Quando, a metà degli anni Venti del secolo scorso, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia scelsero la strada del professionismo, il loro calcio si trovò improvvisamente tagliato fuori dall’unico vero palcoscenico internazionale dell’epoca: i Giochi Olimpici, riservati per regolamento ai soli dilettanti. Fu da quella esclusione, più politica che sportiva, che nacque l’idea di un torneo tutto loro, pensato per mettere a confronto le nazionali più forti del continente senza passare dal Comitato Olimpico. Una ripicca federale che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventata la fucina di uno dei decenni più luminosi della storia della nazionale italiana.
Le origini della Coppa
A muovere i fili fu Hugo Meisl, segretario della federazione austriaca e futuro commissario tecnico del Wunderteam, l’Austria delle meraviglie che avrebbe incantato l’Europa nei primi anni Trenta. Nato in una famiglia ebraica della Boemia e trasferitosi a Vienna da ragazzo, Meisl aveva iniziato come impiegato di banca prima di scoprire una vocazione da organizzatore sportivo che lo avrebbe reso uno dei grandi cervelli del calcio del continente: arbitro alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, poi artefice del campionato professionistico austriaco e amico personale di Vittorio Pozzo.
Nello stesso 1927 Meisl mise in piedi due creature gemelle: la Mitropa Cup, riservata ai club, e la Coppa Internazionale, riservata alle nazionali — la prima vera anticipazione di un campionato europeo, decenni prima che la Uefa organizzasse l’Europeo. Quest’ultima nacque per Austria, Ungheria e Cecoslovacchia, le squadre danubiane che da quelle Olimpiadi erano uscite con l’etichetta di professioniste e che proprio da quell’esclusione avevano tratto la spinta a darsi un torneo tutto loro; a esse si aggiunsero presto Svizzera e Italia. La formula era inedita: non un tabellone a eliminazione diretta, ma un girone spalmato su tre anni, con partite di andata e ritorno incastrate tra un impegno di club e l’altro. In palio, una coppa di cristallo di Boemia, la Svelha Pokal, destinata a diventare proprietà definitiva della nazione capace di vincerla tre volte.
L’esordio azzurro

L’Italia scese in campo per la prima volta il 23 ottobre 1927, a Praga, contro la Cecoslovacchia: finì 2-2, con la doppietta dell’oriundo Julio Libonatti e la risposta di Svoboda, anche su rigore. Tra i pali avversari si schierava Planicka, uno dei portieri più forti del decennio; a dirigere la gara fu il belga Langenus, considerato il miglior arbitro al mondo per un intero decennio. Tra gli esordienti azzurri, il difensore della Pro Vercelli Zanello.
Il ritorno non fu altrettanto fortunato: a Bologna, il 6 novembre, l’Austria si impose 0-1. Gli azzurri si rifecero subito, superando 3-2 la Svizzera il 1° gennaio 1928: fu l’esordio in maglia azzurra di due ragazzi che avrebbero fatto la storia del calcio italiano, il centravanti Angelo Schiavio e il centrocampista Alfredo Pitto, ex pugile e velocista prestato al football. Di quest’ultimo restò negli archivi militari una curiosità quasi comica: alla visita di leva, dopo aver corso i cento metri in poco più di undici secondi, fu giudicato inabile al servizio attivo per “piede piatto bilaterale, articolo 15”.
Seguì una rimonta memorabile contro l’Ungheria a Roma, 4-3 dopo essere stati sotto 0-2, trascinati dall’ala interista Conti e chiusa all’85’ dal solito Libonatti. Dopo la lunga pausa per le Olimpiadi di Amsterdam, l’Italia tornò in campo a ottobre e superò 3-2 la Svizzera a Zurigo, grazie a una doppietta di Rossetti e a un gol di Baloncieri nato da un’azione personale all’80’. Sulla panchina, nel frattempo, le cose erano cambiate: Augusto Rangone aveva pagato per tutti una guerra politica interna alla federazione, e al suo posto era arrivato Carlo Carcano — a cui si devono i primi schemi difensivi organizzati del calcio italiano.
Con Carcano in panchina arrivò un altro successo sulla Cecoslovacchia, 4-2 con tripletta di Rosetti, ma poi una brusca battuta d’arresto: 0-3 in casa dell’Austria e, pochi giorni dopo, una sconfitta amichevole contro la Germania che fu fatale al tecnico. Arrivò così Vittorio Pozzo, il Grande Vecchio che avrebbe cambiato la storia degli azzurri.
La notte di Budapest

