Negli anni in cui Ivan Drago metteva paura a mezzo mondo sugli schermi di Rocky, un altro sovietico incuteva timore sui campi d’Europa. Non aveva il fisico da corazziere né i capelli biondi: era alto, magro, moro, e con lo sguardo di ghiaccio del pugile condivideva soltanto il sangue freddo. Al posto dei montanti di Rocky doveva respingere i tiri di Marco van Basten, di Zico e di Michel Platini, e lo faceva volando da un palo all’altro. Si chiamava Rinat Dasaev, veniva dalla foce del Volga e guidò una Nazionale che non vinse niente, ma si fece rispettare da tutti.
Il ragazzo di Astrakhan
Rinat Faïzrakhmanovitch Dasaev nacque il 13 giugno 1957 ad Astrakhan, sul delta del Volga, non lontano dal confine con il Kazakistan. Il padre lavorava in fabbrica, la famiglia era di etnia tartara. Da bambino si dedicò al nuoto, e forse sarebbe diventato un nuotatore, se un problema a una mano non lo avesse allontanato dalla piscina.
Il calcio arrivò quasi per caso, nei giardinetti sotto casa. Essendo il più piccolo del gruppo, finiva sempre in porta, una specie di pedaggio da pagare per restare nella compagnia. Anni dopo lo raccontò con un’altra versione, più da spogliatoio: «Un inverno arrivai con venti minuti d’anticipo e, per noia, andai a mettermi in porta. L’allenatore disse di provare così. Cominciò tutto da lì».
Il padre capì che il ragazzo aveva qualcosa e lo iscrisse alla scuola calcio del Volgar, la squadra più conosciuta della città. A diciotto anni, nel 1975, arrivò l’esordio in prima squadra. Il Volgar era un club di modesta tradizione, lontano dai grandi palcoscenici, ma per mettersi in mostra bastava anche quello.
La chiamata dello Spartak

Ci volle poco perché qualcuno si accorgesse di lui. Lo notò lo Spartak Mosca, la squadra del popolo, che dopo la retrocessione del 1976 stava ricostruendo il proprio nome. Sulla panchina sedeva Konstantin Beskov, ex compagno di squadra di Lev Yashin, l’unico portiere capace di vincere il Pallone d’Oro, nel 1963. Uno come lui sapeva riconoscere al volo un numero uno di razza.
Il 23 maggio 1978 Dasaev debuttò in campionato con la maglia biancorossa. Lo Spartak chiuse quell’anno al quinto posto e la delusione degli ultimi tempi cominciò a sembrare un ricordo. L’anno dopo, nel 1979, la squadra vinse il titolo sovietico al termine di un lungo testa a testa con la Dinamo Kiev. Fu il primo di due scudetti (il secondo sarebbe arrivato nel 1987). A settembre di quello stesso anno arrivò anche la prima presenza in Nazionale, in un’amichevole con la Germania Est.
Con Beskov il giovane portiere perfezionò un gesto che fece discutere, il tuffo con i piedi in avanti. I critici sovietici lo consideravano poco ortodosso. Lui rispondeva con semplicità: «Non si può vivere secondo le vecchie regole dei portieri. Mi buttavo con i piedi avanti solo quando così arrivavo prima sul pallone».
Mosca 1980 e Spagna 1982
L’appuntamento più atteso da lui e da tutto il paese era l’Olimpiade di Mosca del 1980, quella del boicottaggio americano. A guidare i padroni di casa c’era ancora Beskov. L’Unione Sovietica, favorita della vigilia, partì forte e poi si fermò in semifinale contro la Germania Est, accontentandosi del bronzo.
Erano anni in cui il Cremlino viveva isolato e il calcio sovietico restava in buona parte un mistero per il resto d’Europa. Per questo il livello mostrato ai Mondiali di Spagna del 1982 sorprese quasi tutti. Guidata dall’eleganza e dalla rapidità di Oleg Blochin e da un Dasaev in giornata di grazia, la squadra superò il primo turno ed entrò nel girone dei quarti con Polonia e Belgio. Una differenza reti sfavorevole le negò la semifinale contro l’Italia.
Fu comunque il torneo di Dasaev. La stampa lo ribattezzò “la Cortina di Ferro” e i giornalisti lo indicarono, insieme al nostro Dino Zoff, come il miglior portiere del Mundial. Nello stesso anno fu eletto calciatore sovietico dell’anno.
Un portiere che attacca
I riflessi erano formidabili e l’agilità felina, e per questo lo chiamavano anche “il Gatto”. Ma il meglio lo dava nelle uscite, dove la freddezza gli permetteva di scegliere sempre il tempo giusto. C’era poi un dettaglio che gli avversari scoprivano a proprie spese: era il primo attaccante della squadra. Con quelle braccia lunghe e potenti scagliava rilanci precisi verso le punte, e un pallone innocuo diventava in un attimo l’inizio di un contropiede.
Non era un portiere da copertina, di quelli che cercano la parata scenografica. Puntava all’efficacia e alla posizione giusta, e spesso i suoi interventi sembravano facili proprio perché li aveva preparati un attimo prima.
