Sei anni dopo, alla guida del Verona, Cadè ripeté l’impresa: il 5-3 sul Milan del 20 maggio 1973, passato alla storia come la “fatal Verona”, costò ai rossoneri un altro titolo already scritto. Non stupisce, dunque, che Herrera lo ricordasse ancora anni dopo, con una battuta amara: «Anni fa mi è capitato di essere sconfitto da un tale Cadè, sapete dirmi chi allena ora?».

Prima di sbarcare a Pescara, Cadè era passato anche da Torino e Varese, oltre a una parentesi proprio all’Atalanta nella stagione 1975-76. In Abruzzo trovò l’ambiente ideale per un’altra delle sue specialità: rimettere in piedi squadre date per spacciate.

Una città che ci credeva

Il Presidente Caldara nello spareggio contro il Cagliari disputato a Terni

Il progetto biancazzurro non nasceva dal nulla. Due anni prima, dopo la promozione in B ottenuta con Tom Rosati, il sindaco Alberto Casalini aveva convocato in Comune i principali imprenditori della città chiedendo loro di sostenere economicamente il club. Nella stagione 1976-77, oltre ai soci storici, la società arrivò a contare una ventina di persone disposte a contribuire. In testa a tutti restava il presidente Armando Caldora, self made man delle costruzioni, per il quale una stretta di mano valeva quanto un contratto firmato.

Una stagione partita in salita

La preparazione estiva era iniziata a Palombaro, ma le difficoltà logistiche del ritiro in montagna convinsero presto la società a trasferire tutto allo stadio Adriatico, dove Cadè gettò le basi di un progetto tattico ispirato ad alcuni principi della zona: un calcio fatto di verticalizzazioni e scambi di posizione, cucito su misura per attaccanti più tecnici che fisici.

L’inizio di campionato, però, fu tutt’altro che dominante: cinque pareggi, tre vittorie e tre sconfitte nelle prime undici giornate. Fu il successo casalingo sul Novara a cambiare la rotta, aprendo una serie di risultati utili che rilanciò il Pescara verso l’alta classifica. Tra dicembre e gennaio la squadra capì di potersela giocare davvero, e lo stadio cominciò a riempirsi come non era mai successo prima.

La tragedia di Giacomi

Non fu una stagione solo di entusiasmo. Il portiere di riserva Mario Giacomi, giovane e promettente, morì per le esalazioni di una stufa a gas mentre dormiva. L’intera città si fermò per i suoi funerali, e per giorni lo stadio continuò a intonare il suo nome, come se quel coro potesse restituire qualcosa. La squadra scelse di dedicargli la rincorsa alla promozione, e ogni gol da lì in avanti portò addosso anche quel peso.

Zucchini, Nobili e gli altri

Il cuore di quella squadra batteva a centrocampo. Vincenzo Zucchini metteva forza e carisma, Bruno Nobili eleganza e classe, Bruno Orazi imprevedibilità, Giorgio Repetto corsa instancabile e disciplina tattica. Nobili, in particolare, aveva una storia curiosa alle spalle: era nato a Valencia, in Venezuela, nel 1949, ed era arrivato a Pescara nel 1974 dopo esperienze a Roma, Ascoli, Sampdoria, Maceratese, Avellino e Cagliari, per poi restare in biancazzurro otto stagioni e conquistare, oltre a quella del ’77, anche una seconda promozione in Serie A.

Fu proprio Repetto, servito da Marco Masoni, a decidere la trasferta di Vicenza contro i futuri campioni del torneo. A Ferrara, invece, il Pescara dilagò con quattro reti prima di un comprensibile rilassamento nel finale. In attacco, Giacomo La Rosa — siciliano di Messina, arrivato a Pescara dopo un lungo giro tra Roma, Palermo e Catanzaro — avrebbe chiuso l’esperienza biancazzurra con 37 presenze e 9 gol, prima di trasferirsi alla Salernitana e proseguire la carriera fino ai quarant’anni suonati, con una lunga parentesi al Banco di Roma.

In porta Piloni giocava con la rabbia di chi voleva dimostrare alla Juventus di aver sbagliato a scartarlo, mentre Galbiati, centrocampista di formazione, si reinventava libero moderno prima di trasferirsi a fine stagione tra Fiorentina e Torino. A dare equilibrio all’insieme ci pensava Eraldo Mancin, reduce dallo scudetto vinto col Cagliari nel 1970: un gregario, ma di lusso.

Il triangolare

Il campionato di Serie B si chiuse con Pescara, Atalanta e Cagliari appaiati a pari punti alle spalle del Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi, promosso direttamente. Per stabilire le altre due squadre da promuovere venne organizzato un triangolare di spareggio tra lombardi, abruzzesi e sardi. Il primo atto, a Terni, vide Pescara e Cagliari dividersi la posta a reti bianche; poi l’Atalanta superò i sardi per 2-1. Da segnalare un dettaglio curioso: senza una sconfitta a tavolino subita contro il Lecce nel corso del campionato, il Cagliari avrebbe evitato del tutto gli spareggi, centrando la promozione diretta.

Bologna, il giorno della festa

Restava l’ultimo atto, a Bologna: Pescara contro Atalanta, con i bergamaschi già certi della promozione e i biancazzurri obbligati a non perdere. Fu una gara tesa, quasi immobile, decisa più dalla prudenza che dal gioco, con l’espulsione dell’atalantino Tavola a spezzare la monotonia. Lo 0-0 finale, arbitrato da Gonella (che l’anno dopo avrebbe diretto la finale del Mondiale), consegnò al Pescara la sua prima, storica Serie A. Anni dopo, il centrocampista Nobili avrebbe riassunto quel giorno con poche parole: «Emozione unica, un giorno di festa per tutti gli abruzzesi».

Una sola stagione

La favola, però, durò poco. Per l’esordio in massima serie il presidente Taraborrelli prese il posto di Caldora, ma la rosa restò sostanzialmente la stessa che aveva conquistato la promozione. Il Pescara chiuse il campionato all’ultimo posto con 17 punti, frutto di 4 vittorie, 9 pareggi e 17 sconfitte, con 21 reti segnate e 44 subite: la peggior difesa dell’intera Serie A. Un anno dopo essere saliti tra i grandi, i biancazzurri tornavano subito in B.

Cosa resta di quell’estate

Anni dopo, Giancarlo Cadè avrebbe ricordato quella cavalcata con parole precise:

«Ho vinto 6 campionati: Mantova, Verona, Ancona, Bologna e Reggiana, ma la promozione del Pescara ha certamente un sapore diverso rispetto a tutte le altre».

Dopo l’Abruzzo, la sua carriera errante proseguì ancora a lungo, tra Cesena, Palermo, Campobasso e Ravenna, fino a un’ultima Coppa Italia di Serie C vinta col Vicenza nel 1982.

Di quella rosa del ’77, alcuni proseguirono nel calcio come allenatori o dirigenti, altri cambiarono mestiere senza mai smettere di giocare per passione nei campionati dilettantistici. Qualcuno, come il capitano Zucchini, rimase legato al Pescara anche da team manager negli anni successivi. Altri se ne andarono troppo presto, portando con sé il ricordo di un’estate in cui una piccola città adriatica, per la prima volta, si sentì grande quanto le sue rivali del Nord.


Autore: Storie di Calcio