Il tunnel della Bombonera si apre su una sera già ostile, e il Milan non fa in tempo a posare i tacchetti sul prato che dagli spalti piove un getto di caffè bollente sui primi giocatori che escono. È il 22 ottobre 1969, davanti a circa 45.000 spettatori, e quello che sta per andare in scena non assomiglierà a nessun’altra partita della storia rossonera.
Si gioca per la Coppa Intercontinentale, il trofeo che dal 1960 mette di fronte la squadra campione d’Europa e quella campione del Sudamerica per assegnare un titolo tanto sentito quanto, di fatto, non riconosciuto ufficialmente dalla Fifa. Il Milan vi arriva da detentore della Coppa dei Campioni appena vinta contro l’Ajax; l’Estudiantes de La Plata, dal canto suo, difende il trofeo conquistato l’anno precedente contro il Manchester United ed è reduce dal proprio secondo titolo sudamericano di fila. In palio non c’è solo la coppa, ma il conto da chiudere: a Milano, due settimane prima, i rossoneri si sono portati sul 3-0, e agli argentini serve una rimonta quasi impossibile per ribaltarlo.
Mentre i giocatori del Milan si dispongono per la foto di rito a centrocampo, chi in piedi e chi in ginocchio, quelli dell’Estudiantes entrano per il riscaldamento con un pallone a testa. Non lo usano per sciogliere i muscoli: lo scagliano contro gli avversari schierati, incuranti della ritualità del momento. L’arbitro, il cileno Domingo Massaro, lascia correre. È solo l’antipasto.
Il 3-0 di San Siro e il marchio di disertore

Quindici giorni prima, l’8 ottobre, a San Siro il copione era sembrato un altro. Il Milan di Nereo Rocco aveva travolto l’Estudiantes per 3-0 davanti a oltre sessantamila spettatori, con la doppietta di Angelo Sormani e il gol di Néstor Combin.
Combin era arrivato quell’estate dopo un lungo giro per i campi d’Europa: oltre quattrocento presenze tra Lione, Juventus e Torino, con due Coppe di Francia e due Coppe Italia in bacheca. Era nato in Argentina ma aveva scelto cittadinanza e nazionale francesi, e segnare contro la propria terra d’origine lo trasformò in un bersaglio. «Parlammo con alcuni giornalisti: ci dissero che lo consideravano un disertore», avrebbe raccontato Giovanni Lodetti, centrocampista di quel Milan.
Piccolo grande Estudiantes
L’Estudiantes de La Plata non era un club abituato ai grandi palcoscenici. Era cresciuto attorno a una squadra costruita sul proprio vivaio, capace di vincere tre Copa Libertadores consecutive, guidata dall’allenatore Osvaldo Zubeldía. Il suo calcio aggressivo e cinico aveva già un nome, coniato dalla stampa argentina: l'”anti-fútbol”.
In quella rosa militavano anche giocatori di qualità autentica, come Carlos Bilardo, che da ct guiderà l’Argentina al titolo mondiale del 1986, e Juan Ramón Verón, padre del più noto Juan Sebastián. Ma a imporsi, quella sera, furono altri nomi: Alberto Poletti, Ramón Aguirre Suárez, Eduardo Manera.
Centomilioni in palio
C’era anche una ragione più prosaica dietro tanta ferocia. Un cronista de l’Unità, il giorno dopo la partita, annotò le cifre in ballo: a ciascun giocatore del Milan sarebbe andato un premio di circa cinque milioni di lire per la conquista della Coppa Intercontinentale, contro i due milioni e mezzo ricevuti qualche mese prima per la Coppa dei Campioni. Agli uomini dell’Estudiantes, invece, erano stati promessi cento milioni di lire da dividersi, nel caso fossero riusciti a strappare il trofeo al Milan.
Una cifra enorme per l’epoca, e per un club di provincia come l’Estudiantes. Bastava a spiegare, almeno in parte, la disperazione con cui gli argentini si gettarono nella sfida.
Settantotto minuti di violenza
In campo il Milan parte meglio: è Gianni Rivera a sbloccare il risultato con un contropiede risolto saltando un difensore e poi il portiere. L’Estudiantes reagisce e ribalta il parziale ancora nel primo tempo, con le reti di Marcos Conigliaro e di Aguirre Suárez. Il 3-0 dell’andata mette comunque al riparo i rossoneri, e la squadra di Rocco pensa più a salvare la pelle che a vincere la partita.
Pierino Prati resta stordito dopo un colpo alla testa nei primi minuti, e più tardi lascia il campo in barella insieme a Combin. «L’arbitro se ne fregava bellamente», avrebbe ricordato Lodetti. Massaro espelle Aguirre Suárez e Manera solo a fatica compiuta, quando ormai il peggio è avvenuto.

