Veni, Vidi… Virdis

Giampiero Boniperti prese l’aereo per la Sardegna a metà luglio del 1977. Il presidente della Juventus campione d’Italia viaggiava per convincere un ragazzo di vent’anni, in forza a una squadra di serie B, a trasferirsi a Torino. Quel ragazzo si chiamava Pietro Paolo Virdis, portava i baffi, faceva il centravanti nel Cagliari e aveva già detto no. Per quasi due settimane il calcio italiano non parlò d’altro.

La Juventus del 1977

La Juventus aveva appena chiuso una stagione memorabile. Lo scudetto era arrivato con 51 punti, uno in più del Torino, al termine di uno dei campionati più esaltanti del dopoguerra, e in bacheca era comparsa anche la Coppa UEFA. In panchina sedeva Giovanni Trapattoni, dietro la scrivania Boniperti, che di quella squadra conosceva ogni ingranaggio.

Per la stagione 1977-78 servivano forze nuove. Dal Lanerossi Vicenza, rivelazione della serie B, arrivò Vinicio Verza; dall’Atalanta arrivò Piero Fanna. Mancava una punta da alternare a Roberto Boninsegna, reduce da un campionato ottimo ma già provato dal logorio di tante battaglie.

L’annuncio

L’11 luglio la Juventus uscì allo scoperto e annunciò l’imminente acquisto di Virdis, giovanissimo centravanti del Cagliari che in B aveva già fatto vedere meraviglie. Il giorno dopo Tuttosport aprì la prima pagina a nove colonne: «La Juve soffia Virdis al Toro».

Il titolo aveva un fondamento. A campionato non ancora concluso Orfeo Pianelli e Gigi Radice avevano puntato gli occhi sull’attaccante sardo, e il Torino si vedeva ora beffato dai rivali di sempre. I granata avevano appena perso lo scudetto per un solo punto, e quel colpo di mercato bruciava il doppio. La notizia fu confermata soltanto nell’ultimo giorno di mercato, dopo una ridda di smentite e di conferme. Per il giornale i bianconeri avevano vinto allo sprint anche quella partita.

In Sardegna L’Unione Sarda lo portò in prima pagina come l’uomo più importante del mercato, valutato due miliardi di lire. Per il Cagliari, in serie B e con gli stipendi pagati in ritardo, due miliardi erano una cifra enorme.

Il ragazzo di Sindia

Virdis era nato a Sassari nel giugno del 1957, ma a chi glielo chiedeva rispondeva che era successo per caso. La sua terra era Sindia, un paese di milleseicento anime. Il padre, ispettore agricolo, portò la famiglia a Cagliari quando il bambino aveva sette anni, e a Cagliari il calcio smise di essere un gioco.

Era un centravanti moderno: tecnico, forte di testa, abbastanza robusto da tenere testa ai difensori più duri, con un carattere tutt’altro che semplice.

Il modello aveva un nome solo, Gigi Riva. Virdis vestì la maglia del Cagliari dal 1974 al 1977 e in quel periodo raccolse 75 presenze e 24 gol. Nell’anno della retrocessione ne segnò sei, senza riuscire a salvare la squadra. Con Riva ormai lontano dal campo i finanziamenti si assottigliarono e gli stipendi cominciarono ad arrivare in ritardo. Lui stesso capì che l’addio era ormai questione di tempo.

L’estate del 1977 trovò il Cagliari in serie B, appena uscito sconfitto dagli spareggi per risalire. Tutti chiamavano Virdis l’erede di Riva, e anche in questo gli somigliò: qualche anno prima pure Riva aveva detto no alla Juventus.

Il rifiuto

La risposta arrivò da Calangianus, dove Virdis si trovava in quei giorni. «Mi spiace, ma alla Juventus non ci vado. Voglio rimanere in Sardegna e riportare il Cagliari in serie A».

Le ragioni erano più d’una: la nostalgia, il legame con la terra, l’affetto dei tifosi. Pesava soprattutto la famiglia. Il padre era morto da poco, Virdis era l’unico maschio e si sentiva chiamato a fare l’uomo di casa, con una madre, Demetria, e tre sorelle a cui badare.

Attorno al no si formò subito un alone di giallo. Si parlò di un motivo misterioso, di storie di cuore, di suggeritori nell’ombra. Anni dopo Virdis archiviò tutto dicendo che il resto era leggenda, fidanzate mai esistite comprese.

Il vincolo sportivo

Per misurare la portata di quel no bisogna ricordare come funzionava il calcio di allora. Con il vincolo sportivo la società si assicurava le prestazioni dell’atleta per tutta la carriera e poteva cederle a un’altra squadra. La legge che avrebbe abolito quel meccanismo arrivò soltanto nel 1981. Un giocatore che rifiutava il trasferimento rischiava di restare senza squadra, e nel giorno del rifiuto un titolo dell’Unione Sarda lo scrisse chiaro: senza accordo, la carriera di Virdis poteva finire lì.

Il caso

Il caso finì in prima pagina e ci rimase per giorni. Nella quiete di mari, monti e città si moltiplicarono i dibattiti, con annotazioni di costume, di politica e perfino di psicologia. Qualcuno vedeva in Virdis lo strumento di un gruppo di «golpisti» che puntava a far cadere il presidente del Cagliari, Delogu.

Gigi Riva, che in Virdis vedeva il proprio erede, venne coinvolto. L’ex bomber di Leggiuno tuonò:

«Virdis non è stato assolutamente strumentalizzato. È soltanto un ragazzo intelligente e sensibile, con delle idee ben precise. Io dico soltanto che il ragazzo dovrebbe rimanere per il bene della società. È l’unico sardo della società: stiamogli vicino».

