Gianfranco Zigoni: tra Che Guevara e Padre Pio

Sulla panchina del Bentegodi, un pomeriggio di fine anni Settanta, siede un giocatore in pelliccia di volpe e cappello da cowboy. Non è un tifoso mascherato né una trovata pubblicitaria: è Gianfranco Zigoni, attaccante della Hellas Verona, appena escluso dall’undici titolare, deciso a farlo sapere a modo suo. La domenica successiva tornerà in campo, e segnerà pure. È solo uno dei tanti episodi di una carriera vissuta come se il rettangolo verde fosse un palcoscenico personale e le regole, tutt’al più, un suggerimento.

Il Bronx di Oderzo

Gianfranco Cesare Battista Zigoni nacque il 25 novembre 1944 a Oderzo, l’antica Opitergium romana in provincia di Treviso, in una famiglia di contadini. Crebbe nel quartiere Marconi, vicino alla stazione, che lui stesso ribattezzò «il mio Bronx»: da bambino girava armato di fionda, più grande di carabina, tenendo sotto controllo il territorio come un piccolo sceriffo di provincia.

Mosse i primi passi nel calcio nell’oratorio del Patronato Turroni e nelle giovanili del Pordenone, mettendo in mostra piedi educatissimi e un temperamento che nessun allenatore sarebbe mai riuscito a normalizzare del tutto.

Il predestinato bianconero

A soli diciassette anni e quindici giorni, il 10 dicembre 1961, esordì in Serie A con la maglia della Juventus, in Udinese-Juventus 2-1. Restò tre stagioni tra i bianconeri, ma giocò pochissimo: la Torino di quegli anni non era terreno per un ragazzo che considerava la disciplina un optional.

Nel 1964 arrivò il prestito al Genoa, la svolta che gli permise finalmente di giocare con continuità.

Genova, il trampolino

Con il Genoa, Zigoni trovò per la prima volta il palcoscenico che meritava. Nella stagione 1964-65 i rossoblù retrocessero in Serie B nonostante i suoi otto gol; l’anno dopo, in cadetteria, continuò a segnare e si conquistò la gradinata Nord, che lo elesse idolo. In due stagioni, tra Serie A e Serie B, mise insieme 58 presenze e 16 reti.

Nel 1966 tornò alla Juventus, questa volta da protagonista.

Il ritorno e lo scudetto operaio

Nella stagione 1966-67 contribuì con otto gol alla conquista del tredicesimo scudetto bianconero, arrivato all’ultima giornata ai danni dell’Inter. L’anno seguente giocò le sue uniche partite europee, in Coppa dei Campioni.

L’allenatore era il paraguaiano Heriberto Herrera, detto “H.H.”, uomo di ferro e teorico del “movimiento”. Tra i due il rapporto fu, prevedibilmente, tempestoso: una volta, dopo aver incassato a freddo un pugno allo stomaco dal tecnico, Zigoni lo sollevò di peso, lo portò alla finestra dell’albergo del ritiro, chiamò a raccolta l’intera squadra e ve lo lasciò ciondolare nel vuoto per un paio di minuti. Non fu mai chiarito chi, tra i due, ne uscisse più ridimensionato.

Restò con i bianconeri fino al 1970, totalizzando in carriera, tra i due periodi, 86 presenze e 23 reti in campionato. Il suo unico rimpianto di quegli anni, avrebbe confessato più avanti, fu essersi tagliato i capelli per accontentare Herrera: «ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli».

Roma, la libertà e Pelé

Nel 1970 lo volle alla Roma Helenio Herrera — un altro Herrera, altrettanto totemico ma di segno opposto: dove il primo imponeva la disciplina militare, il secondo gli lasciò l’illusione della libertà. «A Torino dovevi essere un soldato, soffrivo. A Roma mi sono, finalmente, sentito libero», raccontò Zigoni.

Nei due campionati in giallorosso, dal 1970 al 1972, collezionò 49 presenze e 12 reti. Fu in quegli anni che affrontò il Santos di Pelé in un’amichevole all’Olimpico: prima del match si era convinto di essere il calciatore più forte del mondo — un’opinione confermata in campo persino da avversari come il difensore del Real Madrid José Santamaría, infilato di un doppio tunnel in un’altra amichevole — ma bastò vedere Pelé da vicino per fargli cambiare idea di colpo. Preparò mentalmente perfino un annuncio di ritiro in terza persona. Poi il Santos sbagliò un rigore, e Zigoni decise che poteva ancora continuare a giocare…

Fu anche l’epoca in cui ritrovò in squadra Roberto Vieri, padre del futuro bomber Christian Vieri: prima di una punizione dal limite, finse con lui una lite per distrarre il portiere avversario, si accasciò a terra, si rialzò di scatto e infilò il pallone all’incrocio.

