Bora Milutinovic: il giro del mondo in 80 panchine

Il record appartiene a lui, condiviso soltanto con il brasiliano Carlos Alberto Parreira: cinque Mondiali, cinque nazionali diverse, tre continenti attraversati con la stessa valigia logora e lo stesso ciuffo spettinato sulla fronte. Il nome di questo allenatore è Bora Milutinović, e la sua storia comincia molto lontano dai campi che lo resero leggenda, in un angolo di Serbia devastato dalla guerra.

Un’infanzia segnata dalla guerra

Il certificato anagrafico riporta il 7 settembre 1944, a Bajina Bašta, cittadina sul fiume Drina nella Serbia occidentale. Sulla data, però, Milutinović non ha mai dato troppa fiducia nemmeno a sé stesso: per anni ha sostenuto di essere nato quattro anni più tardi, mentre diversi storici del calcio jugoslavo collocano la sua nascita addirittura nel 1940. Un’incertezza che lo accompagnerà per tutta la carriera, quasi un presagio della sua natura sfuggente, mai ferma in un solo luogo.

La sua infanzia fu segnata dal lutto. Il padre Oražd morì durante la Seconda guerra mondiale; la madre Darinka lo seguì pochi anni dopo, uccisa dalla tubercolosi quando Bora aveva appena sei anni. Rimasto orfano ancora bambino, venne accolto dagli zii nella città mineraria di Bor, insieme alla sorella Milena, mentre il fratello Milan restava con la nonna a Bajina Bašta. In casa, però, l’eredità più grande arrivò dai due fratelli maggiori, Milorad e Miloš, entrambi calciatori di livello nel Partizan Belgrado: Miloš uno dei più grandi esterni jugoslavi di sempre, Milorad difensore che avrebbe indossato la maglia della nazionale al Mondiale del 1958. “Se mi volto indietro, nella mia infanzia, vedo solo gli scacchi e il pallone”, raccontò lui stesso molti anni dopo, ricordando come i due fratelli fossero i suoi unici modelli.

Un centrocampista in viaggio per l’Europa

Prima di diventare il vagabondo delle panchine, Bora fu un centrocampista discreto, mai fenomenale, ma abbastanza bravo da costruirsi una carriera itinerante già da giocatore. Esordì nell’OFK Beograd, passò al Partizan, con cui giocò al fianco del fratello Milorad e raggiunse la finale di Coppa dei Campioni del 1966, persa contro il Real Madrid. Fece poi ritorno per una stagione all’OFK, prima di lasciare definitivamente la Jugoslavia. In Svizzera vestì la maglia del Winterthur, quindi arrivò la Francia, tappa dopo tappa: Monaco, Nizza, infine Rouen. Fu proprio sul finire di questa lunga parentesi francese che la sua carriera da giocatore cominciò a imboccare la via del tramonto, e Bora decise che era il momento di cambiare rotta.

L’approdo in Messico

Nel 1972 Milutinović trovò casa ai Pumas UNAM, nel cuore di Città del Messico. Fu lì che, oltre a un posto da titolare a centrocampo, trovò anche l’amore: sposò una donna di una famiglia benestante, che gli garantì l’agiatezza economica necessaria per dedicarsi interamente al pallone, senza l’assillo di dover pensare al dopo-calcio. Chiusa la carriera da giocatore nel 1976, con 279 presenze e 29 reti complessive messe insieme nei vari campionati attraversati, Bora non dovette aspettare molto per capire quale sarebbe stato il suo futuro. Nel 1977 sedette per la prima volta sulla panchina dei Pumas, dando inizio a quella che sarebbe diventata la carriera più itinerante nella storia del calcio: sei stagioni a Città del Messico, impreziosite da uno scudetto e una Coppa del Messico, prima della chiamata che gli avrebbe cambiato la vita.

