La storia dimenticata del calcio nella Republika Srpska Krajina

Inizio degli anni Novanta: la Jugoslavia socialista — un mosaico di sei repubbliche e decine di nazionalità tenuto insieme per quasi mezzo secolo — cominciò a disfarsi sotto il peso dei nazionalismi risorgenti. La Slovenia e la Croazia dichiararono l’indipendenza il 25 giugno 1991. Se per gli sloveni l’uscita si risolse in una breve guerra di dieci giorni, per la Croazia fu l’inizio di un conflitto lungo e sanguinoso.

I serbi di Croazia — circa il 12% della popolazione — temevano di diventare una minoranza in uno Stato che percepivano come ostile. Già nell’agosto del 1990, nelle aree a maggioranza serba della Krajina (parola che significa “frontiera”, retaggio dell’antica Vojna Krajina asburgica), si erano tenuti referendum sulla “sovranità e autonomia” serba. Nel dicembre dello stesso anno venne proclamata la Regione Autonoma Serba della Krajina (SAO Krajina), con centro a Knin, nel profondo entroterra dalmata. Quando le tensioni sfociarono in guerra aperta, l’Esercito Popolare Jugoslavo (JNA) intervenne a sostegno delle forze serbe locali, e i combattimenti si estesero dalla Slavonia alla Dalmazia. La battaglia di Vukovar, durata 87 giorni tra l’estate e l’autunno del 1991, divenne il simbolo della brutalità del conflitto.

Il 19 dicembre 1991 le regioni serbe della Croazia si unificarono nella Republika Srpska Krajina (RSK), un’entità autoproclamata che non ottenne mai riconoscimento internazionale ma che controllava, al suo apice, quasi un quarto del territorio croato — oltre 13.000 chilometri quadrati. Dopo il cessate il fuoco del gennaio 1992, sancito dal Piano Vance, le Nazioni Unite dispiegarono i caschi blu nelle cosiddette Zone Protette (UNPA), ma la situazione rimase congelata per tre anni, con le linee del fronte trincerate e scontri intermittenti. Fu in questo limbo tra guerra e non-pace che nacque un campionato di calcio.

Il primo pallone calciato in guerra

La data è il 27 luglio 1992. A Srb, un piccolo centro della Lika che già nel nome porta il peso di un’identità contesa, si disputò la prima partita ufficiale: una selezione della Banija e del Kordun contro i rappresentanti di Slavonia, Lika e Dalmazia. Non era un’amichevole qualunque. Era una dichiarazione d’esistenza.

Da quell’incontro nacque l’idea di costruire qualcosa di strutturato. Venne fondata la Federazione Calcistica della RSK, il territorio fu diviso in cinque regioni e i club cominciarono a organizzarsi. Nella sola zona della Banija e del Kordun ne sorsero dodici. Al picco della sua breve vita, nella stagione 1993/94, la lega arrivò a coinvolgere circa 59 squadre nel campionato e oltre cento iscritte alla coppa nazionale. Il 20 dicembre 1992, la selezione della RSK giocò perfino un’amichevole contro la squadra della Republika Srpska — l’entità serba di Bosnia — a Banja Luka: finì 1-1, con il gol krajinese segnato da Tihomir Žorić della Dinara di Knin, eletto miglior giocatore dell’incontro. Il calcio stava provando a farsi istituzione.

Sette giorni al fronte, novanta minuti in campo

Il dettaglio che rende questa storia diversa da qualsiasi altra vicenda sportiva è la natura dei protagonisti. I calciatori della RSK non erano professionisti: erano combattenti. Uomini che alternavano il fucile al pallone con una naturalezza che oggi appare surreale.

Ilija Brkić, che giocava nel Psunj di Okučani, lo ha raccontato con parole che non lasciano spazio all’immaginazione: “Passavi sette giorni in trincea a difendere la linea, poi uscivi per giocare una partita, e subito dopo tornavi al fronte”. Una routine scandita non dal calendario bellico, non da quello sportivo.

