Il Vocabolario di Gianni Brera

Quando un radiocronista chiama un attaccante “goleador”, quando un allenatore parla di “atipico” per un giocatore fuori schema, quando si usa “libero” per il difensore senza marcatura fissa, nessuno pensa più a chi l’abbia inventata. Il merito è quasi sempre di un solo uomo: Gianni Brera.

Nato l’8 settembre 1919 a San Zenone al Po, in provincia di Pavia, Brera cominciò a scrivere di calcio appena diciassettenne, assunto dal Guerin Sportivo per seguire la Serie C. Dopo la guerra e un periodo nella Resistenza, nel 1945 approdò alla Gazzetta dello Sport, di cui divenne direttore nel 1949 — il più giovane nella storia del giornalismo italiano. Lavorò poi per Il Giorno, Il Giornale e Repubblica, firmando per il Guerin Sportivo la rubrica “L’Arcimatto”. Morì il 19 dicembre 1992 in un incidente stradale.

Soprannominato “il Gran Lombardo”, costruì uno stile fondato su una solida vena letteraria, mescolando lessico colto, vernacolo lombardo e termini stranieri. Da questo laboratorio linguistico uscirono decine di neologismi, molti dei quali sono ancora oggi la lingua corrente del calcio italiano.

Il gol vestito da torero: goleador

Sul termine “goal”, Brera notò che l’italiano aveva provato a sostituirlo con “rete”, senza mai riuscire a scalzarlo davvero: “segnare una rete” è piuttosto arduo, scriveva, preferendo la grafia semplificata “gol”. Da lì, mutuando dal portoghese brasiliano il verbo “golear”, coniò “goleador”.

La parola non era un sinonimo neutro di “cannoniere”. Per Brera il goleador agiva con eleganza, quasi un torero che trafigge l’avversario con un tocco preciso: per questo accostava il termine a Giuseppe Meazza e Pelé, mentre riservava ai bomber di potenza come Gunnar Nordahl e Gigi Riva l’appellativo di “frombolieri”. Un gol di Roberto Bettega con la Juventus, giocato tutto di prima e di finezza, era per lui l’esempio perfetto del goleador in azione.

Un difensore senza compiti: il libero

Il termine “libero” nacque da una sconfitta. Nella stagione 1949-50 la Juventus, capolista, fu travolta 7-1 dal Milan. Riflettendo su quella debacle, Brera cominciò a sostenere che lo stopper centrale avesse bisogno di un compagno scevro da compiti di marcatura, pronto a intervenire alle sue spalle.

L’idea trovò applicazione piena a partire dal 1960, quando i tecnici Gipo Viani e Nereo Rocco la adottarono guidando la nazionale olimpica. Da lì il modulo si diffuse ovunque: perfino l’Inghilterra campione del mondo nel 1966 dovette poi affiancare un libero al proprio stopper. Il termine divenne internazionale dopo il Mondiale 1974, quando un film fu dedicato al ruolo interpretato da Franz Beckenbauer.

Il tempo che si allunga: la melina

Dal gergo cestistico bolognese degli anni Trenta, Brera importò nel calcio “melina”: il gioco di rimessa fitto e prolungato, usato per far scorrere il tempo o per umiliare l’avversario. Le sue cronache ne sono piene: trovava “meline noiose e insipienti” nell’Inter, e notava come la Juventus, dopo aver sbloccato una partita con la Lazio, fosse poi caduta in una letargica melina. Dal sostantivo derivò anche il verbo “melinare”.

Rivera e gli abatini

Nessun neologismo breriano fece più discutere di “abatino”. Riferendosi a Gianni Rivera, Brera lo descrisse come “un omarino fragile ed elegante”, di uno stile così raffinato da apparire manierato, talvolta persino finto — un cicisbeo settecentesco in campo.

Attorno a Rivera, Brera individuò un’intera “razza” di abatini: Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli, Mario Corso, Ezio Pascutti, Gigi Meroni. Più tardi arrivò Giancarlo Antognoni, ribattezzato “abatoncello”. L’etichetta nasceva da un’amarezza più ampia: per Brera gli italiani restavano, nello sport come nel carattere, “abatini siamo, e abatini, ahimé, resteremo”.