Il calcio del 2000 di Lobanovsky
A Messico ’86 la panchina era passata al colonnello Valéry Lobanovsky, che portava con sé una visione del gioco fatta di automatismi, preparazione fisica e velocità. La chiamavano il “calcio del 2000”, e ricordava un po’ il calcio totale dell’Olanda di qualche anno prima.
Negli ottavi di finale l’avversario era il Belgio. Nel caldo asfissiante di Leon la partita si trasformò in un incubo: finì 4-3 dopo i supplementari, con Igor Belanov autore di una tripletta e alcune decisioni arbitrali contestate, tra cui un gol belga che a molti parve irregolare. Le ambizioni sovietiche finirono nel cassetto.

L’Europeo dell’88
Due anni dopo la squadra si presentò in Germania Ovest con un’idea precisa. In campo c’era il genio di Sasha Zavarov, il fiuto del gol di Igor Belanov, le corse sulla fascia di Anatoli Demjanenko, le geometrie di Sergej Alejnikov e la potenza di Oleg Protasov. Bastarono le prime partite per capire che quella Unione Sovietica era tra le più temute del torneo. Batté l’Olanda 1-0 con un Dasaev imperforabile, pareggiò con l’Irlanda e strapazzò l’Inghilterra per 3-1. In semifinale, contro l’Italia, arrivò un 2-0 che forse raccontava solo in parte la superiorità degli uomini di Lobanovsky.
La finale si giocò a Monaco di Baviera, di nuovo contro l’Olanda, e prese subito una piega storta. Squadra spenta, energie finite. Prima Ruud Gullit di testa, poi Marco van Basten, che al 54′ raccolse un cross alto di Arnold Mühren e da posizione defilata, quasi sulla linea di fondo, colpì al volo di destro. Il pallone scavalcò Dasaev e finì nell’angolo lontano. Anni dopo l’olandese spiegò la scelta con parole disarmanti: «Potevo fermare la palla e giocarla in mezzo a tutti quei difensori, oppure fare la cosa più semplice, rischiare e tirare».
C’era ancora tempo per rientrare in partita, ma il rigore calciato da Belanov venne parato. Il destino aveva deciso che quella squadra sarebbe rimasta un’eterna incompiuta.
Una consolazione, per Dasaev, arrivò dall’Istituto Internazionale di Storia e Statistica del Calcio, che lo elesse miglior portiere dell’anno.
Il sole dell’Andalusia
A trentun anni scelse di ripartire da zero. Lo comprò il Siviglia, club ambizioso, costretto a vivere all’ombra di Real Madrid e Barcellona ma per nulla disposto a fare la comparsa. Il suo sbarco all’aeroporto di San Pablo fu accolto da più di duemila tifosi in delirio. Il nome Rinat risultava ostico agli andalusi, e presto i tifosi lo ribattezzarono “Rafaé”.
Dal freddo di Mosca al sole del sud: cambiava tutto, dal clima al ritmo delle giornate. La prima stagione fu più ombra che luce, la seconda andò meglio e la squadra raggiunse un piazzamento utile per la Coppa UEFA. Ma solo di rado ritrovò la sicurezza mostrata con la maglia della Nazionale.
Il tramonto
Anche l’URSS non era più quella di prima. Era caduto il Muro di Berlino, i regimi comunisti crollavano uno dopo l’altro e la Perestrojka di Gorbaciov non riusciva a rianimare un sistema ormai agonizzante. Ai Mondiali di Italia ’90 la Nazionale sovietica si presentò per la prima volta senza la scritta CCCP sul petto. Era il segnale che un’epoca stava finendo.
Il capitolo si chiuse al San Nicola di Bari, in un sabato pomeriggio malinconico. Dasaev giocò la sua novantunesima e ultima partita in maglia sovietica. La Romania vinse 2-0: un gol parabilissimo sul primo palo e un rigore generoso concesso dall’arbitro. Poi la panchina.
Tornato a Siviglia, perse il posto. Cercò rifugio nell’alcol e in compagnie sbagliate, si separò dalla moglie e nell’estate del 1991 rimase gravemente ferito in un incidente d’auto causato proprio da quel vizio. Chiuse la carriera e scomparve dalla vista di tutti per alcuni anni. Ricordò così quel periodo: «Gli ultimi dieci anni in Spagna furono difficili. Per due anni non sentii nessuno, nemmeno mia madre e mio fratello. Avevo paura di chiamare. Non trovavo uno scopo e l’ozio mi stava distruggendo».
La rinascita
A tirarlo fuori dal buio fu una donna di Siviglia, María del Mar, che sarebbe diventata la sua seconda moglie. Lui la ricorda con gratitudine: «María mi ha salvato, mi ha tirato fuori dal baratro». Negli anni Novanta fece da preparatore dei portieri al Siviglia con Luis Aragonés, poi nel 1998 tornò in Russia. Oggi vive con la famiglia e lavora con i ragazzi dello Spartak Mosca, trasmettendo ai giovani portieri il mestiere che lo ha reso celebre.
Chi lo ha ammirato conserva nella memoria una sola immagine: il portiere in completo giallo, sull’attenti, mentre ascolta le note dello splendido inno sovietico.