Roberto Boninsegna, intanto, consigliava tutt’altro:

«Ragazzo, vieni alla Juventus, non commettere errori».

Nei giorni della polemica qualcuno cercò, con malizia, una regia del Torino dietro quel no secco: il club granata era stato beffato dalla Juventus nella caccia al cannoniere sardo. Il presidente Pianelli si infuriò:

«Il Torino non c’entra: Virdis deve accettare».

Dalla parte del giocatore si schierò l’avvocato Sergio Campana:

«L’associazione calciatori difenderà il ragazzo. Bisogna rispettare il volere del singolo, superiore agli interessi della società».

L’incontro a Santa Teresa

Boniperti non era abituato a sentirsi dire di no e decise di muoversi di persona. Volò in Sardegna, parlò con la signora Demetria e il 18 luglio incontrò Virdis a Santa Teresa di Gallura. Pranzo e due ore piene di colloquio, senza risultato. Virdis ribadì: «Mi dispiace, presidente, ma dalla Sardegna non mi muovo. Sono disposto a pagare in prima persona e subire tutte le conseguenze del mio rifiuto».

Intanto Gianni Agnelli era su tutte le furie. Virdis era un suo pallino da tempo, e l’Avvocato non ammetteva rifiuti. Con tono seccato sentenziò:

«Virdis può rimanere in Sardegna: non sappiamo cosa farcene di gente che si ostina a non accettare le nostre proposte».

In quelle ore all’Avvocato viene attribuita anche una frase più conciliante:

«Inutile forzare una decisione, si rischia di compromettere sul nascere ogni rapporto».

Boniperti, nonostante gli anatemi, continuò a lavorare sottotraccia, mentre Virdis restava chiuso nel suo segreto, fermissimo sulle proprie posizioni.

Poi le posizioni cominciarono a spostarsi. Riva, dopo una telefonata con Boniperti, consigliò pubblicamente a Virdis di andare a Torino. Si fece sentire anche lo zio, Giovanni Del Rio, sottosegretario alla Pubblica Istruzione: «Pietro accetta, credi a me». In piazza intanto scesero i tifosi del Cagliari, per contestare la gestione del presidente Delogu. Il trasferimento del giocatore non li scandalizzava affatto. Fu forse quella piazza a far riflettere Virdis, che smise di sembrare tanto sicuro.

Virdis avrebbe descritto quei giorni come una storia davvero strana: lui non pensava di lasciare la Sardegna e resisteva, ma da ogni parte la spinta a cambiare idea aumentava.

Il sì

Il 23 luglio la vicenda si sbloccò. Virdis accettò la Juventus e partì con Boniperti per Torino, via Milano-Linate. A spingerlo verso il sì furono la madre e perfino Riva, consapevoli che al Cagliari quei soldi servivano. Secondo alcune ricostruzioni, un ultimatum di Boniperti non gli lasciò scelta. Il 25 luglio si presentò a Villar Perosa per il raduno, due settimane dopo l’annuncio dell’11.

Anni dopo Virdis riassunse così il suo rifiuto: «Il mio non era un no a quella squadra, era un sì al Cagliari». Sarebbe tornato in Sardegna tre anni più tardi.

Gli anni a Torino

L’accoglienza fu fredda. I senatori dello spogliatoio non dimenticarono il no dell’estate e glielo fecero pesare, e Virdis riconobbe più tardi che quella scelta aveva incrinato i suoi rapporti con la tifoseria e con lo spogliatoio. A quell’età, aggiunse, ci si sente maturi senza esserlo davvero.

Sulla carta il progetto era chiaro: la Juventus contava su di lui in prospettiva, per raccogliere l’eredità di Boninsegna. Il fisico non aiutò: prima la mononucleosi, poi guai articolari che ne frenarono il rendimento. L’esordio in campionato aveva promesso bene, con il Foggia travolto 6-0 al Comunale dopo lo 0-0 dell’intervallo e Virdis entrato a inizio ripresa. Nei tre anni a Torino lasciò poche tracce: 45 presenze e 8 gol.

Fu lui stesso a chiedere a Boniperti di essere ceduto in prestito al Cagliari, per ritrovare fiducia nei propri mezzi. Funzionò: in Sardegna giocò 22 partite e segnò cinque gol. Rientrato alla Juventus nel 1981-82, giocò tutte le trenta partite di campionato, segnò nove gol e trovò un’ottima intesa con Roberto Bettega. Con i bianconeri vinse due scudetti e una Coppa Italia.

Gli anni con il Milan

Seguirono l’Udinese, dove segnò 12 gol in 45 presenze, e nel 1984 il Milan, dove Virdis visse il periodo più ricco della carriera: 135 presenze e 53 gol. Nel 1986-87 chiuse capocannoniere della serie A con 17 gol. Il primo maggio 1988 segnò due volte al San Paolo, e con un gol di Marco van Basten il Milan batté 3-2 il Napoli di Diego Maradona e Careca. Fu il sorpasso in classifica, e lo scudetto di Arrigo Sacchi arrivò all’ultima giornata.

L’anno dopo il Milan vinse la Coppa dei Campioni con Virdis nel gruppo. Con la nazionale olimpica giocò anche a Seul, nel 1988, dove l’Italia chiuse al quarto posto. Concluse la carriera al Lecce.

Il ragazzo che voleva restare a Cagliari segnò così i suoi gol più celebri lontano dalla Sardegna. Il no dell’estate 1977 gli costò tre anni difficili; Boniperti, che quell’estate aveva insistito fino al sì, non aveva sbagliato giudizio.


Autore: Storie di Calcio