Il debutto da ct: Messico 1986

Nel 1983 la federazione messicana affidò a Milutinović la guida della Nazionale, in vista del Mondiale casalingo del 1986. Fu un azzardo: Bora non aveva mai allenato una selezione nazionale, e il Messico arrivava da anni di risultati altalenanti. La scommessa pagò. Il Messico raggiunse i quarti di finale, eguagliando il miglior risultato della propria storia, fissato nel Mondiale del 1970, disputato anch’esso in casa. Il Tricolor uscì soltanto ai calci di rigore contro la Germania Ovest, dopo un match equilibrato e sofferto. Da quel momento, il nome di Bora iniziò a circolare in tutto il mondo del calcio, e la sua carriera da commissario tecnico prese il volo.

Una breve parentesi italiana

Nell’estate del 1987 Milutinović sedette per qualche mese sulla panchina del San Lorenzo de Almagro, in Argentina, prima di ricevere una chiamata dall’Italia. Fu l’Udinese a ingaggiarlo, ma l’esperienza in Friuli durò appena nove partite: due mondi troppo distanti per incontrarsi davvero, un allenatore abituato a costruire squadre nell’arco di anni interi, catapultato in un campionato dove si vive di risultati immediati. Archiviata rapidamente la parentesi italiana, Bora tornò in Messico, questa volta sulle panchine di club come il Veracruz e i Tecos UAG, in attesa della chiamata che lo avrebbe consacrato definitivamente come il più grande specialista di Mondiali della storia del calcio.

Il miracolo del Costa Rica

Quella chiamata arrivò dal Costa Rica, alle porte del Mondiale di Italia ’90, prima storica partecipazione della nazionale centroamericana a una fase finale. Nessuno, fuori da San José, scommetteva un centesimo su di loro. “Passiamo il turno”, dichiarò comunque Bora, con la sicurezza di chi ci crede davvero, e i fatti gli diedero ragione: i Ticos esordirono battendo a sorpresa la Scozia, persero di misura contro il Brasile, poi piegarono 2-1 la Svezia nella partita decisiva per la qualificazione. Il Costa Rica entrò ufficialmente nel calcio che conta, uscendo di scena solo agli ottavi contro la Cecoslovacchia. Per un Paese che fino a quel momento era una semplice comparsa del calcio centroamericano, fu l’inizio di una nuova epoca.

Stati Uniti 1994 e la chiamata di Kissinger

Il successo costaricano non passò inosservato. A volerlo fortemente fu anche l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, grande appassionato di calcio e figura influente nella federazione statunitense, in vista del Mondiale casalingo del 1994. Bora ebbe tre anni di tempo per costruire la squadra a propria immagine, e non esitò a fare scelte impopolari: su tutte, l’esclusione del capocannoniere storico Bruce Murray. Impose un calcio fatto di disciplina tattica e lavoro psicologico, che la stampa americana battezzò “Bora ball”. Gli Stati Uniti passarono il turno come migliore terza classificata, un risultato tutt’altro che scontato per una nazionale ancora acerba, uscendo poi agli ottavi contro il Brasile, futuro campione del mondo.

La Nigeria dei fenomeni

Due stagioni più tardi, un’altra sfida complicata attendeva Bora: la Nigeria, in vista del Mondiale di Francia ’98. Le Super Aquile disponevano di un talento sconfinato — Kanu, Amokachi, Babangida, Finidi George, Jay-Jay Okocha — ma anche di un temperamento difficile da imbrigliare, in un Paese che viveva ancora sotto una dittatura militare che controllava da vicino persino gli allenamenti della selezione a Lagos. Sotto la guida di Bora, quel gruppo di fuoriclasse trovò finalmente ordine e un’identità comune. La Nigeria battè la Spagna all’esordio, superò anche la Bulgaria e approdò agli ottavi di finale nonostante una sconfitta contro il Paraguay. Fu lì che il meccanismo si inceppò: contro la Danimarca la squadra si sfaldò, tornando quella macchina di talenti senza guida che era prima del suo arrivo. Fu, per sua stessa ammissione, il rimpianto più grande della carriera: un’occasione persa senza un vero colpevole, se non il destino.