E le tribune? Piene, sorprendentemente piene. Ma niente sciarpe né bandiere da stadio. “Il pubblico arrivava numeroso, ma erano tutti in uniforme, con le armi a tracolla”. In cittadine come Glina, che contava poche migliaia di abitanti, si radunavano oltre mille persone per assistere a una partita. Come hanno osservato i ricercatori che si sono occupati di questa vicenda, il calcio serviva sia come attività per sostenere il morale delle truppe, sia come strumento per dare una parvenza di normalità istituzionale a un’entità che lottava per essere riconosciuta.

Il primo titolo di campione della Krajina fu assegnato nell’agosto del 1993, al termine di un torneo concentrato in pochi giorni sotto un caldo feroce. I vincitori delle cinque competizioni regionali si sfidarono nel torneo finale a Glina. A conquistare il titolo fu la Banija di Glina, padrona di casa, che prevalse sulla Šparta di Beli Manastir grazie a una migliore differenza reti.

Tra i protagonisti di quella vittoria c’era Dejan Suzić, un giocatore per cui quel trofeo resta il ricordo più importante di una vita passata sui campi, superiore persino alle partite giocate contro giganti come la Stella Rossa. Suzić disputò la finale in condizioni che farebbero rabbrividire qualsiasi medico sportivo: dopo un grave infortunio alla caviglia nei primi venti minuti, si fece praticare diverse infiltrazioni e drenare il sangue dall’articolazione pur di restare in campo. Nessuno gli avrebbe potuto chiedere tanto. Eppure, in quel contesto, abbandonare non era un’opzione. Vincere significava dimostrare di essere ancora vivi.

Dove l’odio si fermava sulla linea di centrocampo

In mezzo all’orrore etnico che divorava la regione, il rettangolo verde conservava a volte una dignità che il mondo circostante aveva perso. Il caso più emblematico è quello della Petrova Gora di Vojnić, un club che sotto la guida di Đuro Eror divenne un rifugio per chiunque volesse semplicemente giocare.

Nella Petrova Gora militarono diversi giocatori di nazionalità musulmana, arrivati dalla vicina Velika Kladuša. Ma il dettaglio più sconcertante riguarda un calciatore croato che rimase a Vojnić per tutta la durata della guerra, giocando regolarmente al fianco dei serbi. Questo mentre suo cugino, Mihajlo Hrastov, si rendeva responsabile dell’uccisione di tredici riservisti della JNA sul ponte Korana a Karlovac, il 21 settembre 1991. I prigionieri si erano già arresi e avevano deposto le armi quando furono massacrati. Hrastov fu processato per 23 anni — assolto tre volte dal tribunale locale e condannato altrettante dalla Corte Suprema — prima della sentenza definitiva nel 2015: quattro anni di carcere per l’omicidio di tredici persone disarmate. Nonostante la parentela fosse nota a tutti, al calciatore croato della Petrova Gora nessuno torse un capello. “Eravamo orientati allo sport e non facevamo differenze”, ricordano i dirigenti dell’epoca.

Mine sotto la panchina

La morte non restava fuori dagli stadi. Entrava, si sedeva e aspettava. Ostoja Jović, calciatore della Banija, ha descritto l’effetto di questa convivenza forzata con la fine: “Dopo un certo periodo di guerra, la prima cosa che chiedevi non era se qualcuno fosse morto, ma chi fosse il prossimo”. Se un compagno di squadra cadeva al fronte, lo si seppelliva e il giorno dopo si tornava in campo.

Il 28 agosto 1994, a Glina, la morte sfiorò un’intera squadra. Quel giorno era previsto un allenamento, annullato all’ultimo momento per permettere ai giocatori di celebrare la festa della Velika Gospojina. Poco dopo, alcuni bambini che giocavano sul campo scoprirono qualcosa di agghiacciante: sotto la panchina delle riserve e all’interno dell’area di rigore erano state piazzate delle mine antiuomo. Solo una coincidenza religiosa evitò una strage.

Viaggi attraverso il nulla

I territori della RSK erano frammentati in sacche isolate — la Krajina propriamente detta intorno a Knin, la Slavonia occidentale intorno a Okučani, la Slavonia orientale e la Baranja a ridosso della Serbia — e i collegamenti tra una zona e l’altra erano estremamente precari.

