La prima volta dell’Empoli in serie A

Il Comunale di Firenze, quella sera del 14 settembre 1986, ospitava una partita che non gli apparteneva, e il pubblico lo sapeva bene. Sugli spalti si accalcavano oltre ventimila sostenitori dell’Inter, qualche migliaio di fiorentini incuriositi dall’insolita trasferta in casa d’altri, e cinquemila tifosi arrivati da Empoli, una cittadina di provincia a trenta chilometri che fino a quell’estate il grande calcio lo aveva seguito solo dagli spalti di Serie B o in televisione. I lavori di adeguamento allo stadio Castellani avevano costretto l’Empoli a traslocare per le prime giornate casalinghe, e toccò proprio alla squadra di Giovanni Trapattoni inaugurare questa strana convivenza tra un debuttante assoluto e uno dei club più titolati del paese.

C’era, nell’aria, più curiosità che attesa vera e propria. Una parte dei tifosi nerazzurri era lì anche per rivedere Daniel Passarella tornare su un campo toscano con una maglia diversa da quella viola che aveva indossato fino a poche stagioni prima. L’incasso superò i 500 milioni di lire, un record assoluto per le modeste casse dell’Empoli. Gianni Brera, il più autorevole cronista sportivo italiano, ammise senza troppi giri di parole, nel suo pezzo domenicale su Repubblica, di non sapere granché del valore reale della squadra toscana. Nessuno, tra gli addetti ai lavori, si aspettava granché da quella sfida. Fu un errore di valutazione che sarebbe costato caro, quella sera, a più di un cronista.

Le stelle della Serie A 1986-87

Per capire la portata di quello che stava per accadere, bisogna fare un passo indietro e osservare il contesto in cui l’Empoli si affacciava. Il campionato italiano del 1986-87 non era soltanto, per definizione retorica, il più bel torneo del mondo: lo era per la densità di campioni che lo popolavano. Michel Platini chiudeva alla Juventus la sua leggendaria carriera italiana, mentre Karl-Heinz Rummenigge e lo stesso Passarella vestivano la maglia dell’Inter. La Fiorentina aveva appena lanciato un giovanissimo Roberto Baggio, affiancato dall’argentino Ramon Diaz, e la Sampdoria schierava nomi pesanti come Hans Peter Briegel e Toninho Cerezo.

A Milano, Silvio Berlusconi aveva da pochi mesi rilevato il club rossonero con un progetto che aveva il passo di uno spettacolo hollywoodiano: la presentazione della squadra, con gli elicotteri atterrati sulle note della Cavalcata delle Valchirie annunciata dalla voce di Cesare Cadeo, aveva già fatto il giro delle cronache. Persino una provinciale come l’Avellino poteva permettersi campioni ormai in declino come Dirceu e Walter Schachner. E a Napoli, naturalmente, Diego Maradona si preparava a scrivere la pagina più gloriosa nella storia del club di Corrado Ferlaino, guidando i partenopei verso il loro primo scudetto.

In questo palcoscenico affollato di stelle, il debuttante Empoli era l’ospite inatteso, quello che nessuno aveva davvero calcolato nei pronostici di inizio stagione.

Una promozione nata da uno scandalo

La presenza dell’Empoli in un simile contesto era frutto di un percorso tutt’altro che lineare. La promozione era arrivata sul campo, questo va detto con chiarezza, ma la classifica della Serie B 1985-86 era stata sconvolta dal secondo scandalo del Totonero, quello che gli addetti ai lavori avrebbero poi ribattezzato Totonero-bis. Il Lanerossi Vicenza, promosso sportivamente, fu escluso dalla categoria superiore; la Triestina venne penalizzata di un punto. Gli azzurri guidati da Gaetano Salvemini si ritrovarono così catapultati al terzo posto e, con esso, proiettati in Serie A per la prima volta nella loro storia. Era una promozione figlia anche delle disgrazie altrui, e questo qualche malalingua lo avrebbe fatto notare nei mesi successivi. Ma quello che sarebbe accaduto nelle prime giornate di campionato avrebbe zittito ogni dubbio sulla legittimità dell’Empoli tra i grandi.

La partita contro l’Inter

La prima mezz’ora di gioco fu di marca nettamente nerazzurra. Marco Tardelli colpì un palo al 17′, il portiere Giulio Drago si prodigò in un paio di interventi decisivi, e l’arbitro Pierluigi Pairetto graziò l’Inter non concedendo due rigori piuttosto netti, commessi ai danni di Alessandro Altobelli e dello stesso Rummenigge. Sembrava solo questione di tempo prima che i nerazzurri sbloccassero il risultato, e sugli spalti l’attesa si faceva ogni minuto più rassegnata.

