Al pallone Luigi “Gigi” Piras si avvicina tra i vicoli di Selargius, nel cortile dell’Oratorio Don Orione, quando ha appena dodici anni. Nato il 22 ottobre 1954, non può ancora immaginare che quel gioco da cortile lo porterà a diventare, dopo Gigi Riva, il secondo marcatore nella storia del Cagliari.
A quattordici anni passa al Selargius, la squadra del suo paese. Lì lo nota Mario Tiddia, che allena la Primavera rossoblù, e lo porta a Cagliari a sedici anni, con una prima tappa di passaggio in prestito alla Torres, dove nel 1973 colleziona tre presenze senza reti.
È il 1971 quando comincia davvero l’avventura in rossoblù. In quella Primavera giocano ragazzi che faranno carriera, come il portiere Renato Copparoni, e il giovedì sera la squadretta affronta in allenamento i campioni della prima squadra, quelli che nel 1970 hanno vinto lo scudetto: Gigi Riva, Angelo Domenghini, Nenè, Enrico Albertosi, Giuseppe Tomasini. Per un ragazzino di Selargius, scendere in campo con loro è già una piccola vittoria.
«Quegli anni furono determinanti per la mia crescita, e Tiddia per me fu un maestro oltre che un allenatore», racconterà Piras.
Il gol che vale la salvezza

A diciassette anni, con Edmondo Fabbri in panchina, Piras fa per la prima volta la preparazione estiva con la prima squadra. L’anno seguente arriva l’esordio: 28 aprile 1974, Sant’Elia, Cagliari–Fiorentina.
All’epoca non esiste ancora la panchina lunga, e il tecnico Gigi Chiappella lo porta comunque con sé, insieme al portiere di riserva Copparoni e a Dessì. Sullo 0-0, lo manda in campo al posto di Nenè. Pochi minuti dopo arriva un calcio d’angolo per il Cagliari: Riva si fa marcare sul primo palo, attirando quattro avversari, la palla vola sul secondo, dove Piras viene lasciato colpevolmente libero. Gol.
Quella rete vale la salvezza matematica, con tre giornate d’anticipo. «Fu una gioia immensa», dirà poi Piras.
La stagione senza Riva
Nel 1975-76 il Cagliari vive un’annata storta: appena sei anni dopo lo scudetto, la squadra retrocede in Serie B. A gennaio, a San Siro contro il Milan, Riva si infortuna gravemente, un distacco del tendine dell’adduttore che gli chiude in anticipo la stagione e, di fatto, la carriera.
In panchina, a stagione in corso, Tiddia subentra a Suárez, e il Cagliari si affida a sei giocatori sardi e sei ragazzi della Primavera. Non basta: arriva la retrocessione. Piras però si toglie delle soddisfazioni personali, quattro gol in campionato, tre dei quali in una sola partita contro la Sampdoria. Ha ventun anni.
Riva non tornerà più in campo. La fine della sua carriera coincide, quasi per staffetta, con l’esplosione dell’altro Gigi. «Riva era un leader. Giocare con lui era come partire in vantaggio: lo capivi dalla paura che leggevi negli occhi degli avversari. A me ha insegnato moltissimo», ricorderà Piras, che eredita la maglia numero 11 del bomber di Leggiuno senza farsi schiacciare dal peso del paragone: «Nella mia famiglia ero il primo di dieci figli, e spesso dovevo badare ai miei fratelli. Prendermi delle responsabilità non mi ha mai spaventato».
Gemelli del gol con Virdis