Il regno gialloblù

Nel 1972 arrivò a Verona, e fu lì che Zigoni trovò la sua dimensione definitiva. Calzettoni perennemente abbassati, capelli lunghi sulla nuca nonostante una stempiatura precoce, un fisico mai davvero allenato ma capace di giocate impossibili: gli ultras dell’Hellas lo elessero “Dio Zigo”, e tali sono rimasti.

In sei stagioni con la maglia scaligera — una sola delle quali, la 1974-75, disputata in Serie B — totalizzò 139 presenze e 29 reti, diventando probabilmente il calciatore più identificato con la storia del club prima dello scudetto dell’85. Resta leggendaria una amichevole di fine stagione contro il Vicenza, con l’amico Ezio Vendrame dall’altra parte della barricata: Zigoni si svegliò dal proprio torpore quel tanto che bastava per saltare in dribbling quattro avversari e infilare il pallone all’incrocio dei pali, salvo poi incamminarsi verso gli spogliatoi a venti minuti dalla fine. Il pubblico, deluso dall’uscita anticipata del proprio idolo, abbandonò lo stadio prima ancora del fischio finale.

Zigo contro tutti

Nel 1975 arrivò sulla panchina scaligera Ferruccio Valcareggi, il ct che aveva vinto l’Europeo del 1968. Fu con lui che andò in scena la scena della pelliccia di volpe e del cappello da cowboy sul Bentegodi, dopo un’esclusione dall’undici titolare, e fu sempre in quegli anni che Zigoni accumulò più giornate di squalifica che gol, complice un rapporto turbolento con gli arbitri. Una volta gli costò sei giornate e trenta milioni di multa — l’equivalente, all’epoca, di due appartamenti — per aver invitato un guardalinee a infilarsi la bandierina in un punto ben preciso: «il prezzo della mia libertà di opinione», la definì lui stesso.

Fu anche il primo, negli anni Settanta, a farsi cucire sui pantaloncini una Z, «di Zigoni e di Zorro», e a scendere in campo con scarpe rosse e gialle quando tutti calzavano il nero regolamentare. Discusse un rinnovo di contratto con il presidente del Verona, Garonzi, aprendo il cassetto della scrivania dove sapeva essere custodita una pistola e puntandogliela contro: ne uscì con un sostanzioso aumento. E quando, di ritorno in Porsche da un allenamento, uscì di strada per evitare un trattore e finì capovolto in un fosso, ne approfittò per fingersi morto davanti ai compagni accorsi in soccorso, salvo poi strizzare l’occhio al momento giusto.

Che Guevara, Padre Pio e la Madonna

Alle pareti di casa, accanto alle foto da calciatore, tenne per anni tre immagini: Che Guevara, Padre Pio e la Madonna. Un accostamento che a molti apparve una contraddizione, e che lui risolveva a modo suo: «il Che e Gesù Cristo sarebbero andati d’accordo benissimo: predicavano entrambi che bisogna combattere l’ingiustizia». Anarchico dichiarato ma insofferente a ogni etichetta — «non sono comunista, i soldi non mi fanno schifo, ho pure il telefonino» — restò per tutta la vita un personaggio difficile da archiviare in una sola categoria, politica o spirituale che fosse.

Il tramonto e il ritorno a Oderzo

Nel 1978 passò al Brescia, in Serie B, dove chiuse la carriera professionistica con 40 presenze e 4 reti in due stagioni. Nel 1980, invece di accettare la proposta dell’allenatore Luigi Simoni di tornare al Genoa, scelse di rientrare a Oderzo e di giocare nella squadra della sua città, l’Opitergina, ritrovando il concittadino Renato Faloppa. Vi restò fino al 1983, chiudendo poi con tre stagioni al Piavon.

Divenne in seguito allenatore dei Giovanissimi tra Ponte di Piave e Basalghelle, dove è ancora oggi responsabile della scuola calcio a lui intitolata. Padre di quattro figli e nonno di cinque nipoti, resta un volto abituale delle trasmissioni calcistiche locali, dove racconta senza troppi filtri gli anni in cui, a suo dire, era «il Pelé bianco» — e il bello, ammette lui stesso, è che qualcuno ci ha sempre creduto per davvero.


Autore: Storie di Calcio