Sul prato dell’Estadio Azteca, il 21 giugno 1970, un difensore italiano di nome Mario Bertini prova a chiudergli ogni spazio. Rivelino ha la palla incollata al piede sinistro, la sposta appena con l’esterno, la richiama con l’interno in una frazione di secondo: un lampo di caviglia che manda Bertini fuori tempo. È l’elastico, il gesto tecnico che il mondo intero finirà per associare al suo nome, eseguito nella finale più importante della sua carriera. Pochi minuti dopo il Brasile batterà l’Italia per 4-1 e diventerà per la terza volta campione del mondo. Di quel pomeriggio si ricorderanno soprattutto Pelé, Jairzinho, Carlos Alberto: Rivelino, che pure una rete non la segnò, resterà negli occhi di tutti come l’uomo di quella finta.
Un ambulante di Macchiagodena
Roberto Rivellino (in Brasile la doppia elle si perde quasi subito, per pura fonetica) nacque il primo gennaio del 1946 a San Paolo. Il padre era un ambulante originario di Macchiagodena, un paese di poche centinaia di anime in provincia di Isernia, emigrato in Brasile insieme alla moglie nei primi decenni del secolo. Alla firma del primo tesserino qualcuno gli chiese come si chiamasse. «I miei erano molisani», avrebbe raccontato più avanti, quasi a rivendicare quel cognome con due elle che i brasiliani non riuscivano a pronunciare.
Il provino sbagliato
Nella comunità italiana di San Paolo la strada sembrava già scritta: il Palmeiras, fondato dagli emigrati italiani nel 1942 e conosciuto ancora come Palestra Italia, era la squadra di famiglia. Nel 1962 il sedicenne Roberto si presentò a un provino. Non piacque, e tornò a casa senza contratto. La delusione lo spinse dall’altra parte della città, al Corinthians, che lo mise sotto contratto nel settore giovanile l’anno seguente. Fu lì, nel 1964, che la sua storia incrociò quella di un compagno di squadra quasi dimenticato.
La finta di un giapponese

Per decenni la leggenda ha voluto che l’elastico fosse un’invenzione di Rivelino. Le cose, in realtà, andarono diversamente. Nelle giovanili del Corinthians giocava Sérgio Echigo, paulista di origini giapponesi, che aveva messo a punto quella doppia finta osservando i movimenti di Garrincha e di Pelé. Fu lui a mostrarla per primo, in allenamento, tra lo stupore generale. Rivelino la osservò, la imparò, e nel giro di pochi anni la rese un marchio riconoscibile in tutto il mondo.
Lui stesso, interrogato in seguito sulla paternità della giocata, non se ne è mai nascosto: «lui l’ha inventata, io l’ho perfezionata». Della carriera di Echigo, spentasi presto tra i professionisti prima di un secondo atto da opinionista in Giappone, restano oggi poche righe nei libri di storia del calcio. Del suo allievo, molto di più.
Il Reizinho nel lungo digiuno
L’esordio tra i professionisti arrivò il 13 gennaio 1965, allo stadio dell’Ilha do Retiro di Recife: Corinthians 3-0 sul Santa Cruz, gol suo. In dieci stagioni con la maglia bianconera Rivelino avrebbe collezionato 471 presenze e 141 reti, diventando il Reizinho do Parque, il piccolo re del Parque São Jorge. Erano anni complicati per il club: dal 1954 il Corinthians non vinceva il campionato Paulista, una traversata del deserto lunga oltre vent’anni che i tifosi vivevano come un’onta. Rivelino ne fu insieme il simbolo di resistenza e, agli occhi di una parte della tifoseria, il capro espiatorio: quando nel 1974 il Corinthians perse un’altra finale, stavolta contro il Palmeiras, l’astio nei suoi confronti esplose. Fu l’inizio della fine di un legame durato un decennio.
