Quando Agnelli aveva in mano Protasov

Il titolo a tutta pagina non lasciava spazio ai dubbi: «Juve-Protasov, che colpo!». Era l’11 febbraio 1989 e un quotidiano annunciava quello che sembrava già un affare chiuso: «Manca solo il sì del ministro della Difesa. L’Avvocato ha convinto l’Urss grazie all’accordo-Panda: un affare da un miliardo di dollari».

La Juventus di Gianni Agnelli stava per mettere le mani sul centravanti più desiderato del calcio sovietico. Da qualche mese nelle file bianconere giocava già Aleksandr Zavarov, il folletto della Dinamo Kiev e della Nazionale, uno dei prodotti più raffinati del “laboratorio” di Valeri Lobanovski. I suoi risultati in maglia bianconera erano stati fin lì deludenti, il campionato italiano gli stava stretto e l’ambientamento procedeva a fatica, ma questo non scoraggiava chi, a Torino, guardava a Est con crescente attenzione: se Zavarov non aveva funzionato, forse sarebbe bastato un altro profilo, più fisico e più pronto al salto di categoria, per rendere comunque fruttuoso l’investimento sul calcio sovietico.

L’Impero cominciava a incrinarsi — il Muro di Berlino sarebbe caduto pochi mesi più tardi — e le sue frontiere, ancora chiuse, custodivano un patrimonio di talenti che l’Occidente aveva solo iniziato a intravedere. I club italiani, pionieri di quella corsa, si muovevano con la cautela di chi esplora un territorio nuovo, dove ogni accordo passava obbligatoriamente dai ministeri di Mosca.

Il colonnello e i suoi uomini

In quei giorni la Nazionale sovietica si trovava in Italia per uno stage, ospitata dall’Inter ad Appiano Gentile. Lì Lobanovski, il “colonnello” che forgiava la squadra con un metodo quasi militare, impartiva la propria dottrina tattica fatta di calcoli, statistiche e lavoro atletico scientifico. Non era un caso che agli Europei del 1988 nove undicesimi della formazione titolare sovietica fossero giocatori della Dinamo Kiev: la Nazionale, in quegli anni, era poco più di un’estensione del suo club.

Protasov sfugge all’intervento in scivolata di Baresi a Euro 88

Il centravanti di quella squadra era Oleg Protasov, vincitore di una Scarpa d’argento e di una di bronzo europee, reduce da un Europeo in cui era arrivato tra i nomi più attesi del torneo. Aveva segnato due reti, tra cui quella decisiva nella semifinale vinta 2-0 contro l’Italia a Stoccarda, ma nella finale persa contro l’Olanda il confronto a distanza con Marco van Basten l’aveva visto perdente: due gol per l’olandese, zero per il sovietico, in una sfida che la stampa europea aveva raccontato come un passaggio di consegne mancato. Il suo nome restava comunque tra i più promettenti del calcio continentale: fisico imponente, tecnica rifinita, fiuto del gol affinato in anni di campionato sovietico.

Gli anni del Dnepr

Protasov e Van Basten erano quasi coetanei, nati entrambi all’inizio del 1964. Ma mentre l’olandese bruciava le tappe nei grandi club d’Europa, il sovietico aveva trascorso gli anni di apprendistato nel Dnepr Dnepropetrovsk, la squadra della sua città, con cui aveva debuttato giovanissimo nel 1981 e con cui nel 1983 aveva già vinto il primo titolo nazionale del club.

In sei stagioni accumulò 95 gol in 145 partite, con un campionato, quello del 1985, da record: trentacinque reti, premiate con la Scarpa d’argento consegnata a Parigi. Fu capocannoniere del campionato sovietico per tre volte, nel 1985, nel 1987 e ancora nel 1990, e nel 1987 fu eletto calciatore sovietico dell’anno. Solo nel 1988 passò alla Dinamo Kiev, in un trasferimento inquadrato, come spesso accadeva in Urss, nelle pieghe del servizio militare obbligatorio: in teoria un arruolamento, nei fatti il modo con cui i club dell’esercito e della polizia si contendevano i migliori giocatori del paese senza passare da un vero mercato.

