Nacka Skoglund: genio e sregolatezza

Nella periferia povera di Stoccolma, negli anni della ricostruzione postbellica, un ragazzino con il ciuffo biondo si inventava dribbling impossibili su ogni campetto di quartiere. Lo chiamavano con il nome del suo sobborgo, Nacka, e quel soprannome lo avrebbe accompagnato fin dentro gli stadi italiani, fino a renderlo uno dei giocatori più amati — e più infelici — della sua generazione.

Il ragazzo di Nacka

Lennart Skoglund nasce il 24 dicembre 1929, alla vigilia di Natale, in uno dei quartieri meno abbienti di Stoccolma. Da ragazzino gioca nelle squadre giovanili e nei tornei di periferia, dove segna gol che nessuno si aspetta da un dodicenne. Sul soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita, in realtà, le versioni discordano: c’è chi lo lega al sobborgo di Nacka dove la famiglia aveva legami, chi lo fa risalire a un compagno di squadra che si chiamava già così all’Hammarby, chi lo ricollega al fratello maggiore Georg, tesserato per il Nacka FF. Fatto sta che a sedici anni gioca già regolarmente in prima squadra, e a diciotto è eletto calciatore dell’anno in Svezia.

Secondo di tre figli di un giardiniere, affina il tocco contro un muro gibboso vicino a casa, che gli restituisce rimbalzi imprevedibili e lo abitua fin da piccolo a leggere ogni bizzarria del pallone. Non è però un ragazzo facile da disciplinare. Chiamato al servizio militare, su quattordici mesi di ferma ne passa tre e mezzo in guardina. Ma il suo sinistro è qualcosa che in Svezia non si era mai visto: un dribbling irridente, capace di seminare il panico anche nei difensori più esperti.

Il Mondiale conquistato controcorrente

Nel 1950 la Svezia deve costruire la squadra per i primi Mondiali del dopoguerra, in Brasile. I campioni che due anni prima avevano vinto l’oro olimpico a Londra sono quasi tutti emigrati verso il professionismo, sparsi fra Italia e Spagna. Per scegliere i convocati si adotta un sistema insolito: la selezione ufficiale della federazione viene messa a confronto con quella scelta dai giornalisti sportivi.

Skoglund viene escluso dalla prima lista. Trova posto, all’ala destra, soltanto nella squadra della stampa, la Pressen. L’8 giugno 1950 lo scontro diretto finisce 3-1 per i giornalisti: Nacka, da pochi giorni passato dall’Hammarby all’AIK, firma una doppietta e si guadagna sul campo il posto che gli era stato negato a tavolino.

A ventun anni, Nacka è tra le rivelazioni del torneo. Gioca con il numero dieci, parte di un trio d’attacco — Palmer, Jeppson, Skoglund — che il calcio italiano si porterà via quasi per intero nel giro di pochi anni: Hasse Jeppson, in particolare, sarà ceduto nel 1952 al Napoli per una cifra che all’epoca sfiora il record mondiale. La vittoria più clamorosa del torneo arriva proprio contro l’Italia, campione del mondo in carica: la Svezia vince 3-2, con le invenzioni di Skoglund e i gol di Jeppson, e rispedisce a casa in anticipo i favoriti.

Gli anni d’oro nerazzurri

Skoglund con la maglia dell’AIK di Stoccolma

Il ritorno in patria lo trasforma in una star. L’AIK lo strappa all’Hammarby con un’offerta che oggi fa sorridere: un posto da venditore di persiane e un alloggio di quattro stanze in centro città. Ma l’idillio dura poco: dopo appena cinque partite e sette gol, arriva Davies, emissario dell’Inter, con un’offerta vera, venti milioni di lire dell’epoca. Skoglund non ci pensa un attimo: incassa l’anticipo e parte per Milano. Vi arriva nell’autunno del 1950, ventenne biondo e dall’aria delicata, con un impermeabile a buon mercato e poche altre cose in valigia. Nel giro di poche settimane, allo stadio di San Siro, segna già una doppietta nel derby contro il Milan, e di colpo la città se ne innamora.

Sono gli anni d’oro. Con i nerazzurri vince due scudetti consecutivi, nel 1953 e nel 1954, nell’Inter di Alfredo Foni, squadra disciplinata dal catenaccio ma illuminata dalla sua classe. In attacco forma un trio micidiale con Benito Lorenzi, detto Veleno, e il grande István Nyers. Complessivamente Skoglund veste la maglia nerazzurra per nove stagioni, oltre duecento presenze e una cinquantina di gol: un bottino che, decenni più tardi, un sondaggio della stampa britannica colloca fra i dieci giocatori più forti nella storia del club, davanti perfino a Zlatan Ibrahimovic.

