Faas Wilkes: l’olandese volante

Dennis Bergkamp lo segna a Marsiglia, il 4 luglio 1998: un gol che lo consacra miglior marcatore di sempre della Nazionale olandese, abbattendo un record vecchio di trentasei anni. A detenerlo, fino a quel pomeriggio, era stato un calciatore che il grande pubblico ormai ricordava appena: Faas Wilkes, ala destra di un’eleganza rarissima, capace negli anni Cinquanta di incantare San Siro e il Mestalla in un’epoca povera di immagini e ricca, invece, di soprannomi. La stampa italiana lo chiamò “l’olandese volante”, quella olandese “la Monna Lisa di Rotterdam”. Fu il primo vero fuoriclasse d’Olanda a varcare il confine del professionismo, e per anni ne pagò il prezzo in patria.

La ditta di famiglia

A Rotterdam nord, negli anni Trenta, in casa Wilkes nessuno immaginava che Faas potesse campare di pallone. La famiglia gestiva un’impresa di traslochi, la Wilkes & Zoonen, mandata avanti dal padre e dallo zio, e il ragazzo sembrava avviato a proseguirne l’attività. Il calcio, per lui, era solo il gioco dei campetti spelacchiati del quartiere, quelli dello Xerxes, la squadra locale di cui vestì la maglia giovanile fin da bambino. Nell’Olanda di quegli anni, del resto, la gente comune non sapeva nemmeno che in Europa esistesse qualcuno capace di guadagnarsi da vivere tirando calci a un pallone.

Debuttò in prima squadra il 14 aprile 1941, a diciassette anni, in uno Xerxes-CVV vinto 6-0. Erano gli anni dell’occupazione tedesca e, soprattutto, gli anni in cui in Olanda il professionismo calcistico non esisteva nemmeno sulla carta: chi giocava, lo faceva per passione, mai per mestiere.

Il dilettantismo proibito

Il paese era fiero del proprio dilettantismo, al punto da bandire chi avesse osato intascare un soldo per il pallone. Pochi anni prima era scoppiato il caso di Bep Bakhuys, radiato da tutti i campi olandesi per aver accettato un ingaggio dal Vvv Venlo.

Wilkes e il fratello Leen, portiere dello Xerxes, provarono una scorciatoia: la cessione di due autocarri Bedford della Wilkes & Zoonen al Mvv Maastricht, in cambio del loro tesseramento. L’escamotage non resse: il contratto fu annullato, i due camion restarono da pagare di tasca propria e i fratelli dovettero tornare allo Xerxes a mani vuote.

La Knvb, la federazione olandese, non perdonava tentativi simili, e l’atmosfera proibizionista che regnava sui campi nazionali cominciò a pesare sempre di più su un giocatore che, con l’estero, aveva ormai pochissimi contatti.

La notte di Glasgow

Quando arrivò la chiamata che gli avrebbe cambiato la vita, Wilkes non era più un perfetto sconosciuto. Il suo esordio in Nazionale, poco più di un anno prima, era stato un biglietto da visita clamoroso: quattro reti nel 6-2 inflitto al Lussemburgo. Seguirono una tripletta nel 6-3 contro il Belgio e una doppietta nel successivo 2-2, numeri che convinsero la stampa olandese a ribattezzarlo “la Monna Lisa di Rotterdam”.

La svolta vera arrivò il 10 maggio 1947, quando Wilkes fu convocato in una selezione continentale chiamata ad affrontare, a Glasgow, una sorta di Nazionale del Regno Unito. L’incontro, ribattezzato dalla stampa “la partita del secolo”, richiamò sugli spalti di Hampden Park oltre centotrentamila spettatori e si chiuse con un netto 6-1 per i britannici.

Per Wilkes, però, quella serata contò più del risultato. Fu lì che entrò in contatto con il mondo del calcio professionistico continentale, fatto di osservatori inglesi, francesi e italiani sguinzagliati per l’Europa alla ricerca di nuovi talenti – e fu lì, raccontava più tardi, che scoprì anche quanto guadagnassero i colleghi che un contratto professionistico l’avevano già in tasca. Nel 1948 lo cercò il Charlton, senza che l’affare andasse in porto. Un anno dopo sarebbe arrivata l’offerta buona.

