Quando la corsa della Roma inciampò sul Lecce

Il sindaco Nicola Signorello e il presidente Dino Viola camminano lungo il bordo del prato, salutano le curve a braccia alzate e raccolgono gli applausi di un Olimpico che ha già cominciato a festeggiare. È la domenica del 20 aprile 1986, alla vigilia del Natale di Roma, il sole è alto e sugli spalti sventolano bandiere giallorosse e striscioni con una parola sola, scudetto. Il pallone non ha ancora cominciato a rotolare.

Sul campo sono usciti anche alcuni giocatori del Lecce, venuti a provare il terreno e a scegliere i tacchetti. Juan Barbas, trequartista argentino, ricorderà molti anni dopo che vedere quella passerella li spinse a dare il massimo per guastare la festa. I salentini sono ultimi in classifica e già retrocessi, non hanno mai vinto lontano da casa in tutto il campionato, e a quella festa nessuno li ha invitati.

Un girone d’andata in salita

La Roma dell’85-86 non partiva tra le favorite. Aveva salutato Paulo Roberto Falcão, il brasiliano che reggeva il centrocampo, e si era affidata a Zbigniew Boniek, arrivato dalla Juventus, e alla seconda stagione di Sven-Göran Eriksson, uno svedese dai modi da gentiluomo che parlava a voce bassa e pretendeva ritmo. Il campionato cominciò male, con cinque sconfitte nelle prime sette trasferte.

Il 22 dicembre 1985 la Juventus di Giovanni Trapattoni chiuse il girone d’andata da campione d’inverno, con sei punti di vantaggio sul Napoli e otto su Inter e Roma, terze a pari merito. All’epoca la vittoria valeva due punti e otto lunghezze somigliavano a un fossato. Gran parte dei commentatori considerava la pratica archiviata, con il ventiduesimo scudetto già in viaggio verso Torino.

La rimonta

Alla ripresa, il 5 gennaio, la Roma cominciò a mangiare terreno. Per settimane quasi nessuno se ne accorse. Poi le vittorie si misero in fila, e con loro i gol: Roberto Pruzzo avrebbe chiuso da capocannoniere con diciannove reti, due segnate all’andata e diciassette al ritorno. Accanto a lui giocavano Graziani, Giannini e Ancelotti, dentro un calcio d’attacco, allegro, senza calcoli, che divertiva prima ancora di far classifica.

Il 16 marzo all’Olimpico arrivò la Juventus e la Roma la travolse per 3-0. Dalla sedicesima alla ventottesima giornata i giallorossi raccolsero ventitré punti, i bianconeri quindici. Il 13 aprile, con un 4-2 in rimonta a Pisa, la Roma agganciò la Juventus in testa alla classifica, dopo aver recuperato otto punti.

Mancavano due giornate e il calendario sembrava sorridere ai giallorossi: prima il Lecce all’Olimpico, poi la trasferta di Como. La Juventus doveva ricevere il Milan di Liedholm e chiudere proprio a Lecce. Se fossero arrivate a pari punti, si sarebbe giocato il secondo spareggio scudetto della storia, dopo quello del 1964 tra Bologna e Inter, e in molti notavano che allo spareggio la Roma sarebbe arrivata meglio.

Una settimana di proclami

Fino ad allora la Roma aveva vissuto la sua corsa con un pudore quasi scaramantico, come se pronunciare la parola ad alta voce potesse rovinarla. Nei giorni che precedevano il Lecce la prudenza sparì. Boniek, riferimento dello spogliatoio, lanciò i primi proclami e la metà giallorossa della città si mise a preparare i festeggiamenti. Come poteva una Juventus ormai spompata reggere l’urto di un finale così?

Anche Eriksson, l’uomo che aveva costruito la macchina da gol, si mise a fare i conti. Bruno Conti, campione del mondo, era di nuovo disponibile e lo svedese lo lasciò in panchina, pensando di risparmiarlo per l’eventuale spareggio. Viola, che aveva promesso all’allenatore una Ferrari in caso di scudetto, si preparava al suo giro d’onore.

Sette minuti

Il Lecce allenato da Eugenio Fascetti entra in campo da vittima designata. Il sole di aprile illumina uno stadio in cui, tra tifosi di casa e ospiti, i colori giallo e rosso sono ovunque. La Roma parte come da copione: al settimo minuto Graziani colpisce di testa e batte il portiere Ciucci. L’Olimpico esplode.

Barbas ricorda cosa pensò in quel momento: «ecco, adesso ce ne fanno dieci». Eppure il Lecce non aveva niente da perdere, e chi non ha niente da perdere gioca leggero.

A Torino la Juventus non riusciva a bucare il Milan, che teneva un passo da passeggiata. La Roma amministrava, attenta a non rischiare falli. Un’ammonizione poteva costare una squalifica proprio nel momento sbagliato, con lo spareggio o la festa a un passo, e forzare sembrava inutile.

