Eigendorf, una morte scomoda

Nell’aprile del 1983, sugli spalti del Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark di Berlino Est, un gruppo di tifosi della Dynamo Berlino srotolò uno striscione che nella Germania comunista nessuno avrebbe dovuto vedere. La scritta diceva: «Eisenfuß, wir trauern um dich!» («Piede di ferro, ti piangiamo!»).

Il destinatario di quel saluto era morto da poche settimane in un ospedale della Bassa Sassonia, dall’altra parte del Muro. Per il regime era un traditore, un fuggiasco, un nome da cancellare dagli almanacchi. Per quei ragazzi era stato il centrocampista più elegante visto con la maglia bordeaux negli ultimi anni.

Negli stessi mesi la Stasi assegnò al tifo della Dynamo due funzionari a tempo pieno, incaricati di seguire, osservare e documentare ogni trasferta. Anche il lutto, a Berlino Est, andava sorvegliato.

Un talento cresciuto in casa Mielke

Brandenburg an der Havel lo vide nascere il 16 luglio 1956. A otto anni Lutz Eigendorf tirava i primi calci nella Motor Süd, la squadra del suo quartiere. A quattordici fu notato dalla Dynamo e portato nella capitale, in una delle scuole sportive d’élite dove la Repubblica Democratica Tedesca allevava i suoi atleti migliori.

Debuttò in prima squadra nel 1974 e in cinque stagioni superò le cento presenze in Oberliga. Era un centrocampista offensivo alto e tecnico, capace di accompagnare l’azione e di arrivare al tiro. Nell’agosto del 1978 esordì in nazionale contro la Bulgaria e segnò subito due gol nel 2-2 finale. Sulla stampa sportiva dell’Est cominciò a circolare un paragone impegnativo: lo chiamavano il Beckenbauer della DDR.

Lutz Eigendorf (a destra) con la maglia della Dynamo Berlino (1975)

La Dynamo era la squadra del ministero per la Sicurezza dello Stato, e il suo protettore più assiduo si chiamava Erich Mielke, capo della Stasi. Mielke seguiva la squadra con un’attenzione ossessiva e pretendeva di vederla in cima al campionato. Nella primavera del 1979 arrivò il primo titolo di una serie che sarebbe durata dieci anni consecutivi. Eigendorf contribuì alla corsa, ma quando la Dynamo festeggiò lui era già altrove.

Negli stadi della DDR i tifosi avversari ci scherzavano sopra con un coro velenoso: per passare all’Ovest bastava giocare nella Dynamo, la squadra che viaggiava all’estero più di tutte. Nel suo caso la battuta si rivelò profetica.

La fermata di Giessen

Nel marzo del 1979 la Dynamo ottenne il permesso di giocare un’amichevole nella Germania Ovest contro il Kaiserslautern. Prima della partenza i giocatori furono sottoposti a giorni di lezioni politiche e di avvertimenti. Il ricordo delle fughe precedenti era fresco: nel 1976, durante una trasferta in Turchia con la nazionale giovanile, Norbert Nachtweih e Jürgen Pahl avevano scelto di non tornare.

In campo la Dynamo perse 4-1. Il giorno dopo, sulla via del ritorno, il pullman si fermò a Giessen: una sosta concessa ai giocatori per spendere i marchi occidentali in jeans, dischi e caffè da portare a casa. Eigendorf scese con gli altri, si confuse tra la gente e salì sul primo taxi libero. Non aveva soldi in tasca. Chiese di essere portato a Kaiserslautern, negli uffici del club contro cui aveva giocato la sera prima.

Aveva ventidue anni e una carriera da nazionale appena cominciata. Aveva anche una moglie, Gabriele, e una figlia piccola, Sandy, rimaste a Berlino Est. Probabilmente contava di farle espatriare più avanti. Le cose andarono diversamente.

Una famiglia smontata

Mielke visse la fuga come un affronto personale. Il giocatore più promettente della sua squadra, cresciuto nel suo vivaio, era passato al nemico e adesso rilasciava interviste critiche verso la DDR sui media occidentali. La risposta fu una sorveglianza capillare: secondo le ricostruzioni successive, una cinquantina di persone lavorò al fascicolo Eigendorf tra informatori, agenti e funzionari.

La prima mossa riguardò la famiglia. Gabriele fu tenuta sotto osservazione costante, gli avvocati della Stasi accelerarono le pratiche per il divorzio e intorno a lei cominciarono a muoversi i cosiddetti agenti Romeo, spie addestrate a sedurre le persone da controllare. Uno di loro riuscì nell’intento: la sposò e crebbe Sandy come una figlia sua. Per anni la donna non seppe chi aveva davvero accanto.

Gli anni all’Ovest

All’Ovest la nuova vita partì in salita. La UEFA lo squalificò per un anno e Eigendorf trascorse quella stagione forzata allenando i ragazzi del Kaiserslautern. Il club offrì alla Dynamo un indennizzo per chiudere la questione del contratto, ma da Berlino Est arrivò un rifiuto.

Nel frattempo trovò un nuovo amore e si risposò. E ritrovò un vecchio compagno di serate berlinesi: Karl-Heinz Felgner, ex campione di pugilato della DDR. Felgner raccontava di essere stato espulso dal suo Paese come cittadino sgradito. Era una copertura. Lavorava per la Stasi con il nome in codice di “Klaus Schlosser”, e prima di essere spedito all’Ovest aveva provato senza successo a sedurre proprio Gabriele. Il nuovo incarico era guadagnarsi la fiducia del calciatore e riferire tutto quello che diceva e faceva.