Un contratto firmato a cena

Nell’estate del 1949 Wilkes era già nel mirino del Milan, il primo club ad averne intuito il potenziale. Fu però l’Inter di Carlo Masseroni a giocare d’anticipo: quando un osservatore rossonero si fece avanti per fissare un incontro, fu il direttore tecnico nerazzurro Giulio Cappelli a muoversi per primo, invitando Wilkes a Milano e chiudendo l’affare nel corso di una cena, in un ristorante gestito da un olandese che, tra una portata e l’altra, fece pure da interprete.

Il contratto valeva sessantamila fiorini l’anno, una cifra enorme per gli standard olandesi dell’epoca. In cambio, Wilkes fu squalificato dalla Knvb: non avrebbe più potuto indossare la maglia Oranje fino al 1954, anno in cui anche i Paesi Bassi si sarebbero arresi al professionismo.

Gli anni nerazzurri

A Milano, Wilkes trovò una rosa già di prim’ordine, con Benito Lorenzi, Amedeo Amadei e l’ungherese Istvan Nyers. I suoi dribbling sulla fascia conquistarono subito il pubblico di San Siro, tanto che la stampa lo ribattezzò “il Tulipano volante”.

La stagione 1949-50 resta nella memoria soprattutto per un derby leggendario, giocato il 6 novembre 1949 e vinto 6-5 dopo essere stati sotto 4-1: Wilkes quel giorno non segnò, ma fu lui a innescare la rimonta, servendo due assist ad Amedeo Amadei, prima per il 3-4 e poi, dopo un palo di Campatelli, per il definitivo 6-5. La stagione, però, si chiuse con un deludente terzo posto finale. Wilkes segnò 17 reti in 34 partite, dopo aver esordito l’11 settembre in un Inter-Padova 1-1.

“Sapeva sempre cosa fare, dove posizionarsi e come muoversi”, lo ricordava Benito Lorenzi, che di lui custodiva anche un aneddoto più ruvido: esasperato dalle scorrettezze di un difensore avversario, un giorno Wilkes lo sollevò di peso intimandogli di giocare a calcio o di smettere. Il difensore, raccontava Lorenzi, scelse la prima opzione.

L’anno seguente, con l’arrivo dello svedese Lennart Skoglund, l’Inter sfiorò lo scudetto, chiudendo a un solo punto dal Milan: Wilkes mise a segno 25 gol, risultando il miglior marcatore nerazzurro della stagione. Qualcuno gli rimproverava una continuità di rendimento mai così solida come il suo talento avrebbe meritato; il trofeo, comunque, continuò a mancare anche nella terza annata in nerazzurro, l’ultima della sua avventura milanese, e quando lasciò Milano furono in molti, tra i tifosi, a rimpiangere le sue giocate sopraffine.

Da Torino al Mestalla

Lasciata Milano, Wilkes passò al Torino, ancora segnato dalla tragedia di Superga. Fu un anno complicato, costellato di acciacchi e concluso con un’operazione al ginocchio: chi lo vide in granata racconta di una sbiadita controfigura del giocatore ammirato a San Siro. Nel giugno 1953 fu proprio un’amichevole granata, disputata al Mestalla in onore del centrocampista Antonio Puchades, a convincere i dirigenti del Valencia ad acquistarlo su due piedi: sarebbe diventato il primo straniero della storia del club.

“Esto es un auténtico malabarista” – “questo è un vero giocoliere” – commentò il presidente Luis Casanova Giner vedendolo esordire contro il Racing Santander.

In Spagna arrivarono tre stagioni di altissimo livello, con 18, 8 e 12 reti, e nel 1954 l’unico trofeo di una carriera lunghissima: la Copa del Generalísimo, vinta in finale contro il Barcellona per 3-0. Un trionfo a cui Wilkes, da straniero, non poté però contribuire in campo, perché il regolamento spagnolo vietava agli stranieri di disputare le partite di coppa.