La guerra delle parole: pretattica

Con l’arrivo di Helenio Herrera sulla panchina dell’Inter nel 1960, il confronto con Nereo Rocco sul Milan regalò al calcio italiano “pretattica”: far trapelare alla stampa, nei giorni precedenti una partita, un’intenzione tattica falsa, per poi schierarsi in modo del tutto diverso. Brera osservò che negli anni Sessanta l’uso era diventato talmente diffuso e prevedibile da perdere ogni efficacia.

Atipici, euclidei, cursori

“Atipico” era il giocatore senza una collocazione tattica precisa: non un incapace, ma un talento irrequieto. Il prototipo fu Omar Sívori alla Juventus, seguito da Mario Corso nell’Inter e da Franco Causio, che Brera definì “atipico e discontinuo fino al dispetto”.

“Centrocampista” sostituì negli anni Cinquanta mediano e mezzala, seguendo l’evoluzione dei moduli verso il calcio totale olandese; dentro la categoria, Brera distingueva il regista, la mezzala di spola, il mediano di spinta. Restò memorabile come controesempio l’esordio di Luis Suárez nell’Inter del 1961, quando lo spagnolo tirò in porta ventisette volte segnando un solo gol.

“Cursore” indicava il centrocampista-gregario, instancabile ma meno dotato, come Angelo Domenghini; “euclideo” era invece riservato ai giocatori capaci di muoversi per logica geometrica, come Fabio Capello nel Milan, di cui Brera lodava il “notevole senso euclideo”.

Rifinitori, forcing e la dea Eupalla

Il catalogo breriano non si fermava ai ruoli più noti. “Rifinitore” era il giocatore che costruiva l’ultimo passaggio prima del gol, distinto dal goleador che lo finalizzava; “seconde palle” indicava invece le respinte corte su cui si avventava il centrocampo, termine che Brera faceva derivare da “palla gol”. “Forcing” descriveva la pressione offensiva prolungata su un avversario in affanno, mentre “uccellare” e “incornare” rendevano con un’immagine quasi animalesca, rispettivamente, il dribbling beffardo e il colpo di testa vincente.

Per Arrigo Sacchi, alfiere del gioco a zona, Brera coniò “zonagro”, crasi tra zona e un rigore quasi agronomico nell’applicare il pressing. E sopra ogni cosa vegliava “Eupalla”, la divinità immaginaria che nelle cronache più letterarie di Brera governava i destini imperscrutabili del calcio.

Un circo di soprannomi

Accanto ai termini tecnici, Brera fu instancabile coniatore di soprannomi. Gigi Riva divenne “Rombo di tuono” dopo una doppietta del Cagliari all’Inter nel 1970; Roberto Boninsegna fu “Bonimba”, fusione col nome del “Bagonghi” del Circo Togni, per il baricentro basso. Sandro Mazzola diventò “Mazzandro”, crasi di nome e cognome; Armando Picchi, poi Roberto Bettega e Fabrizio Ravanelli, furono tutti “Penna bianca”. Helenio Herrera fu “Accaccone”, distinto dall’omonimo Heriberto Herrera, ribattezzato “Accacchino”.

Non mancavano le figure minori: Paolino Pulici era “Pulicicolone”; Lele Oriali, frizzante come lo champagne, era “Piper” (o “Gazzosino” nelle giornate opache); il giovanissimo Franco Baresi era “Piscinin”, dal milanese per bambino. Più tardi Brera avrebbe salutato Diego Armando Maradona come “Sgorbio divino”, Ruud Gullit come “Simba” per la criniera leonina, Pietro Paolo Virdis come “Massinissa” per l’astuzia in area, Osvaldo Bagnoli come “lo Schopenhauer della Bovisa”, e Gianluca Vialli, cremonese come Stradivari, come “Stradivialli”.

Parole che sono rimaste

Molti di questi termini sono sopravvissuti al loro inventore proprio perché smisero di sembrare un’invenzione. Lo stesso Brera tendeva ad abbandonare un neologismo non appena entrava nell’uso comune: è il destino toccato ad “abatino”, quasi scomparso dalle sue cronache degli anni Settanta, e a “pretattica”, ormai patrimonio di ogni telecronaca.

Resta un fatto difficile da contestare: prima di Brera, il calcio italiano non aveva un vocabolario davvero suo. Da lui in poi, per raccontarlo, si è continuato a usare — spesso senza saperlo — le sue parole.


Autore: Storie di Calcio