Accadde invece l’esatto contrario. Al 36′ Andrea Salvadori rubò il pallone dai piedi di Tardelli e innescò un contropiede fulmineo: tocco di Casaroli, sponda di Della Monica, cross di Zennaro, e in mezzo all’area arrivò Marco Osio a trasformare tutto in un gol pulito, da manuale. Osio era arrivato quell’estate in prestito dal Torino, insieme al compagno di squadra Massimo Brambati, mentre sempre in prestito, dal Napoli, era sbarcato a Empoli anche il diciottenne Francesco Baiano. Tre innesti di cui nessuno, fuori dalla Toscana, conosceva ancora il nome, e che in poche settimane avrebbero iniziato a farsi notare. Il gol di Osio era nato dall’umiltà e dalla fame di chi, semplicemente, non aveva nulla da perdere.

Nella ripresa l’Inter perse progressivamente smalto, e fu l’Empoli, semmai, ad andare più vicino al raddoppio. Finì 1-0, con un punteggio che a fine partita suonava quasi come un errore di stampa. Euforico, il vicepresidente Silvano Bini annunciò seduta stante l’acquisto dello svedese Johnny Ekström, mentre Salvemini, con i piedi ben piantati per terra, ai microfoni di 90° minuto invitava tutti a pensare già alla partita successiva, senza lasciarsi distrarre dall’euforia del momento.

Due vittorie in sette giorni

La rete di Zennaro contro l’Ascoli

La squadra prese sul serio l’invito del proprio allenatore. Appena una settimana più tardi, con la stessa umiltà mostrata contro l’Inter, l’Empoli espugnò il campo dell’Ascoli di Liam Brady grazie a un gol di Zennaro. Due partite, due vittorie: l’impresa cominciava a somigliare, giornata dopo giornata, a una vera e propria favola sportiva, di quelle che di solito restano confinate ai campionati minori.

Lo scontro con la Juventus

Alla terza giornata, la sfida Empoli-Juventus si trasformò inaspettatamente nello scontro di cartello dell’intero campionato: entrambe le squadre viaggiavano a punteggio pieno, entrambe guidavano la classifica. Chi, a fine agosto, avrebbe mai scommesso su un simile accostamento? Brera tornò a scrivere, con il suo stile inconfondibile, un pezzo che andava dritto al cuore del sistema calcistico italiano: “Se basta l’umile Empoli a mortificare le nostre deità, non sarà errato il culto di cui ci andiamo beando?”. Era una domanda scomoda, posta con l’ironia tagliente che contraddistingueva il giornalista, e portava con sé una risposta tutt’altro che scontata: il ricambio ai vertici del calcio italiano era già in atto, come si sarebbe visto di lì a poco con il dominio assoluto del Napoli di Maradona e con l’ascesa inarrestabile del Milan di Arrigo Sacchi.

Contro la Juventus, però, il sogno dell’Empoli si fermò bruscamente. Una squadra bianconera tutt’altro che brillante, con un Platini ormai evanescente e un Michael Laudrup mai davvero incisivo in quella fase della stagione, bastò comunque a riportare le cose al loro posto grazie a un gol di Sergio Brio, arrivato dopo un primo tempo in cui gli azzurri avevano provato a imporre il proprio gioco con lo stesso coraggio delle due giornate precedenti.

Laudrup fermato da Salvadori

Sei sconfitte consecutive

Fu la prima di sei sconfitte consecutive. La parentesi romanzesca lasciò spazio a quella che, in fondo, era la realtà già scritta fin dall’inizio della stagione: una battaglia di retroguardia, condotta partita dopo partita con le unghie, per restare agganciati a una categoria conquistata quasi per caso. Il campionato dell’Empoli divenne esattamente quello che tutti si aspettavano fin dall’estate: non più una sorpresa da raccontare, ma una lotta strenua per la sopravvivenza.

La salvezza e il caso Udinese

Alla fine, quella lotta portò i suoi frutti, anche se con numeri che a prima vista sembrano a dir poco modesti. L’Empoli chiuse il campionato al tredicesimo posto con 23 punti, frutto di 8 vittorie, 7 pareggi e 15 sconfitte, costruiti su appena 13 reti segnate in 30 partite, uno dei bottini offensivi più bassi mai registrati nella storia della Serie A: negli anni a venire, quel dato sarebbe valso alla squadra il soprannome affettuoso di “Lucky 13”. Fu ancora Osio, decisivo contro il Como con un gol pesantissimo, a firmare uno dei risultati che tennero a galla gli azzurri proprio nelle settimane più delicate della stagione, mentre Brescia e Atalanta, dirette concorrenti nella corsa salvezza, inciampavano a loro volta negli scontri diretti.

A completare un quadro già di per sé intricato furono, ancora una volta, le vicende maturate fuori dal campo. Il Totonero-bis, lo stesso scandalo che aveva spianato la strada alla promozione dell’Empoli l’estate precedente, colpì duramente anche l’Udinese, penalizzata di nove punti in classifica fin dall’inizio del torneo. Nonostante un disperato tentativo di rimonta nelle ultime giornate, i friulani non riuscirono a colmare lo svantaggio e retrocessero in Serie B insieme a Brescia e Atalanta. Senza quella sanzione, sarebbe stato l’Empoli, terzultimo in classifica, a fare le valigie per la categoria inferiore.


Autore: Storie di Calcio