Pozzo era un commissario tecnico atipico per l’epoca: giornalista, poliglotta, convinto che la nazionale dovesse essere qualcosa di più di una somma di campioni presi in prestito dai club. Si presentò alla sua maniera: tre vittorie e un pareggio, poi il ritiro di Tarvisio prima dell’ultima, decisiva trasferta in casa dell’Ungheria. Alla vigilia della partenza, durante una cena ufficiale, l’italo-argentino Renato Cesarini si divertì a colpire con una fionda il sindaco che teneva un discorso solenne sulla patria: il primo cittadino, senza perdere il filo del ragionamento, si portava ogni tanto la mano al naso, finché la platea non scoppiò in una risata generale, sindaco compreso.
A Budapest, l’11 maggio 1930, la squadra di Pozzo non scherzò affatto. Prima del fischio d’inizio, il commissario tecnico richiamò i suoi al senso di appartenenza, e il discorso colpì nel segno: l’Italia vinse 5-0, con una tripletta di Giuseppe Meazza e le reti di Magnozzi e Costantino. Il terzo gol di Meazza restò negli annali: intercettò un tiro di Costantino, invitò all’uscita il portiere avversario, lo saltò con un tocco morbido e depositò la palla in rete da solo. Fu il primo trofeo internazionale della storia azzurra, l’apertura di un decennio che l’Italia avrebbe dominato.
Gli anni della «Zona Cesarini»
La seconda edizione regalò al calcio italiano una delle sue espressioni più fortunate. Il 22 febbraio 1931 l’Italia batté 2-1 l’Austria a Milano con un gol da manuale di Meazza, che saltò due uomini e beffò portiere e difensore in un solo movimento, tra gli applausi di tutto lo stadio in piedi. Seguirono un pareggio con la Svizzera e un sofferto 2-2 contro la Cecoslovacchia, deciso da un rigore trasformato da Bernardini dopo un fallo su Orsi.

Fu però la sfida contro l’Ungheria, il 13 dicembre 1931 allo stadio Filadelfia di Torino, a entrare nella leggenda. Sul 2-2, al 90′, Cesarini soffiò il pallone a un compagno, finse il passaggio e batté il portiere magiaro: l’arbitro fischiò la fine della partita subito dopo. Una settimana più tardi, commentando un gol segnato all’ultimo respiro in un’altra gara, il giornalista Eugenio Danese coniò l’espressione «caso Cesarini», presto diventata «zona Cesarini» per assonanza con il gergo del bridge, dove chiudere una manche significa trovarsi, appunto, «in zona». Lo stesso Cesarini, ripensandoci anni dopo, l’avrebbe ricordata come “uno dei più cari ricordi di una non breve carriera di calciatore”.
Il cammino proseguì con un netto 3-0 alla Svizzera a Napoli — Pozzo, che non trascurava la geografia del tifo, schierò due attaccanti del Napoli davanti al pubblico di casa — firmato da una tripletta di Fedullo, e con una sconfitta a Vienna contro l’Austria del Wunderteam, la squadra che proprio in quei mesi stava costruendo una striscia di quattordici risultati utili consecutivi contro le migliori nazionali d’Europa. A punire gli azzurri fu, con una doppietta, Matthias Sindelar, soprannominato “Cartavelina” per la sua figura esile, uno dei più grandi talenti del calcio danubiano e destinato, pochi anni più tardi, a morire in circostanze mai del tutto chiarite, dopo l’annessione nazista dell’Austria. Un pareggio a Budapest e una sconfitta a Torino contro la Cecoslovacchia chiusero la seconda edizione con l’Italia seconda in classifica, alle spalle proprio degli austriaci.
L’ultimo trionfo e il tramonto
Nella terza edizione gli azzurri si rifecero con interessi. L’Italia vinse 3-0 contro la Svizzera e 2-0 contro la Cecoslovacchia nell’esordio del nuovo stadio di Firenze, progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi e presto ribattezzato “il più bello del mondo” per la sua torre di Maratona. Sotto la pioggia, Ferrari e Schiavio firmarono i gol decisivi nel primo tempo, quest’ultimo con una doppia finta che saltò due difensori e il portiere in uscita.
Seguì il successo a Budapest firmato dall’esordiente Felice Borel, “Farfallino”, non ancora ventenne, uno dei nove giocatori della Juventus schierati quel giorno dall’Italia: erano gli anni del Quinquennio d’Oro bianconero, cinque scudetti consecutivi dal 1930 al 1935. Dopo un 5-2 alla Svizzera, rimontato da uno svantaggio di due reti, arrivò la prima sconfitta, un pesante 2-4 contro l’Austria a Torino, con gli azzurri costretti a chiudere in nove uomini per due infortuni, senza possibilità di sostituzioni. Il torneo si fermò per un anno, lasciando spazio alla preparazione del Mondiale del 1934, vinto dall’Italia in casa.

Ripreso nel 1935, il cammino azzurro proseguì con un 2-0 a Vienna firmato dalla doppietta dell’esordiente Silvio Piola — un tiro da venti metri e un dribbling secco su due avversari — e con una sconfitta di scarsa importanza a Praga, sotto la pioggia: fu la prima partita giocata insieme da Meazza e Piola, i due che un anno dopo avrebbero trascinato l’Italia al secondo titolo mondiale. Il 24 novembre 1935, davanti a trentamila spettatori dell’Arena Civica di Milano, bastò un 2-2 contro l’Ungheria per laurearsi campioni per la seconda volta: Colaussi e Ferrari ribaltarono il vantaggio di Sarosi, che pareggiò di nuovo a tredici minuti dalla fine senza però impedire la festa azzurra.
Fu anche la fine, di fatto, della Coppa Internazionale, almeno nella sua stagione d’oro. La quarta edizione, 1936-37, saltò per i tumulti politici che travolsero l’Austria, privando il torneo di uno dei suoi protagonisti storici proprio nell’anno in cui il continente scivolava verso la guerra. Nel dopoguerra si disputarono ancora due edizioni, nel 1949-53 e nel 1955-60, vinte rispettivamente da Ungheria e Cecoslovacchia, ma con un’Italia ormai lontana dai fasti di un tempo, quarta nel 1953 e ultima nel 1960, prima che il torneo cedesse definitivamente il passo ai nascenti Campionati europei organizzati dalla Uefa.