In campo le attese non furono rispettate. In due stagioni con il Kaiserslautern mise insieme 53 presenze in Bundesliga e 7 gol, spesso partendo dalla panchina. Nell’estate del 1982 passò all’Eintracht Braunschweig per quattrocentomila marchi, ma gli infortuni lo frenarono anche lì: otto partite e due reti. Il 21 febbraio 1983 la rete televisiva ARD trasmise una sua intervista sulle opportunità che la Bundesliga offriva ai calciatori dell’Est. A Berlino qualcuno la guardò con molta attenzione.

La curva di Querum

Il 5 marzo 1983 l’Eintracht perse in casa 2-0 contro il Bochum. Eigendorf rimase in panchina per tutti i novanta minuti. In serata passò in un locale, dove secondo i testimoni bevve un paio di birre. Poco dopo le undici la sua Alfa Romeo uscì di strada su una curva della Braunschweig-Querum, un tratto già noto per gli incidenti, e finì contro un albero. L’asfalto era bagnato e lui non aveva la cintura allacciata.

Morì due giorni dopo, il 7 marzo, per le lesioni alla testa. Aveva ventisei anni. Gli esami rilevarono un tasso alcolemico altissimo, difficile da conciliare con le poche birre di cui avevano parlato i testimoni. La polizia chiuse il caso come incidente causato dalla guida in stato di ebbrezza.

Le carte della Stasi

La versione ufficiale cominciò a vacillare dopo la caduta del Muro, con l’apertura degli archivi della Stasi. Il giornalista e storico Heribert Schwan lavorò a lungo su quei faldoni e nel 2000 pubblicò un libro e un documentario intitolati Tod dem Verräter, “Morte al traditore”.

Nel fascicolo dedicato al calciatore comparve un foglio scritto a mano con appunti telegrafici: un riferimento alle statistiche sugli incidenti, il verbo tedesco “verblitzen”, cioè abbagliare, e la parola che indica un anestetico. Un altro documento, prodotto dal dipartimento del ministero che si occupava di antiterrorismo, descriveva una sostanza capace di agire sulla vista e accennava alla possibilità di simulare un incidente d’auto.

L’ipotesi di Schwan e di altri ricercatori è questa: Eigendorf sarebbe stato fermato, costretto a bere alcol mescolato a un narcotico e poi rimesso al volante. In prossimità della curva, un veicolo proveniente dal senso opposto lo avrebbe accecato con gli abbaglianti. Un metodo pulito, che sull’asfalto lascia soltanto un incidente. Il giornalista Jochen Döring lo ha detto senza giri di parole: per Mielke il capitano della sua squadra passato al nemico era «un affronto personale».

Le ragioni del dubbio

Le prove, però, non hanno mai chiuso il cerchio. La procura di Berlino aprì un’indagine per omicidio e la archiviò nel 2004. Nel 2011, nonostante le pressioni dell’opinione pubblica, rifiutò di riaprirla perché mancavano elementi oggettivi sul coinvolgimento di terzi.

Anche tra gli esperti le posizioni restano distanti. L’ex magistrato Hans-Jürgen Grasemann, specialista dei crimini del regime, ha ricordato il caso di Werner Weinhold, il soldato che nel 1975 uccise due guardie di confine durante la fuga verso Ovest. La Stasi preparò piani dettagliati per eliminarlo simulando un incidente, ma non li mise mai in pratica. Un piano scritto, in altre parole, non dimostra un delitto compiuto. Lo storico britannico Alan McDougall considera l’idea di un omicidio voluto da Mielke una tesi priva di riscontri.

La confessione di Felgner

Nell’agosto del 2009 Karl-Heinz Felgner, ormai sessantenne e senza un soldo, fu arrestato per una rapina in un negozio di Düsseldorf. Un giovane cassiere lo accusò di averlo minacciato con un coltello e di aver preso circa quattrocento euro. Lui negò, ma fu condannato a sei anni e mezzo.

Il processo sarebbe passato inosservato se nel 2010, davanti ai giudici, l’ex pugile non avesse tirato fuori la vecchia storia: «Avrei dovuto uccidere io Eigendorf, ho accettato un contratto per ammazzarlo, ma non l’ho fatto». Per la notte dell’incidente, del resto, aveva un alibi.

Gli esperti hanno accolto quelle parole con prudenza. Felgner aveva diverse condanne alle spalle e aveva gonfiato il proprio legame con il calciatore, presentandosi come il suo migliore amico. Negli archivi, però, il voluminoso fascicolo sulla sua attività all’Ovest presenta un vuoto proprio negli anni tra il 1980 e il 1983.

Una tomba mai riaperta

Schwan, che ha raccontato di aver ricevuto minacce da Felgner, ha chiesto più volte la riesumazione del corpo per nuove analisi. Con lui si è schierato Hubertus Knabe, per anni direttore del memoriale di Hohenschönhausen, l’ex carcere della Stasi a Berlino. La richiesta non è mai stata accolta.

A Brandeburgo, la città dove tutto era cominciato, il nome di Eigendorf torna ogni tanto in conferenze e dibattiti sulla DDR. La domanda è la stessa da oltre quarant’anni: se su quella curva sia finita la corsa di un ragazzo che aveva bevuto troppo, o il lavoro di un apparato che non dimenticava. Gli archivi della Stasi hanno svelato migliaia di vite degli altri. Su questa mancano ancora alcune pagine.


Autore: Storie di Calcio