Il pugno di Poletti
Il portiere Alberto Poletti è il protagonista più inquietante della serata: colpisce con un pugno Rivera mentre l’Estudiantes batte un corner, poi si accanisce su Combin con un calcio in faccia, mentre un gomito di Aguirre Suárez gli spacca naso e zigomo. Il centravanti lascia il terreno di gioco sanguinante, sorretto dai compagni.
La fotografia di Combin insanguinato farà il giro delle redazioni di mezzo mondo, diventando l’immagine simbolo di quella notte. «Quello che venne fatto a Néstor fu pazzesco», avrebbe ricordato anni dopo Angelo Sormani.
Trenta giorni nel carcere di Devoto
A fine partita la polizia preleva uno dopo l’altro Poletti, Aguirre Suárez e Manera. Finiscono tutti e tre nel carcere di Devoto, a Buenos Aires, condannati al massimo previsto dall’editto di polizia: trenta giorni di reclusione. La Federazione argentina, travolta dalle proteste internazionali, radia Poletti a vita — radiazione poi revocata — e infligge lunghe squalifiche a Aguirre Suárez e Manera. La stagione seguente tutti e tre torneranno regolarmente in campo con l’Estudiantes.
«Senza di lui non si parte»
Il calvario di Combin, però, non è finito. Appena uscito dallo stadio viene arrestato dalla polizia argentina con l’accusa di renitenza alla leva: per le autorità del suo paese natale, non aveva mai prestato il servizio militare. Passano le ore senza notizie, e all’aeroporto il Milan si ferma in blocco: «Senza di lui, non si parte», avrebbe detto Rocco.
La vicenda arriva fino al presidente Juan Carlos Onganía, che ordina il rilascio del giocatore, fatto accompagnare in tempo per l’imbarco. L’aereo decolla finalmente verso l’Italia, con i rossoneri ancora segnati dalla nottata alla Bombonera — e con un gesto di scherno collettivo verso il paese che si lasciano alle spalle.

Il tramonto e la rinascita di una coppa
Quella sera cambiò per sempre il destino della Coppa Intercontinentale. Le squadre europee, spaventate dal clima sudamericano e da un trofeo che la Fifa non riconosceva nemmeno ufficialmente, cominciarono a rifiutarsi di parteciparvi: nel 1975 e nel 1978 l’edizione non si disputò affatto, mentre altre finali videro i campioni d’Europa rinunciare a priori. Il prestigio della coppa, enorme fino a pochi anni prima, si sgretolò in fretta.
A salvarla fu, nel 1980, un’idea tutta giapponese: la Toyota assunse la sponsorizzazione della competizione, trasformandola in una sfida secca giocata su campo neutro a Tokyo, restituendole lustro fino al 2004, quando la Fifa la sostituì con il Mondiale per Club. Per il Milan, quella del 1969 restò comunque la prima vittoria intercontinentale della sua storia: sarebbero passati vent’anni prima del secondo trionfo, quello della Coppa Toyota del 1989.