Geoff Hurst: la tripletta della vita

Sulla panchina di Wembley, nei primi turni del Mondiale inglese del 1966, un ventiquattrenne dai lineamenti tesi segue la partita senza poter scendere in campo: le sostituzioni non esistono ancora, e il suo ruolo sembra confinato a quello di spettatore privilegiato. Geoff Hurst, centravanti del West Ham, è arrivato alla rassegna iridata con un posto tutt’altro che garantito nell’attacco dell’Inghilterra: davanti a lui, nel ruolo che ambisce a ricoprire, ci sono Jimmy Greaves e Roger Hunt, entrambi considerati titolari inamovibili dal commissario tecnico Alf Ramsey. Greaves, in particolare, è già uno dei cannonieri più temuti d’Europa, un predestinato del gol fin dall’adolescenza: davanti a un nome simile, per un esordiente come Hurst, la panchina sembra l’unico orizzonte possibile.

Hurst era cresciuto lontano dai riflettori. Aveva visto la luce nel dicembre del 1941 ad Ashton-under-Lyne, nel Lancashire, prima che la famiglia si trasferisse nell’Essex quando lui aveva appena sei anni. Nel West Ham aveva costruito una progressione solida più che scintillante: venti reti in cinquantaquattro presenze nella stagione 1964-65, coronate dalla vittoria condivisa del Charity Shield contro il Liverpool, seguite dalle quaranta marcature in cinquantanove apparizioni dell’annata successiva. Numeri che gli erano valsi la maglia azzurra della Nazionale, ma non ancora la piena fiducia del suo allenatore.

Un trofeo ritrovato

A complicare l’umore della vigilia, pochi mesi prima del calcio d’inizio, c’era stato un episodio quasi comico se non fosse stato rovinosamente serio: la Coppa Jules Rimet, in esposizione pubblica a Londra, era stata rubata da una vetrina. Le ricerche della polizia non approdarono a nulla, finché il trofeo non fu ritrovato avvolto in un giornale, nascosto in una siepe alla periferia della città, grazie al fiuto di un bastardino di nome Pickles. Il cane, diventato per settimane una piccola celebrità nazionale, salvò l’Inghilterra da un’imbarazzante vigilia senza coppa da mettere in palio: un presagio bizzarro per un torneo che si sarebbe rivelato denso di episodi fuori dal comune.

Un esordio contro la Germania

Per un curioso scherzo del calendario, Hurst aveva esordito con la maglia dell’Inghilterra proprio contro la Germania Ovest, nel febbraio di quello stesso 1966: l’avversaria che, pochi mesi dopo, lo avrebbe reso immortale. Quella presenza, sommata a un paio di altre uscite internazionali e al rendimento mostrato in campionato, aveva convinto Ramsey a includerlo tra i ventidue convocati per il torneo casalingo. Il commissario tecnico, va ricordato, aveva promesso fin dal suo insediamento nel 1963 che l’Inghilterra avrebbe vinto il Mondiale giocato in casa: una dichiarazione accolta all’epoca con un certo scetticismo dalla stampa. Ma una convocazione, per Hurst, non equivaleva ancora a un posto da titolare.

La lunga attesa in panchina

Il cammino dell’Inghilterra nel girone eliminatorio fu tutt’altro che travolgente. Uno 0-0 privo di emozioni contro l’Uruguay aprì il torneo, seguito da due vittorie più nette contro Messico e Francia. Fu proprio nell’ultima di queste gare che il destino iniziò a muovere le sue pedine: Jimmy Greaves rimediò un infortunio che lo avrebbe costretto a saltare i quarti di finale. Senza il suo centravanti titolare, Ramsey si trovò davanti a una scelta che avrebbe cambiato il corso della storia del calcio inglese: promuovere il ragazzo del West Ham rimasto fino a quel momento ai margini del progetto, o attendere il recupero del suo bomber di punta.

Il giorno di Hurst contro l’Argentina

I quarti di finale contro l’Argentina, giocati a Wembley, furono una partita nervosa e piena di scorrettezze, tra le più controverse dell’intero torneo: l’arbitro tedesco espulse il capitano argentino Antonio Rattín dopo una serie infinita di proteste, e il clima in campo si fece incandescente. In quel contesto teso Hurst segnò di testa nella ripresa il gol che valse la qualificazione, sfruttando un cross dalla destra. Al triplice fischio, Ramsey vietò ai suoi giocatori di scambiarsi le maglie con gli avversari, arrivando a definire pubblicamente gli argentini “animali” — parole che accesero polemiche diplomatiche fra le due federazioni. Per Hurst, quella sera, contava soprattutto un’altra cosa: aveva risposto presente nel momento più delicato, e la maglia da titolare sembrava ormai sua.

La scelta di Ramsey

In semifinale, contro il sorprendente Portogallo di Eusébio, Hurst confermò le buone impressioni servendo l’assist per la rete decisiva di Bobby Charlton nella vittoria per 2-1. Nel frattempo Greaves era stato dichiarato di nuovo abile, e la stampa britannica fece pressione perché tornasse titolare per l’atto conclusivo contro la Germania Ovest. Alf Ramsey, però, non era un uomo che si lasciava condizionare dai giornali: scelse di restare fedele a chi gli aveva dato risposte concrete sul campo, anche a costo di scontentare uno dei giocatori più amati del paese. Una decisione coraggiosa, che la storia avrebbe presto premiato.

