Prima di essere un soprannome, Flo era un cognome di famiglia e, ancor prima, il nome di un paesino sui fiordi occidentali della Norvegia, crocevia tra Oslo, Bergen e Trondheim. In un cortile con le sedie di cucina usate come pali della porta, alcuni ragazzi si allenavano a colpi di pallina da ping pong, cercando di infilarla tra le gambe delle sedie dopo aver passato il pomeriggio a guardare le partite in televisione. Tra loro c’era Tore André, nato il 15 giugno 1973, terzo di cinque fratelli, tre dei quali sarebbero diventati calciatori professionisti: Jostein, Jarle e, tra i cugini, Håvard.
“La vita a Stryn non è molto varia”, avrebbe raccontato lui stesso anni dopo, quando ormai il pallone lo aveva portato lontano dai fiordi. Restavano le montagne per chi voleva sciare, e il calcio, l’unico vero passatempo di un paese dove le stagioni si somigliano tutte.
Sogndal, Tromsø, Brann
Il primo club a crederci fu il Sogndal, che lo preleva insieme ai fratelli e lo fa esordire in prima squadra a vent’anni. Sedici gol bastano a trascinare la squadra in massima serie, ma la permanenza dura una sola stagione: arriva la retrocessione, e con essa il trasferimento al Tromsø, dove diventa capocannoniere e conquista la prima maglia in nazionale.
Il salto di qualità arriva a Bergen, sponda Brann: due stagioni da protagonista assoluto, quasi trenta gol l’anno, la consacrazione definitiva come miglior attaccante norvegese del momento. In patria non tutti gliela perdonano, quella crescita: quando il trasferimento in Inghilterra salverà i conti del club, i tifosi biancorossi faranno finta di non accorgersene.

La notte di Ullevaal
Il soprannome nasce lì, in un’amichevole del maggio 1997 allo stadio di Ullevaal, a Oslo. La Norvegia batte il Brasile 4-2, Tore André Flo firma una doppietta, e quella sera i norvegesi interrompono una striscia di oltre quaranta partite consecutive senza sconfitte della nazionale verdeoro. Da quel momento, sui giornali scandinavi, per lui non basta più il cognome di famiglia: comincia a circolare “Flonaldo”.
Un’etichetta ingombrante, cucita addosso a un ragazzo di ventiquattro anni dal fisico da centro di basket più che da fuoriclasse sudamericano. Ma i numeri, quell’anno, sembrano dargli ragione.
Il Mondiale di Francia
A Marsiglia, ottavi di finale contro l’Italia, sarà lui il grande protagonista dei settanta minuti in cui i norvegesi provano l’assalto forsennato al risultato, prima che Luigi Di Biagio e Christian Vieri chiudano i conti. Ma il punto più alto della sua avventura francese arriva prima, nel girone, contro lo stesso Brasile che gli aveva regalato il soprannome.
Bebeto porta in vantaggio i sudamericani a pochi minuti dalla fine, ma all’83’ Flo pareggia; due minuti dopo si procura un calcio di rigore che Kjetil Rekdal trasforma all’88’, e la Norvegia vince 2-1, staccando il pass per gli ottavi. Nel giro di tredici mesi, “Flonaldo” ha segnato tre gol al Brasile: un dettaglio che a Oslo non hanno mai smesso di raccontare con un certo gusto.
Un soprannome a Londra
A settembre ’97 arriva la chiamata del Chelsea di Ruud Gullit, che lo preleva dal Brann per una cifra modesta. Parte alle spalle di Gianfranco Zola e Mark Hughes, ma quando quest’ultimo si infortuna trova subito lo spazio per farsi notare: una tripletta nel 6-1 rifilato al Tottenham convince Londra che il soprannome, in fondo, un fondo di verità ce l’ha.
Le stagioni successive, sotto Gianluca Vialli, portano una Coppa delle Coppe, una Coppa di Lega e la prima storica qualificazione dei Blues alla Champions League. Flo non sarà mai davvero paragonabile al fenomeno brasiliano di cui porta il nome storpiato, ma diventa un centravanti fisico, generoso, capace di partite intere giocate di pura potenza e movimento continuo.
Con gli arrivi di Eiður Guðjohnsen e Jimmy Floyd Hasselbaink, lo spazio si restringe. Dopo tre anni, tocca fare le valigie.

Glasgow e gli anni di mezzo
I Rangers, per rispondere all’ingaggio di Henrik Larsson da parte dei cugini del Celtic, pagano al Chelsea dodici milioni di sterline: quaranta volte quanto Gullit aveva speso per prelevarlo dalla Norvegia, il trasferimento più oneroso nella storia del calcio scozzese. Per un paio di stagioni Flo ne è all’altezza.
Poi arriva il Sunderland, che lo chiama per risollevare le sorti dei Black Cats. Ma tra un cambio di panchina e l’altro, il fisico e la forma non sono più quelli di un tempo.
Siena
Nel 2003 il Siena di Giuseppe Papadopulo, appena promosso in Serie A, lo sceglie un po’ a sorpresa. Nel tridente con Enrico Chiesa e Nicola Ventola, spesso schierato esterno, Flo contribuisce con otto reti alla prima storica salvezza del club toscano.
La stagione seguente comincia peggio: un incidente d’auto senza gravi conseguenze, un cambio di allenatore che non lo aiuta. Con Gigi Simoni in panchina gli vengono preferiti Massimo Maccarone e Antonio Carparelli, ma dopo qualche chiarimento il norvegese trova comunque cinque gol per la seconda salvezza consecutiva: non sarà mai l’alter ego biondo di Ronaldo, ma la sua parte la fa.
Il rigore di Milton Keynes
Nel 2007 l’ex compagno Dennis Wise lo porta al Leeds United, ma gli infortuni gli impediscono di incidere e la squadra retrocede. L’11 marzo 2008 Flo appende gli scarpini al chiodo. Nove mesi dopo ci ripensa: firma per il Milton Keynes Dons, allenato da un altro ex compagno di Chelsea, Roberto Di Matteo.
Nella semifinale di ritorno dei playoff di League One contro lo Scunthorpe United, entra nei tempi supplementari al 109′ al posto di Sam Baldock. La serie dei rigori arriva al nono turno per entrambe le squadre, in perfetta parità: tocca proprio a lui, il più esperto in campo, presentarsi sul dischetto. Sbaglia, e lo Scunthorpe vola a Wembley, dove qualche settimana dopo batterà il Millwall 3-2 conquistando davvero la promozione.
Il ritorno a casa
Tra un ritiro e l’altro, Flo si concede persino una parentesi da ballerino in un reality show norvegese, con discreto entusiasmo del pubblico di casa. Ma il calcio lo richiama ancora: nel 2011 torna al Sogndal, il club dei suoi primi calci, e si regala una doppietta contro il Molde e un pareggio contro il Rosenborg in cui sostituisce in campo il nipote Ulrik Flo, di quindici anni più giovane. Il ritiro definitivo arriva nell’agosto del 2012.
Non è mai stato, davvero, la risposta europea a Ronaldo, né un Fenomeno in miniatura scandinava. Solo un buon centravanti che per tredici mesi ha tormentato la nazionale brasiliana e se n’è portato dietro il nome per il resto della carriera. “Flonaldo, prima dell’altro Ronaldo, Cristiano”, si legge ancora oggi in un vecchio articolo che ne ripercorre le vite. Un’etichetta pesante, ma che almeno un ragazzo di Stryn ha saputo portare con dignità, fino all’ultima partita.