Una trattativa senza esito

Nel febbraio del 1989 Protasov aveva 25 anni e usciva solo allora dalla condizione di studente: diplomato alla scuola di educazione fisica, poteva finalmente percepire un salario ufficiale, per quanto modesto. Lo “scoop” juventino, però, non ebbe seguito. Il centravanti non arrivò mai a Torino.

Restò alla Dinamo Kiev fino ai Mondiali del 1990, vincendo un altro titolo nazionale e la Coppa d’Urss 1989-90. In Nazionale sarebbe diventato il secondo miglior marcatore della storia sovietica, con ventinove gol in sessantotto presenze, dietro soltanto a Oleg Blochin: un palmarès che, letto oggi, racconta un giocatore tutt’altro che modesto, semplicemente nato nel paese e nel momento sbagliati per un vero sbarco in Occidente.

Il Mondiale e l’addio ai colori sovietici

A Italia ’90 l’avventura fu amara. L’Urss perse le prime due partite, contro Romania e Argentina, restando già fuori dai giochi prima ancora di scendere in campo per l’ultimo impegno del girone. Nell’ultimo turno, contro il Camerun, arrivò a Bari una vittoria tanto netta quanto inutile per la classifica, 4-0: Protasov segnò uno dei quattro gol, insieme a Zygmantovich, Zavarov e Dobrovolski. Fu la sua ultima apparizione in un grande torneo con la maglia sovietica, e di lì a poco anche quella maglia avrebbe cessato di esistere.

Grecia e Giappone

Con la dissoluzione dell’Urss alle porte, arrivò un’offerta dalla Grecia. Lo voleva l’Olympiakos Pireo, allenato da Oleg Blochin, dove già giocava il connazionale Litovchenko. Protasov accettò e tenne fede alla sua fama di goleador: tre stagioni e mezzo, ottantatré presenze, quarantotto reti, una Coppa di Grecia.

Alla fine del 1993, nel pieno della sua stagione migliore, con otto reti in nove partite, il rapporto con il club si incrinò per una disputa sugli emolumenti previsti dal contratto. Ne approfittò il Gamba Osaka, che lo portò in Giappone con un’offerta vantaggiosa: vi restò fino al 1995, con ventiquattro gol in cinquantacinque presenze, prima di chiudere la carriera tra Veria, Proodeftiki e Panelefsiniakos, ancora in Grecia, il paese che lo avrebbe poi naturalizzato e dove avrebbe costruito anche la propria vita privata e, in seguito, una carriera da allenatore, culminata in uno scudetto greco sulla panchina dell’Olympiakos nel 2003.

Un’occasione mancata

La carriera di Protasov si chiuse lontano dai riflettori dei grandi campionati europei, con un bottino complessivo di oltre duecento gol tra i club e appena una presenza, senza reti, con la nuova maglia dell’Ucraina indipendente, nel 1994. Una traiettoria solida, costruita soprattutto fuori dai grandi palcoscenici, eppure capace di lasciare il segno ovunque sia passato: a Dnipropetrovsk come a Kiev, al Pireo come a Osaka.

Quel titolo dell’11 febbraio 1989 racconta oggi una strada che la storia scelse di non fargli percorrere. Se il ministro della Difesa sovietico avesse detto sì, se l’accordo industriale tra Fiat e Mosca avesse davvero spalancato le porte di Torino, la Juventus di Agnelli avrebbe affiancato a Zavarov un centravanti nel pieno della maturità fisica e tecnica, proprio negli anni in cui il calcio italiano si apriva al grande spettacolo internazionale e ai suoi campioni stranieri.

Difficile dire se Protasov avrebbe retto l’urto della Serie A meglio del suo connazionale, ma il solo fatto che l’affare fosse arrivato così vicino alla fumata bianca, in un’epoca in cui i confini sovietici sembravano ancora invalicabili, basta a farne uno dei grandi “what-if” del calcio di quegli anni: una frontiera che per Oleg Protasov si aprì troppo tardi, e in una direzione diversa da quella di Torino.


Autore: Storie di Calcio