Quando Bettega “scomparve” dal Campionato 

Durante un’intervista concessa in diretta a Novantesimo Minuto, Roberto Bettega tossisce un paio di volte mentre risponde alle domande. Poco più di un fastidio, si direbbe, in una sera di gennaio del 1972 in cui la Juventus vola in classifica e lui, ventunenne, è il centravanti più prolifico del campionato. Quella tosse, però, è la prima crepa di una vicenda destinata a mettere in discussione mesi della sua carriera.

Un ragazzo cresciuto in fretta

Bettega cresce nelle giovanili della Juventus come un talento sul quale la società ripone grandi aspettative. A diciotto anni, prima del grande salto, viene mandato a farsi le ossa lontano da Torino: destinazione Varese, in Serie B, sotto la guida di Nils Liedholm.

L’esperienza si rivela azzeccata. Trenta presenze e tredici reti bastano a riportarlo a Torino da protagonista annunciato, mentre il Varese conquista la promozione in Serie A anche grazie al suo contributo.

Liedholm, che di attaccanti se ne intendeva, lo descrive come un ragazzo che unisce potenza fisica e qualità tecnica, bravo di testa e capace di calciare con entrambi i piedi: gli manca solo l’esperienza, avrebbe detto, per diventare un giocatore di livello.

Il ritorno alla Juventus avviene nella stagione 1970-71. Tredici reti anche nel primo campionato da titolare confermano che il presagio non era affatto esagerato.

Un avvio da bomber

Nella stagione 1971-72 la Juventus cambia pelle. Sotto la guida di Vycpalek, la squadra si ringiovanisce e parte a spron battuto, issandosi presto in vetta alla classifica.

Bettega è il simbolo di quella rincorsa: un attaccante che segna con una continuità impressionante, capace di trascinare i compagni partita dopo partita.

Il 16 gennaio 1972, al Comunale, i bianconeri superano la Fiorentina per 1-0. Il gol lo firma proprio lui, di testa: è la sua decima rete in appena quattordici presenze, un ritmo da capocannoniere assoluto.

Ha compiuto ventun anni da appena venti giorni. Il fisico alto e asciutto, la classe già evidente a tutti: sembra avere davanti una carriera senza ostacoli.

Una tosse che nessuno nota

Subito dopo la partita, intervistato per la televisione, Bettega tossicchia ripetutamente mentre parla. Quasi nessuno ci fa caso: è gennaio, il freddo mette a dura prova chiunque passi novanta minuti in campo.

Il giorno seguente arriva però una comunicazione ufficiale che sposta l’attenzione: il capocannoniere del torneo deve recarsi all’ospedale San Giovanni di Torino per sottoporre una caviglia a un esame radiografico.

Sotto quella motivazione, in realtà, si nasconde ben altro.

La nota che gela Torino

Da “La Stampa” del 19 gennaio 1972

Martedì 18 gennaio l’addetto stampa bianconero, Alberto Refrigeri, consegna alla stampa un comunicato che cambia di colpo il tono della vicenda:

«La Juventus comunica che il giocatore Roberto Bettega dovrà assentarsi per qualche tempo dai campi di gioco per guarire perfettamente da una fastidiosa affezione infiammatoria all’apparato respiratorio».

Il referto porta le firme del medico sociale La Neve e dei professori De Michelis e Bergamini. Il clamore attorno alla notizia è enorme, tanto che nei corridoi circola per qualche giorno anche l’ipotesi, poi smentita, della tubercolosi.

Il giovane presidente Boniperti, raggiunto al telefono, non nasconde la preoccupazione:

«È davvero una situazione che enormemente ci rattrista; Bettega è uno sportivo e come tale avrebbe potuto essere anche costretto a una sosta forzata per un incidente di gioco; una indisposizione del genere, del tutto inattesa, getta un velo di tristezza su tutto l’ambiente».

Bettega, contattato a sua volta, si limita a poche parole: «Dovrò rimanere fermo molte settimane».

Il nome della malattia

La diagnosi definitiva parla di pleurite, un’infiammazione dell’apparato respiratorio che impone il ricovero in clinica per le prime cure e, in seguito, mesi di convalescenza in montagna, lontano da qualunque sforzo fisico.

Sono settimane e mesi pesanti, in cui persino la possibilità di tornare a giocare ad alti livelli viene messa in dubbio da più parti. A un ragazzo che fino a poche settimane prima sembrava il ritratto della salute, quella parola — pleurite — toglie all’improvviso ogni certezza.

Anni dopo sarà lo stesso Bettega a raccontare quel periodo senza addolcirlo troppo: un brutto colpo, ammetterà, affrontato però con la determinazione di chi, a vent’anni, non può permettersi di perdersi d’animo.

Uno scudetto senza il suo bomber

Mentre il centravanti resta fermo, la Juventus deve reinventarsi. Il sostituto, Adriano Novellini, non è certo all’altezza del titolare, ma la squadra tiene ugualmente la rotta e chiude la stagione 1971-72 conquistando lo scudetto.

Bettega, nel frattempo, vive la convalescenza lontano dai riflettori, respirando l’aria sottile della montagna nel tentativo di ritrovare la piena guarigione.

Il ritorno a Bologna

24 settembre 1972: il ritorno in campo di Bettega (Bologna-Juventus 0-2)

Il rientro arriva soltanto otto mesi dopo, il 24 settembre 1972, alla prima giornata del campionato successivo, in trasferta a Bologna. Il pubblico bianconero lo accoglie con un applauso liberatorio.

Non è più, però, esattamente lo stesso giocatore di prima. Dopo un primo, comprensibile periodo di riambientamento agonistico, il fisico appare più pesante e l’agilità di un tempo un po’ appannata.

Eppure qualcosa è cambiato anche in meglio: Bettega diventa un attaccante più completo, capace di mettere la propria classe al servizio della squadra anche nelle partite in cui il gol non arriva.

Un raccolto più dolce

La stagione 1972-73 regala alla Juventus un secondo scudetto consecutivo, con Bettega di nuovo protagonista tra i titolari. Il centravanti che sembrava destinato a un ritiro precoce si ritrova invece decisivo in una squadra da record.

La malattia lascia comunque un segno anche fuori dal campo: la chiamata in Nazionale, che per un talento come il suo sarebbe potuta arrivare prima, slitta fino al 1975, quando Fulvio Bernardini decide finalmente di puntare su di lui.

Dieci anni più tardi, nel novembre 1981, un altro infortunio serio — la rottura dei legamenti del ginocchio — gli negherà la possibilità di prendere parte al Mondiale di Spagna, quello che l’Italia vincerà senza di lui. Ma nel gennaio 1972, a ventun anni, Roberto Bettega aveva già dimostrato, per la prima volta, di saper trasformare la paura di smettere in una ragione in più per continuare.


Autore: Storie di Calcio