Il quinto Mondiale: la Cina

Dopo una breve e sfortunata parentesi ai New York MetroStars, nel 2000 arrivò l’ultima, incredibile sfida: la Cina, mai qualificata prima a un Mondiale. Milutinović ci riuscì, portando la squadra alla fase finale di Corea e Giappone 2002. La Cina non segnò nemmeno un gol e uscì subito al primo turno, ma a Bora bastò questo per diventare un eroe nazionale a Pechino, un riconoscimento raro per uno straniero in un Paese tradizionalmente diffidente verso i tecnici occidentali. Con quella qualificazione, Bora diventò uno dei due soli allenatori nella storia ad aver guidato cinque nazionali diverse a cinque Mondiali consecutivi, record che condivide soltanto con Carlos Alberto Parreira, anche se con una differenza non da poco: le cinque avventure di Bora, a differenza di quelle del collega brasiliano, arrivarono tutte una dietro l’altra, senza interruzioni, tra il 1986 e il 2002.

La filosofia del girovago

A chi gli chiedeva il segreto di tanti successi raccolti in culture così diverse tra loro, Bora rispondeva sempre più o meno allo stesso modo: imparare è adattarsi. Non un sistema di gioco fisso da imporre ovunque allo stesso modo, ma la capacità di ascoltare il Paese che lo accoglieva, i suoi giocatori, la sua gente, prima ancora di disegnare uno schema tattico sulla lavagna. Chi ha lavorato con lui negli spogliatoi lo ha descritto come un timoniere capace di guidare imbarcazioni pesanti attraverso acque difficili, qualità che gli valse il soprannome di Miracle Man nel mondo anglosassone. Un uomo che, pur avendo collezionato otto incarichi da commissario tecnico in quattro continenti diversi, non ha mai davvero smesso di sentirsi un ragazzo di Bajina Bašta.

Gli ultimi viaggi di un eterno girovago

La carriera di Bora non si fermò lì. Nel 2003 sedette sulla panchina dell’Honduras, inseguendo invano una qualificazione a Germania 2006, poi passò all’Al Sadd in Qatar, alla Giamaica e infine all’Iraq, nel 2009, chiudendo così la sua carriera da selezionatore con otto nazionali diverse guidate nel corso di una vita. Da allora è rimasto legato al Qatar come consulente tecnico, contribuendo allo sviluppo del movimento calcistico locale in vista del Mondiale 2022. Nel 2025 la FIFA gli ha reso omaggio scegliendo il suo volto, i suoi occhiali e il suo inconfondibile pollice alzato come ispirazione per Boma, la mascotte del Mondiale Under 17 in Qatar, un piccolo gufo del deserto con il ciuffo ribelle del Maestro serbo.

Un’eredità senza bandiera

In Serbia, Bora ha ricevuto l’onorificenza della Stella di Karađorđe dalle mani del presidente; in Messico porta ancora con orgoglio l’Ordine dell’Aquila Azteca. Due Paesi lontanissimi, uniti dallo stesso affetto per un uomo che ha fatto della valigia il proprio mestiere, senza mai davvero scegliere una casa definitiva. Eppure, interrogato sulle proprie radici, Bora è sempre tornato a un unico luogo: quella casa di legno costruita su una roccia in mezzo al fiume Drina, vicino a Bajina Bašta, dove ancora oggi fa ritorno ogni volta che può. Il mondo lo ha conosciuto come lo zingaro del calcio, il tecnico senza patria capace di farsi amare ovunque. Ma le sue radici, quelle, sono rimaste sempre le stesse: un fiume, una panchina di legno, e il ricordo di due fratelli maggiori con un pallone tra i piedi.


Autore: Storie di Calcio