La finale di Wembley

Il 30 luglio 1966, sotto un sole che sembrava di buon auspicio, quasi centomila spettatori riempirono Wembley per assistere alla sfida tra Inghilterra e Germania Ovest. Come scriveva l’ammiraglio Horatio Nelson alla vigilia di Trafalgar, “l’Inghilterra si aspetta che ogni uomo faccia il proprio dovere” — una frase che sembrava scritta apposta per quel pomeriggio. Dopo appena dodici minuti, però, un gol di Helmut Haller sorprese la difesa inglese, mettendo i padroni di casa in svantaggio per la prima volta nel torneo.

Sei minuti più tardi, su una punizione rapida battuta da Bobby Moore, Hurst si inserì e pareggiò di testa: il primo dei tre sigilli che lo avrebbero consegnato alla leggenda. La partita rimase in equilibrio fino a dodici minuti dall’epilogo, quando Martin Peters firmò il vantaggio inglese ribadendo in rete una respinta su un tiro dello stesso Hurst. Il trofeo sembrava ormai a un passo, ma Wolfgang Weber pareggiò a pochi secondi dal novantesimo, trascinando la sfida ai tempi supplementari.

Il gol fantasma

Un fermo immagine con la contestata rete del 3-2. In basso a destra il guardialinee Bakhramov

Al 101′ minuto, un cross dalla destra trovò Hurst in area con le spalle alla porta tedesca. L’attaccante si girò e calciò verso Hans Tilkowski: il pallone colpì la traversa, rimbalzò verso il basso e uscì. L’arbitro svizzero Gottfried Dienst, incerto se convalidare, si consultò con il guardalinee azero Tofiq Bahramov, che dopo un attimo di esitazione confermò che la linea era stata superata. Roger Hunt, il compagno di reparto rimasto a lungo in ombra dietro Hurst, si girò immediatamente a esultare invece di spingere la palla in rete per eliminare ogni dubbio: un dettaglio che per i sostenitori della regolarità del gol vale più di qualsiasi fotogramma. Il gol fu comunque assegnato, aprendo una delle dispute più lunghe della storia del calcio: ancora oggi, nessuna ricostruzione televisiva è riuscita a dare una risposta del tutto univoca sulla sua regolarità, e in Germania quel gol viene ricordato ancora con una punta di amarezza.

L’ultimo guizzo

Negli ultimi istanti della partita, con le gambe dei tedeschi ormai svuotate da un ultimo disperato assalto, Bobby Moore recuperò il pallone e lo lanciò lungo verso metà campo, dove Hurst si ritrovò solo davanti alla difesa avversaria, con Alan Ball libero sulla destra a chiedere il passaggio. Ignorando quella richiesta, l’attaccante avanzò palla al piede verso l’area e scaricò un destro che si infilò sotto la traversa. Alcuni spettatori, convinti che la partita fosse già finita, avevano già iniziato a invadere il terreno di gioco: il telecronista della BBC Kenneth Wolstenholme colse l’immagine in diretta e la trasformò in una delle frasi più citate della storia della televisione sportiva, ricordando ai suoi ascoltatori che il match, in realtà, si era appena concluso con quel gol.

Tre uomini del West Ham

A ben guardare il tabellino di quella finale, salta agli occhi un dettaglio che raramente viene raccontato per intero: in tutte e quattro le reti inglesi fu coinvolto, come autore o come assist-man, un giocatore del West Ham. Bobby Moore servì l’assist del primo gol di Hurst e il lancio decisivo per il quarto, Martin Peters firmò la terza rete, e Geoff Hurst, naturalmente, ne segnò tre su quattro. Un club di Londra Est, mai vincitore di un titolo nazionale, aveva fornito all’Inghilterra l’ossatura della sua unica notte di gloria mondiale.

Un record durato a lungo

Fu proprio Bobby Moore, capitano della squadra, a salire sul palco reale per ricevere la coppa dalle mani della regina Elisabetta II, non prima di essersi pulito le mani sporche di fango sulla maglia, in un gesto diventato con gli anni parte del folklore calcistico inglese. Con quella tripletta, Geoff Hurst aveva regalato alla sua Nazionale l’unico titolo mondiale della sua storia. Prima di quel pomeriggio, nelle sette edizioni precedenti della rassegna iridata, soltanto quattro calciatori erano riusciti ad andare a segno più di una volta in una finale: un dato che racconta meglio di ogni altro quanto fosse straordinaria l’impresa del centravanti inglese. Il suo primato di unico marcatore di una tripletta in una finale mondiale sarebbe durato cinquantasei anni, fino a quando Kylian Mbappé, nel 2022, non lo avrebbe eguagliato contro l’Argentina — senza però riuscire a sollevare la coppa.


Autore: Storie di Calcio