Per raggiungere la Baranja dalle zone della Banija, le squadre dovevano attraversare il corridoio serbo-bosniaco, entrare in Serbia nei pressi di Kuzmin e poi risalire verso nord. Si viaggiava su autobus sgangherati e furgoni, spesso sotto la minaccia dei bombardamenti. Il giornalista Tepšić, che raccontava le vicende del campionato, perse la vita proprio lungo quel corridoio, quando la sua auto fu colpita da una granata. In un’altra occasione, il furgone del Psunj di Okučani si perse lungo la linea del fronte, rischiando di finire nelle mani del nemico.

In un territorio strangolato dalle sanzioni internazionali — le stesse che avevano fatto crollare l’economia della Jugoslavia residua, con un’inflazione che raggiunse il 300 milioni per cento — il calcio si spogliò di tutto ciò che è superfluo e tornò alla sua essenza più nuda. Dragan Opačić, professore di educazione fisica e giocatore, ha descritto quella vita con lucidità disarmante: “Non c’era elettricità. Per lavarci usavamo un calderone da 20 litri d’acqua calda riscaldato su una stufa a legna”.

Nessuno giocava per soldi. Non esistevano premi, bonus o contratti. Le vittorie si festeggiavano con una porzione di salsicce kranjske e con la gioia pura di essere tornati vivi. Era il calcio delle piccole cose, quello che le leghe milionarie hanno dimenticato da tempo.

Oluja: la tempesta che spazzò via tutto

Nella primavera del 1995, la Petrova Gora stava preparando le celebrazioni per il suo cinquantesimo anniversario. Si cercavano sponsor, si sistemava il campo. Nessuno immaginava che la fine fosse così vicina.

Il 1° maggio 1995, l’operazione Bljesak (Lampo) colpì la Slavonia occidentale. In meno di 32 ore, circa 7.200 soldati croati riconquistarono i 500 chilometri quadrati del saliente intorno a Okučani, dove il Psunj aveva la sua casa. Le partite furono interrotte mentre erano in corso. Tre mesi dopo, all’alba del 4 agosto, arrivò l’operazione Oluja (Tempesta): la più grande battaglia terrestre in Europa dalla Seconda guerra mondiale fino all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Oltre 100.000 soldati croati attaccarono su un fronte di 630 chilometri. Nel giro di quattro giorni, la RSK cessò di esistere. Tra i 150.000 e i 200.000 serbi fuggirono verso la Bosnia e la Serbia, formando una delle più grandi colonne di profughi nell’Europa del secondo dopoguerra.

Il calcio, che fino a pochi giorni prima aveva rappresentato il tentativo ostinato di costruire una normalità, si dissolse nella polvere alzata da quella colonna in fuga.

Un pallone che rotola ancora

Eppure, la storia non finisce con l’esilio. Nel 2006, la NK Petrova Gora è stata rifondata a Vojnić dai serbi tornati nelle proprie case. Per i suoi membri, non si tratta di un club nuovo: è lo stesso, in continuità diretta con quello nato nel 1946. Oggi milita nelle divisioni dilettantistiche della contea di Karlovac, lontanissima dai riflettori ma viva.

L’identità serba in Croazia si esprime ancora attraverso il calcio, con la rappresentanza guidata da Nikola Gagulić che seleziona giocatori da Vukovar a Fiume per tornei dedicati alle minoranze. Le tensioni non sono scomparse — club con nomi storici come il Sinđelić di Trpinja o il Borac di Bobota vengono ancora guardati con sospetto — ma il pallone continua a rotolare, come ha sempre fatto, anche quando tutto intorno crollava.

Dragan Opačić ha trovato le parole giuste per racchiudere il senso di questa vicenda: “Si giocava e ci si allenava esclusivamente per amore. E quando è arrivata la guerra, quell’amore è diventato ancora più grande”. Nel 1993, la Federazione della RSK scrisse al Comitato Olimpico Internazionale una lettera che non ricevette mai risposta: “La nostra tragedia serva da monito, e il nostro desiderio di giocare a calcio sia un segnale che il male e l’odio possono sempre essere sconfitti”.

Nessuno rispose. Ma quel messaggio, oltre trent’anni dopo, non ha perso un grammo del suo peso.

  • Un ringraziamento a Kristian Grubiša per il materiale fornito

Autore: Storie di Calcio