Messico 1970: la Patada Atómica
Prima di tutto questo, però, c’era stato il Messico. Il ct Mário Zagallo si trovò davanti un problema di lusso: nella rosa del 1970 cinque giocatori vestivano il numero 10 nei rispettivi club. La soluzione fu spostare tutti di una casella: Pelé tenne la maglia numero 10, Gérson l’8, Tostão il 9, Jairzinho il 7, e a Rivelino toccò l’11, con l’indicazione di adattarsi sulla fascia sinistra pur non essendo un’ala. Il 3 giugno, alla prima partita del girone contro la Cecoslovacchia, arrivò la consacrazione: al 24′ Rivelino pareggiò con una punizione dalla lunga rincorsa, calciata con una potenza tale che i cronisti messicani coniarono per lui il soprannome di Patada Atómica, la pedata atomica. Il Brasile chiuse la gara sul 4-1.
Perù, Uruguay e la sfida all’Italia
Nei quarti di finale, il 14 giugno a Guadalajara, fu ancora Rivelino ad aprire le marcature contro il Perù, all’11’, in una partita che il Brasile avrebbe chiuso sul 4-2. Tre giorni dopo, in semifinale contro l’Uruguay, arrivò forse il gol più prezioso: al 90′, in pieno recupero, fissò il punteggio sul 3-1 che spense ogni residua velleità sudamericana. Nella finale del 21 giugno contro l’Italia di Valcareggi, Rivelino non trovò la via del gol, ma la sua prestazione – coronata dall’elastico a Bertini – lo consacrò comunque tra i protagonisti assoluti di quella Coppa Rimet. Con tre reti in cinque partite, e un ruolo di rifinitore costante per Pelé e Jairzinho, chiuse il torneo come uno dei giocatori più discussi e ammirati al mondo: tra i suoi estimatori più giovani, in Argentina, un bambino di nome Diego Armando Maradona avrebbe conservato per anni il ricordo di quel mancino.

L’addio al Parco e la tripletta di ritorno
Il trasferimento al Fluminense, nel 1975, portò con sé uno scherzo del destino che nessun copione avrebbe saputo scrivere meglio. L’esordio in maglia tricolore, l’8 febbraio, capitò proprio contro il suo vecchio Corinthians, al Maracanã, davanti a oltre quarantamila spettatori. Rivelino segnò tre volte, contribuendo al 4-1 finale. Con il Fluminense, soprannominato “la Máquina” per la quantità di nazionali in rosa, vinse due campionati Carioca consecutivi, nel 1975 e nel 1976, chiudendo con soddisfazione un capitolo che a San Paolo si era concluso tra i fischi.
Arabia Saudita e l’ultima maglia verdeoro
Nel 1978, dopo aver preso parte anche al Mondiale di Germania del 1974, Rivelino si presentò alla sua terza Coppa del Mondo, in Argentina, con il fisico ormai appesantito dagli anni. Il nuovo ct Cláudio Coutinho puntava su una generazione di ventenni – Zico, Toninho Cerezo, Batista – e di quella squadra Rivelino restò l’ultimo veterano superstite insieme al portiere Leão, utilizzato quasi solo a partita in corso. Toccò a lui, il 24 giugno a Buenos Aires, chiudere per sempre la propria carriera in nazionale: entrò al 66′ della finale per il terzo posto contro l’Italia, proprio al posto del giovane Toninho Cerezo, in una staffetta generazionale carica di significato. Il Brasile vinse 2-1, reti di Nelinho e Dirceu dopo il vantaggio iniziale di Franco Causio. Rivelino lasciava la Seleção con un bilancio di 92 presenze ufficiali e 26 reti, un Mondiale vinto e uno chiuso al terzo posto.
L’ultima tappa da calciatore fu l’Al-Hilal, in Arabia Saudita, dove vinse una coppa nazionale e due campionati prima di chiudere il contratto nel maggio 1981. Ancora indeciso se appendere le scarpe al chiodo, il 22 settembre di quello stesso anno scese in campo un’ultima volta con la maglia del San Paolo, in un’amichevole contro la nazionale saudita giocata al Morumbi: novanta minuti fuori ritmo, senza reti, prima del ritiro definitivo.
Il dopo campo
Da allenatore guidò per una stagione, nel 1994, i giapponesi dello Shimizu S-Pulse; nel 2004 tornò al Corinthians come direttore tecnico, restandovi solo quattro mesi prima di dimettersi lamentando la mancanza di condizioni di lavoro adeguate. Nel 2014 il club gli dedicò un busto al Parque São Jorge, la stessa sede che nel 1962 lo aveva accolto dopo il rifiuto del Palmeiras. Un ritorno, in fondo, a casa.