In Serie B, Piras trova finalmente continuità da titolare, e nasce un sodalizio che la Sardegna non dimentica: quello con Pietro Paolo Virdis, il “gemello” del gol. Nel 1976-77 i due, insieme, segnano 38 reti, e solo la sfortuna nega al Cagliari gli spareggi promozione.
Nel 1978-79, senza Virdis, ceduto alla Juventus, il Cagliari chiude comunque al secondo posto e torna in Serie A insieme all’Udinese.
Il legame tra i due attaccanti sardi resterà proverbiale: anni dopo sarà lo stesso Virdis, passato poi per club importanti e compagno in carriera di campioni come Zico e Marco van Basten, a ricordare in Piras il partner con cui si intendeva meglio in assoluto.
Gli anni della consacrazione
Tornato in Serie A, Piras vive tra il 1979 e il 1983 gli anni della sua consacrazione. Gioca al fianco di attaccanti come Franco Selvaggi, che nel 1982 si laureerà campione del mondo con la Nazionale, Virdis, rientrato in rossoblù, e Massimo Briaschi, poi passato anch’egli alla Juventus. Sono gli anni in cui il Cagliari si regge vendendo i pezzi migliori uno dopo l’altro, eppure in campo la squadra trova il suo picco.
Nei primi due campionati Piras segna quattro gol a stagione, ma il risultato più prezioso arriva per la squadra: il sesto posto del 1980-81, un piazzamento che per il Cagliari di quegli anni ha il sapore di un’impresa. Nei due anni successivi sale a quota nove reti.
Tra gli avversari che gli danno più filo da torcere, Piras ricorderà sempre Fulvio Collovati: «Quello che mi metteva più in difficoltà era lui, perché si staccava sempre e non mi permetteva di giocare con il fisico e di attaccarlo».
Nel 1983 arriva anche uno dei gol più belli della carriera, quello segnato a Dino Zoff: Piras è l’ultimo giocatore a batterlo prima del ritiro del portiere della Juventus, che quel giorno rimonta comunque grazie a Michel Platini e Zbigniew Boniek.
La fedeltà più del denaro

Nel 1982-83 la dirigenza rossoblù decide di vendere i big, e del vecchio reparto avanzato restano solo Piras e Roberto Quagliozzi. Dopo un’annata sfortunata, in cui il Cagliari dilapida un buon vantaggio in classifica, arriva una nuova retrocessione in Serie B.
Sono gli anni più difficili per il club, chiamato a lottare perfino contro la retrocessione in Serie C. Piras viene corteggiato da squadre importanti, tra cui il Napoli, che offre uno stipendio triplicato e oltre un miliardo di lire per il cartellino. Piras rifiuta, soprattutto per motivi familiari, e resta a Cagliari fino all’ultimo.
«Avrei avuto milioni in più, ma per me non c’era nulla di più importante dell’affetto dei tifosi sardi», dirà.
L’ultimo atto e la vita dopo il calcio
Nella stagione 1986-87 il Cagliari, retrocesso con cinque punti di penalizzazione, vive comunque una cavalcata storica in Coppa Italia: elimina Torino e Juventus – a Torino, contro i bianconeri, è proprio Piras a firmare il gol qualificazione – e arriva fino alla semifinale contro il Napoli di Diego Maradona. Qualche settimana più tardi, il 17 maggio, un suo gol ribalta uno svantaggio di due reti in casa contro il Genoa, tenendo ancora viva per qualche giorno la speranza salvezza.
L’ultimo gol di Piras in maglia rossoblù porta la data del 7 giugno 1987, nel 2-1 su Pisa in Serie B: un epilogo che chiude, di fatto, la sua lunga militanza a Cagliari, piazzatosi peraltro ultimo in classifica quell’anno e retrocesso in Serie C. In tutto, per lui, 320 presenze e 87 reti in campionato con la maglia del Cagliari: 132 partite e 31 gol in Serie A, 188 partite e 56 gol in Serie B. Ancora oggi, per i sardi emigrati a Torino, Milano, Monza e Genova, ricordare quei gol fa brillare gli occhi.
Gli anni seguenti, fino al 1989, li gioca con il La Palma, la seconda squadra della città. Poi arriva la vita fuori dal campo: insieme a due fratelli gestisce un’azienda a Settimo San Pietro e, più avanti, entra in politica come consigliere comunale a Selargius, il paese dove tutto era cominciato.
Negli anni della militanza il soprannome di “secondo Gigi” gli resta cucito addosso, e con gli anni Piras diventa anche capitano, l’uomo spogliatoio a cui i compagni più giovani guardano nei momenti difficili. Quando il vecchio Sant’Elia celebra i suoi ultimi saluti, tra gli ex capitani chiamati a salutare lo stadio c’è anche lui, accanto a un altro bandiera rossoblù, Matteo Villa.
Non è stato il fuoriclasse assoluto che fu Riva. Ma come lui, Piras ha scelto una volta per tutte i colori rossoblù, e la Sardegna, da allora, continua a ricambiare.