A Milano i soprannomi si moltiplicano. Per il colore dei capelli lo chiamano «Wandissima», come la soubrette Wanda Osiris, oppure «la pannocchia»; per il fisico, né alto né basso, dicono che sia semplicemente «alticcio» — e non solo per statura, a giudicare dalle battute al veleno che circolano sui suoi brindisi. I soldi scorrono a fiumi, e con loro anche qualcos’altro. Ma in campo resta un fenomeno. Scrive articoli per i giornali svedesi raccontando la sua favola milanese, d’estate torna in patria per esibirsi come cantante nei rioni popolari, e nel 1956 pubblica persino un libro, Un milione per un calcio al pallone, che in Svezia va a ruba.

Poi, nell’orizzonte compare l’ex Miss Calabria, Nuccia Zirilli: la sposa, ed è come se la vita gli si mettesse improvvisamente in ordine. In campo riappare l’incantatore di serpenti ammirato al Mondiale, con due figli in arrivo, Evert e Giorgio. Compra un bar in via Sarpi, una profumeria per la moglie, una villetta per i genitori sulle rive di un lago fuori Stoccolma. Sembrano investimenti sicuri: dei soldi, del resto, si occupa un amico di fiducia.

Il ritorno in nazionale

Nel 1958, alla soglia dei trent’anni, Skoglund viene richiamato per giocare in casa il Mondiale svedese. È una squadra di veterani di lusso, molti dei quali provenienti proprio dal calcio italiano: con lui ci sono Gunnar Gren, Nils Liedholm e Kurt Hamrin, avanti con l’età ma ricchi di classe. Quella Svezia arriva fino alla finale, perdendo solo contro il Brasile del giovanissimo Pelé.

Skoglund gioca tutte le sei partite del torneo e segna anche un gol, in semifinale contro la Germania campione uscente, decisivo per rimontare lo svantaggio iniziale. È un Mondiale importante, perché la sua posizione all’Inter comincia a scricchiolare: dopo otto campionati il pubblico pretende sempre nuove prodezze, e il fisico comincia a dare segnali di stanchezza.

Il tracollo

Proprio mentre è impegnato con la nazionale, gli arriva la notizia che l’amico di fiducia lo ha truffato per oltre venti milioni di lire. È un colpo durissimo al patrimonio accumulato in anni di sacrifici. L’ultima stagione interista è un calvario fatto di due interventi chirurgici ravvicinati, ernia e tonsille, e appena quindici presenze. Nel frattempo, a San Siro, si è fatto strada un ragazzo dalla classe cristallina, Mario Corso, su cui si concentrano ormai le attenzioni del pubblico.

Deve vendere la profumeria, gli svaligiano il bar. Viene ceduto alla Sampdoria, dove gioca due stagioni discrete, poi girato al Palermo, dove dura appena sei partite: se ne va in fuga, lasciando alla società persino il conto di una festa di Capodanno da saldare. Ha trentaquattro anni, la famiglia resta a Milano — il matrimonio è ormai finito, sopravvive solo l’amicizia — e i due figli muovono i primi passi nel calcio italiano, Evert nel settore giovanile dell’Inter, Giorgio in quello del Milan.

L’ultima rincorsa

L’Hammarby, la squadra della sua gioventù, gli riapre le porte. Al debutto segna un gol direttamente da calcio d’angolo, e la voce del suo ritorno riempie gli stadi: ovunque giochi, è tutto esaurito. Skoglund sembra rinato al punto da riportare l’Hammarby in massima serie e tornare persino in nazionale, a trentasette anni suonati.

Ma la parabola discendente riprende presto. La nuova fidanzata, Gunilla Mineur, lo lascia; l’Hammarby lo allontana; l’alcol diventa il rifugio più semplice. Finisce in una clinica di disintossicazione fuori Stoccolma, dove continua a giocare a calcio formando una squadretta interna e a esibirsi nel suo numero preferito: lanciare in aria una moneta e rimandarla, con un colpo di tacco, dritta nel taschino della giacca.

L’ultimo numero

Dimesso, apparentemente guarito, un amico disegnatore, Borje Dorch, gli propone di raccontare la propria vita a fumetti, su un giornalino intitolato semplicemente Nacka. Fa in tempo a vedere uscire il primo numero: l’8 luglio 1975 Skoglund viene trovato morto nella sua casa di Stoccolma. Si parlò a lungo di suicidio; la versione ufficiale resta l’infarto. Aveva quarantacinque anni.

Un settimanale svedese, raccontando il funerale, scrisse: «Tanta gente non s’era mai vista, neppure alle esequie di re Gustavo. Ma non una corona di fiori è giunta dall’Italia, dai dirigenti delle sue squadre, dagli sportivi ai quali aveva regalato tanti pomeriggi esaltanti».

Oggi, a Södermalm, una statua lo ritrae nell’istante di scagliare un pallone nel sette. Ogni vigilia di Natale — il giorno stesso della sua nascita — i tifosi dell’Hammarby si ritrovano lì, davanti al bronzo che lo raffigura, per augurarsi un buon Nacka.


Autore: Storie di Calcio