Sugli spalti del Mestalla lo accompagnava un coro che giocava sul suo nome, “Que fas, Faas?” – più o meno “cosa fai, Faas?” – segno di un’adozione affettuosa che la città non avrebbe più dimenticato.

Come già era successo a Milano, anche Valencia non lo dimenticò: nel 2003 la città gli tributò un riconoscimento ufficiale per le prestazioni offerte con la maglia bianca e, recita ancora oggi il sito del club, per “le grandi doti umane mostrate”.

Gli ultimi giochi

A trentatré anni, tra acciacchi fisici sempre più fastidiosi, Wilkes tornò in Olanda deciso quasi a chiudere con il calcio. A fargli cambiare idea fu il VVV Venlo, che gli offrì un ricco contratto, vanificato però da due stagioni chiuse al settimo posto: il club del Limburgo non badava a spese pur di diventare una delle grandi d’Olanda, ma senza infrastrutture adeguate e un gioco all’altezza delle ambizioni i soldi, da soli, potevano fare ben poco.

Tentò allora un secondo atto spagnolo, questa volta con il Levante, in Segunda División: una finale play-off persa contro il Las Palmas gli chiuse anche quella porta. Tornato in patria, vestì ancora la maglia del Fortuna ’54 per tre stagioni, prima di concludere la carriera esattamente dove l’aveva cominciata, allo Xerxes, in terza divisione. L’ultima partita, il 26 maggio 1964, lo vide in campo a quarant’anni suonati.

Dopo il calcio

Quando lasciò i campi, Wilkes non cercò mai una panchina né un ruolo in federazione. “Il calcio era la mia professione, non la mia vita”, ripeteva, ed era la pura verità: aprì un negozio di moda, il Monisima, vicino all’Hilton di Rotterdam, gestito insieme alla moglie Mona-Yvonne: originaria delle Antille olandesi, ai tempi dell’Inter era già diventata, suo malgrado, un piccolo caso – gli sguardi del pubblico di San Siro si dividevano fra il campo e la tribuna dove sedeva lei.

Il suo record di 35 gol in 38 presenze con l’Oranje resistette fino a quel pomeriggio di Marsiglia del 1998, quando Dennis Bergkamp lo superò dopo aver giocato quasi il doppio delle partite, come avrebbe fatto poco dopo anche Patrick Kluivert.

Nel 2004, due anni prima di morire, Wilkes tornò per un’ultima volta su un campo di calcio per premiare Johan Cruijff come miglior giocatore olandese di sempre. Non fu un incontro qualunque: Cruijff considerava Wilkes il proprio unico, vero idolo, e avrebbe riconosciuto più volte di aver costruito buona parte del proprio gioco guardando ai suoi dribbling. “Ricevere un premio simile da colui che negli anni Cinquanta era il mio idolo assoluto”, dichiarò Cruijff quel giorno, “è qualcosa di indescrivibile”. Wilkes morì a Rotterdam il 15 agosto 2006, all’età di ottantadue anni.

Capostipite di una dinastia

Di Wilkes, in fondo, si può dire che sia stato il capostipite di una lunga dinastia di ali olandesi – Moulijn, Swart, Keizer, Overmars, Robben – tutte cresciute all’ombra del suo mito, senza però poterne mai davvero ereditare il nome, perché quel nome, in Olanda, prima di lui, semplicemente non esisteva.

Chi lo vide giocare lo ricordava come un calciatore capace di rendere facile il complicato, con un controllo di palla che sembrava anticipare di un tempo i difensori. Settant’anni dopo il debutto allo Xerxes, è questo il ritratto più vivido di tutti: quello di un giocoliere, come lo chiamò Casanova a Valencia, capitato nel calcio sbagliato al momento sbagliato – e per questo, forse, ancora più affascinante.


Autore: Storie di Calcio