Il ribaltone

Il Lecce rimase in partita. Al 30′ Tancredi dovette intervenire su un colpo di testa ravvicinato di Miceli. Quattro minuti dopo lo stesso Miceli avanza sulla sinistra e mette in area un cross teso. Alberto Di Chiara, cresciuto nelle giovanili romaniste, sale più in alto di tutti e insacca. È 1-1. Suo fratello Stefano gioca nella stessa squadra: per entrambi era la prima volta contro la Roma all’Olimpico.

Cala il gelo. Barbas racconterà che lo stadio si fermò per un secondo e poi riprese a incitare i suoi, mentre i giocatori in campo sembravano congelati. Poco dopo Pasculli, l’argentino che di lì a poche settimane sarebbe stato campione del mondo con Maradona, si infila in area e Tancredi lo atterra. Rigore. Sul dischetto va Barbas, regista di fosforo e di rancori, escluso dai ventidue di Bilardo per il Mondiale. Tiro secco, Tancredi si getta alla propria destra, il pallone finisce nell’angolo opposto. Al 42′ il Lecce è avanti.

Barbas aveva segnato due soli gol in tutto il campionato e ne firmò altri due in meno di un quarto d’ora. Nella ripresa, all’8′, raccoglie un pallone in area, salta Tancredi e appoggia in rete: 3-1. Sarà, dirà lui stesso, il gol più importante della sua carriera.

Intanto a Torino Briaschi inventa un numero e Laudrup trasforma il cross in un bel gol. La Juventus passa e il Milan smette di rallentare i ritmi. Quando Pruzzo, a nove minuti dalla fine, devia in rete di petto un colpo di testa di Tovalieri, per lui è il duecentesimo gol in carriera e non ha nessuna voglia di festeggiare. Il 2-3 non serve a niente.

Dopo il fischio

In tribuna d’onore i posti di Viola e Signorello si svuotano in fretta. L’Olimpico si svuota con loro, in silenzio, e i tifosi escono dallo stadio con le lacrime agli occhi. Nello spogliatoio del Lecce i giocatori restano oltre un’ora prima di uscire, scortati dalla polizia, davanti a una città vestita a festa a cui avevano appena rovinato la giornata. Molto più tardi Barbas ammetterà che nemmeno lui, mentre giocava, si era reso conto di stare spegnendo il sogno romanista.

Eriksson si presentò alle telecamere con una calma quasi irreale. Intervistato da Giampiero Galeazzi, restò lucido nonostante le lacrime della gente giallorossa. Con il tempo dirà che avrebbe dovuto portare la squadra al Nord, lontano dalla città e da un clima di festa già scattato, e non ha mai più voluto rivedere quella partita. Il lunedì lo chiamò Viola, che gli disse di dover ammettere in cuor suo di aver vinto personalmente lo scudetto, aggiungendo però «Solo che la Ferrari non gliela regalo».

Antonio Di Carlo, che quel giorno era in campo, la racconta così: «si è spenta la luce». Nei giorni seguenti girarono anche voci di combine, che non ebbero mai alcun seguito e a cui Eriksson non ha mai creduto. Barbas le respinse spiegando che il Lecce era sceso in campo per rappresentare il Salento in una stagione sfortunata.

L’ultima giornata

Domenica 27 aprile la Roma, a corto di energie, perse a Como per 0-1. La Juventus vinse 3-2 proprio a Lecce, ormai già retrocesso, e conquistò il ventiduesimo scudetto con quattro punti di vantaggio.

Il presidente bianconero Giampiero Boniperti disse qualche giorno dopo che quel titolo era forse il più bello «proprio perché è stato il più sofferto», e rivolse i complimenti alla Roma per la rincorsa. Nella stagione in cui i romanisti avevano già preparato la festa, il trofeo prese la strada di Torino.

Un pomeriggio lungo 40 anni

L’Olimpico conosceva già quel tipo di dolore. Due anni prima, nella finale di Coppa dei Campioni, la Roma aveva perso in casa contro il Liverpool ai rigori.

Per Eriksson il riscatto arrivò lontano dai giallorossi: conquistò lo scudetto a Roma alla guida della Lazio, nel 2000. La Roma dovette attendere il 2001, con Fabio Capello, per il suo terzo titolo. Quanto al Lecce, quaranta anni dopo le cronache salentine ricordano ancora quel 2-3 come l’ultima vittoria della squadra in casa dei romani.

Roma, Stadio Olimpico – domenica 20 aprile 1986
ROMA-LECCE 2-3
ROMA: Tancredi, Gerolin, Oddi, Boniek, Nela, Righetti, Graziani, Giannini (8’st Conti), Pruzzo, Ancelotti, Di Carlo (22’st Tovalieri).
Allenatore: Eriksson.
LECCE: Ciucci (26’pt Negretti), Vanoli, Colombo, Enzo, Di Chiara I, Miceli, Raise, Barbas, Pasculli, Nobile (20’st Paciocco), Di Chiara II.
Allenatore: Fascetti.
Arbitro: Lo Bello di Siracusa.
RETI: 7′ pt Graziani, 34′ pt Di Chiara II, 42′ pt (R) e 8′ st Barbas, 37′ st Pruzzo.
NOTE: Ammoniti: Graziani, Conti, Vanoli, Raise.

Autore: Storie di Calcio