Ai Prati di Caprara, a Bologna, un ragazzo magro correva dietro a un pallone per sei, sette ore di fila, senza fermarsi mai. Giocava ala destra, e gli amici lo avrebbero soprannominato “Stukas”, come i bombardieri in picchiata della guerra appena finita. Quel ragazzo era Pier Paolo Pasolini, e quei pomeriggi, avrebbe ricordato più tardi, erano stati tra i più belli della sua vita.
Erano gli anni in cui il Bologna schierava la squadra più forte della sua storia: quella di Amedeo Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo, di Fedullo e Pagotto. Da studente al liceo Galvani, Pasolini aveva scoperto il “calcio di poesia” proprio imitando per ore, sul campo, il doppio passo di Biavati — il gesto tecnico che lo aveva folgorato.
Al Bologna sarebbe rimasto fedele per tutta la vita, pur seguendo da adulto anche la Roma. Quando il giornalista Enzo Biagi gli chiese, in un’intervista, cosa gli sarebbe piaciuto fare se non avesse scritto né girato film, Pasolini non esitò: “Un bravo calciatore.”
Il calcio come lingua
Nel gennaio del 1971, poco dopo la sconfitta dell’Italia contro il Brasile nella finale dei Mondiali messicani, Pasolini pubblicò sul quotidiano Il Giorno un articolo destinato a far discutere linguisti e tifosi per decenni, con il titolo “Il calcio ‘è’ un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”.
La tesi, esposta con il tono di chi si diverte più che di chi vuole convincere, era semplice da enunciare e spiazzante da accettare: il football, scriveva, è “un sistema di segni, cioè un linguaggio”. Come la lingua scritta e parlata si costruisce combinando i fonemi, così il calcio costruisce le sue “parole” combinando i “podemi” — le unità minime del gioco, cioè i gesti di un uomo che usa i piedi per calciare un pallone.
Da queste unità nascono i passaggi, dai passaggi nasce il discorso, e il discorso è la partita stessa: un vero e proprio racconto drammatico. I giocatori, per Pasolini, sono i cifratori di questo linguaggio; chi siede sugli spalti ne è il decifratore. Capire il calcio significa possedere un codice comune, esattamente come capire una frase significa condividerne la grammatica.
Prosa e poesia in campo
Dentro questo linguaggio convivono due registri opposti, sosteneva Pasolini: un calcio scritto in prosa e uno scritto in poesia, distinti non per valore ma per tecnica.
Giacomo Bulgarelli, bandiera del Bologna, era per lui un “prosatore realista”: solido, ragionato, mai sopra le righe. Gianni Rivera giocava invece una prosa più raffinata, “da elzeviro”, quella di chi potrebbe scrivere un articolo di fondo sul Corriere della Sera. Sandro Mazzola apparteneva alla stessa famiglia, ma ogni tanto interrompeva la prosa con due versi folgoranti. Mario Corso era un poeta “maudit”, irregolare; Gigi Riva, insieme al bomber Giuseppe Savoldi, incarnava invece il poeta realista: per Pasolini, in quella stagione, il capocannoniere del campionato era sempre il miglior poeta dell’anno.
Il calcio europeo, fondato su catenaccio, triangolazioni e conclusione, era per lui un calcio in prosa: organizzato, sintattico, collettivo. Il calcio sudamericano, costruito su discese individuali e conclusioni improvvise, era un calcio in poesia, perché affidato al dribbling, al gesto imprevedibile di un singolo. Non a caso, scriveva Pasolini, i migliori dribblatori del mondo erano i brasiliani: il loro calcio era una lingua poetica per costituzione.
Il gol come illuminazione

Se dribbling e passaggio appartengono alla sintassi della partita, il gol per Pasolini sta altrove. È il solo momento in cui il codice viene sovvertito: “ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità”, scriveva, proprio come accade nella parola poetica. Un gol non si prepara: accade, e nell’accadere cambia il senso di tutto ciò che lo precede.
Questa idea del calcio come spettacolo capace di produrre un’epifania collettiva torna in altre pagine di Pasolini, dove il gioco viene descritto come “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”: mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci, lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Una comunità che si riunisce ancora, insieme, per assistere a qualcosa capace di sorprenderla.
Un poeta in giacca e cravatta
Lo scrittore Giovanni Santucci, in un saggio dedicato al rapporto tra Pasolini e lo sport, ha raccontato una fotografia che illustra questa idea meglio di ogni teoria. Pasolini è per strada, vestito di tutto punto — abito scuro, cravatta, scarpe di cuoio — e controlla un pallone con l’interno del piede destro, il busto inclinato, lo sguardo concentrato sul gesto. Non sembra posare per nessuno: sembra, semplicemente, un uomo che non ha saputo resistere a una palla che rotolava vicino a lui.
Non doveva essere una partita vera, quella fotografata: più probabilmente una di quelle occasioni improvvisate, in mezzo alla strada, in cui Pasolini si univa senza pensarci due volte, sporcandosi le scarpe buone e dimenticando appuntamenti. Era, scrisse Santucci, “un gesto di libertà e di gioia” — lo stesso che un bambino concede a sé stesso correndo dietro a un pallone anche il giorno della prima comunione, vestito a festa.
Quella libertà, da adulto, Pasolini la portò anche sui campi veri. Nel 1971 scese in campo come capitano nella prima partita di beneficenza organizzata dalla Nazionale Attori, pronto a rimettersi la maglia purché ci fosse un pallone da rincorrere.
Una lezione ancora attuale
Più di mezzo secolo dopo, la distinzione pasoliniana tra calcio di prosa e calcio di poesia continua a essere ripresa da chi studia il rapporto tra sport, linguaggio e letteratura, non solo in Italia: in Brasile il saggio del gennaio 1971 è stato adottato come categoria di riferimento per riflettere sul rapporto tra calcio, letteratura e musica, e lo stesso vale in Francia, dove l’articolo è stato tradotto e commentato più volte.
Pochi autori hanno saputo guardare a una partita di calcio con lo stesso rigore con cui si legge una pagina letteraria, restituendole insieme la grammatica e il brivido. Chi oggi vede un dribbling capace di spezzare un ritmo, o un gol arrivato dal nulla, sta ancora assistendo, senza saperlo, a quel momento che Pasolini aveva isolato per primo: l’istante in cui il linguaggio del calcio smette di essere prosa, e diventa, per qualche secondo, pura poesia.