Il sinistro di David Trezeguet si infila sotto la traversa di Francesco Toldo e il cronometro dell’Europeo 2000 si ferma per sempre su quell’istante. È la notte di Rotterdam, il tredicesimo minuto dei tempi supplementari: la Francia campione del mondo diventa anche campione d’Europa, e l’Italia resta a fissare un pallone che non tornerà più indietro. Quel golden gol, il più discusso e rimpianto della storia azzurra, consacra in un lampo un ragazzo che fino a poche settimane prima sedeva quasi sempre in panchina. Ma quel sinistro raccontava solo l’ultimo capitolo di una storia cominciata molto più lontano, tra i campi polverosi di Buenos Aires.
Origini argentine
La famiglia di Trezeguet ha radici basco-francesi, ma il cuore trapiantato in Argentina da generazioni. Il bisnonno era partito dal Sud-Ovest della Francia all’inizio del Novecento in cerca di fortuna, e con gli anni il legame con la madrepatria si era fatto labile, quasi dimenticato. A riannodarlo ci pensa il padre, Jorge Trezeguet, centrocampista di buoni piedi, che nel 1976 firma un contratto con il Rouen, in Normandia. È lì, l’anno dopo, il 15 ottobre 1977, che nasce David: francese di passaporto, ma solo per un paio d’anni, perché nel 1979 la famiglia fa le valigie e torna a Buenos Aires.
Cresce così, tra i muretti dei cortili della capitale argentina, un ragazzo alto e spigoloso che impara presto a fiutare la porta. Il padre, diventato nel frattempo preparatore atletico del Platense, lo porta nel settore giovanile del club, e nel 1993, a sedici anni appena compiuti, lo fa debuttare in prima squadra. Tre presenze, non abbastanza per smuovere l’interesse di River Plate o Boca Juniors. Ma c’è un dettaglio che può cambiare tutto: il passaporto francese, a cui David ha diritto per nascita. È il tecnico del Platense, Rafael Santos, a intuirne il valore e a convincerlo a tentare la strada d’Europa. In quella Buenos Aires di periferia, tra il calcio di strada e gli allenamenti nel vivaio biancoceleste, David cresce fisicamente in fretta, superando presto il metro e novanta, e impara un gioco fatto di posizionamento in area più che di dribbling: un istinto da predatore che porterà intatto fino in Europa, rendendolo riconoscibile fin dai primi, timidi allenamenti francesi.
Il passaggio in Francia
La prima tappa europea è un buco nell’acqua. Nel 1995 Trezeguet si presenta in prova al Paris Saint-Germain, resta un mese e non convince nessuno: nella vita, gli fanno capire, esistono anche altri mestieri. È un rifiuto che brucia, ma dura poco, perché nel frattempo qualcuno lo ha notato. Si chiama Arsène Wenger, allena il Monaco, e convince il presidente del club a tesserare quel ragazzo lungo e un po’ spaesato. L’inizio in Costa Azzurra, però, non è semplice: i documenti tardano, e per mesi l’intera famiglia Trezeguet vive una condizione precaria in un appartamento vicino al centro sportivo della Turbie.
È un apprendistato duro, che il giocatore ricorderà più avanti con parole essenziali: «Ho imparato presto a reagire alle sofferenze». In quegli stessi mesi nasce però anche un legame che lo accompagnerà per tutta la carriera, quello con Thierry Henry, coetaneo e compagno nelle giovanili monegasche. Il 7 febbraio 1996, a Parigi, Jean Tigana lo lancia finalmente in prima squadra: l’avversario, per uno scherzo del destino, è proprio quel Paris Saint-Germain che lo aveva scartato appena un anno prima. Il Monaco vince di misura.
Gli anni del Principato

Per due stagioni Trezeguet resta un’alternativa, ma nel 1997-98 conquista un posto da titolare e forma con Henry una delle coppie d’attacco più promettenti d’Europa: diciotto gol in ventisette partite, abbastanza per convincere Aimé Jacquet, commissario tecnico della Francia, a portarlo al Mondiale casalingo del 1998. Gioca pochi scampoli di gara, ma torna a casa campione del mondo a soli ventun anni.
Il successo, però, gli si rivolta quasi contro. Cresce l’irrequietezza, arrivano le voci di mercato, il rapporto con il presidente del Monaco e con Tigana si incrina fino alla rottura. Henry parte per la Juventus, e Trezeguet resta solo, scivolando fuori anche dal giro della Nazionale. Si ferma, riflette, ritrova equilibrio anche grazie al sostegno della compagna Beatriz, originaria di Alicante, che diventerà sua moglie nel 1999. Rinnova con il Monaco fino al 2004 e, in coppia con Marco Simone, chiude la stagione 1999-2000 con ventidue reti, a un solo gol dal titolo di capocannoniere, e uno scudetto francese conquistato con largo anticipo. In quei mesi i paragoni si sprecano: c’è chi lo accosta a Marco van Basten per l’eleganza nello stacco di testa, chi lo paragona a Delio Onnis, mitico bomber italo-argentino diventato leggenda proprio a Monaco. Lui, però, ha un solo modello dichiarato, connazionale e idolo d’infanzia: Gabriel Batistuta.
La finale di Rotterdam
All’Europeo 2000 lo ritroviamo ancora ai margini della squadra titolare del ct Roger Lemerre, che gli preferisce la coppia Henry-Anelka. Trezeguet gioca appena 135 minuti in tutto il torneo, ma li sfrutta bene: un gol nel turno a eliminazione diretta contro i Paesi Bassi, un contributo decisivo in semifinale contro il Portogallo. Nella finale contro l’Italia entra al 76′ minuto, fa da torre sul calcio di punizione di Fabien Barthez regalando a Sylvain Wiltord il gol del pareggio, e tredici minuti dopo l’inizio dei supplementari trasforma un pallone di Robert Pirès in un sinistro al volo, secco, sotto la traversa. È il golden gol che consegna alla Francia il double mondiale-europeo, e a David Trezeguet una notorietà improvvisa che non aveva mai conosciuto prima.
L’arrivo alla Juventus

Il premio promesso dal presidente del Monaco dopo l’Europeo è un trasferimento in un grande club. Dopo l’interesse della Roma, a muoversi con decisione è la Juventus di Luciano Moggi, che chiude l’affare trattando direttamente con il padre del giocatore: per una cifra intorno ai venti milioni di sterline, David Trezeguet veste il bianconero numero 17.
Con Carlo Ancelotti in panchina, scalza Filippo Inzaghi nelle gerarchie e forma con Alessandro Del Piero una delle coppie d’attacco più prolifiche della storia juventina, tanto che i tifosi lo ribattezzano subito Trezegol. Nel 2001-02 vince il titolo di capocannoniere con 24 reti e lo scudetto; lo bissa l’anno seguente, e nella primavera del 2003 arriva fino alla finale di Champions League, persa ai rigori contro il Milan: è proprio Trezeguet a sbagliare il primo tiro dal dischetto. Due anni più tardi si prende una rivincita simbolica, incornando in rete l’assist in rovesciata di Del Piero nello scontro scudetto di San Siro, titolo che — come il precedente del 2005-06 — sarà poi revocato nell’ambito dello scandalo Calciopoli. Alla fine della sua avventura bianconera avrà realizzato complessivamente 171 reti, record assoluto per uno straniero nella storia della Juventus, e sarà inserito nella FIFA 100, la lista dei più grandi calciatori viventi.
Un attaccante completo
Quello che colpisce, osservando quegli anni torinesi, è la versatilità del suo repertorio. Trezeguet sa segnare di destro e di sinistro con pari naturalezza, è letale negli stacchi aerei nonostante non sia un centravanti di manovra, e sfrutta le sue leve lunghe per bruciare le difese in campo aperto. Non è un numero nove classico da sponda per i compagni, né un rifinitore: è un finalizzatore puro, capace di restare per minuti interi ai margini dell’azione e poi decidere la partita con un solo tocco.
È questa concretezza, più che la spettacolarità, a renderlo un partner ideale per un giocatore estroso come Del Piero: lui costruisce, Trezeguet conclude. Una divisione dei compiti semplice sulla carta, difficilissima da replicare nella pratica, che per un decennio fa della Juventus una delle squadre più temute d’Europa in area di rigore.
Il periodo più difficile

Lo scandalo Calciopoli, nell’estate del 2006, spedisce la Juventus in Serie B con una pesante penalizzazione in classifica. Molti big lasciano la nave che affonda, Trezeguet no: resta, segna, aiuta la squadra guidata da Didier Deschamps a colmare un distacco di nove punti in classifica e a risalire immediatamente in Serie A da primatista del torneo cadetto. Una scelta di lealtà, in un momento in cui lealtà e calcio sembravano parole quasi incompatibili, che i tifosi bianconeri non hanno mai dimenticato: a differenza di altri campioni fuggiti all’estero in cerca di palcoscenici più comodi, lui sceglie di restare a riparare quello che ha contribuito a costruire.
Il ritorno e la nuova vita
A quasi 33 anni, nell’estate del 2010, Trezeguet lascia la Juventus per l’Hercules di Alicante, la città della moglie Beatriz. Dopo una breve parentesi negli Emirati Arabi con il Baniyas, nel 2012 torna in Argentina per vestire la maglia del River Plate, appena retrocesso in Serie B: contribuisce alla promozione immediata con tredici gol in diciannove presenze, chiudendo un cerchio aperto vent’anni prima proprio al Platense. Le ultime stagioni, tra River e Newell’s Old Boys, e una comparsata in India nel 2014 con il Pune City, restano ormai solo folklore statistico: il bilancio complessivo della carriera, tra club e Nazionale, sfiora le 360 reti, un numero che pochi centravanti della sua generazione possono vantare.
Da allora David Trezeguet non ha più davvero lasciato la Juventus: prima presidente-giocatore delle Juventus Legends, poi, dal 2016, Global Brand Ambassador del club — un incarico, «onorato di ricoprire» secondo le sue stesse parole, che è giunto al termine proprio nel 2026, dopo un decennio di rappresentanza nel mondo. Resta però un’immagine più nitida di qualsiasi carica onorifica: quella scolpita nella Walk of Fame dello Juventus Stadium, dell’argentino con il passaporto francese che in una notte di luglio, a Rotterdam, diventò per sempre Trezegol.