Luciano: l’uomo dietro la maschera di Eriberto

Il calcio ha sempre venduto il sogno della scorciatoia: un ragazzo povero, un pallone, un talento che basta a cambiare destino. Raramente, però, quella scorciatoia passa anche per un’anagrafe falsificata. La storia di Eriberto, o meglio di Luciano Siqueira de Oliveira, non è soltanto la cronaca di un documento contraffatto, uno dei tanti casi di false identità che negli anni hanno attraversato il calcio sudamericano. È il racconto di cosa succede quando un’identità inventata finisce per funzionare meglio di quella vera — e di quanto possa costare, anni dopo, tornare a essere sé stessi.

La parte più inquietante della vicenda, in fondo, non è la truffa. È ciò che accadde subito dopo averla confessata: il giocatore sparì insieme al nome che aveva portato per sei anni, come se quel talento fosse appartenuto più a un personaggio che all’uomo che lo aveva inventato.

Un ragazzo di Rio

Cresce nei quartieri poveri di Rio de Janeiro inseguendo un’idea fissa: diventare calciatore. È quasi l’unica strada che gli resta, perché la vita gli ha già tolto molto altro. Rimasto orfano di entrambi i genitori quando è ancora bambino, Luciano Siqueira de Oliveira — nato il 3 dicembre 1975 — cresce in una favela, mantenuto dalla sorella e dal cognato finché non trova un lavoro come commesso in un supermercato. A diciannove anni l’unico vero capitale che possiede è il modo in cui corre con un pallone tra i piedi: veloce, elastico, capace di saltare l’uomo come se non gli costasse fatica.

Il prezzo di un nome falso

Un giorno lo nota un certo Moreno, che si presenta come procuratore mentre Luciano gioca in una squadretta amatoriale di quartiere, e gli promette provini nei grandi club brasiliani. C’è però un ostacolo che sembra insormontabile: a vent’anni è considerato troppo “vecchio” per essere tesserato da un settore giovanile. La soluzione che gli viene offerta è semplice quanto radicale: procurarsi un’identità più giovane.

Luciano convince un vicino di casa sedicenne a prestargli il proprio certificato di nascita e, nell’aprile del 1996, diventa Eriberto da Conceição Silva, nato il 21 gennaio 1979. Quattro anni in meno sulla carta d’identità bastano a spalancargli le porte del settore giovanile del Palmeiras, dove si guadagna in fretta un posto in prima squadra e la maglia della nazionale Under 21 brasiliana.

Bologna, tra talento e guai

Nell’estate del 1998 il Bologna lo acquista per cinque miliardi di lire, convinto di aver scoperto un esterno di valore. Eriberto esordisce in Serie A a settembre, contro il Milan, e regala al pubblico del Dall’Ara anche un gol da ricordare: una cavalcata solitaria contro il Venezia, circa ottanta metri palla al piede coperti in meno di dieci secondi. Fuori dal campo, però, la storia è diversa: viene fermato dalla polizia per guida in stato di ebbrezza, investe un’auto e si allontana senza prestare soccorso, guida contromano dopo una serata fuori. La sua condotta spericolata gli costa simpatie nello spogliatoio e tra i tifosi rossoblù. Dopo due stagioni incostanti, il club decide di cederlo: nel 2000 passa al Chievo, allora ancora in Serie B.

Il Chievo dei Miracoli

Al Chievo la carriera di Eriberto trova la sua stagione più bella. Nel 2001 conquista con la squadra la prima storica promozione in Serie A dei clivensi; l’anno dopo, nel campionato che la stampa ribattezza “il Chievo dei Miracoli”, i gialloblù chiudono addirittura al quinto posto, conquistando un posto in Coppa UEFA. Eriberto, insieme a Christian Manfredini, forma la coppia di esterni più prolifica e spettacolare del torneo, e nell’estate 2002 sembra a un passo dal grande salto: lo cercano sia la Lazio sia la Juventus. L’affare con i biancocelesti, però, non si chiuderà mai.

Il peso di un nome che non è il suo

A far saltare la trattativa non sono i soldi, ma un segreto che Luciano si porta dentro da sei anni. Gli manca una cosa soltanto, e non è poca cosa: il proprio cognome. Vive prigioniero di un’identità che non sente sua, un corpo estraneo che porta addosso ogni giorno, e il pensiero del figlio appena nato, che crescendo dovrebbe chiamarlo con un nome falso, diventa insopportabile.

Chiede al Chievo il permesso di rientrare in Brasile, incontra i suoi avvocati e, il 21 agosto 2002, si presenta in una stazione di polizia di San Paolo per confessare tutto, d’accordo con la compagna Raquel. “Non mi chiamo Eriberto ma Luciano, non ho 23 anni ma 27: non posso più fingere, e voglio che almeno mio figlio porti il suo vero nome”, dichiara al momento della confessione. E aggiunge: “Non sapevo più chi ero, avevo crisi d’identità profonde. Oggi mi sono tolto una tonnellata dalle spalle, e sono pronto a tutto, anche alla squalifica o all’arresto”. Perfino un ex compagno al Bologna, Gianluca Pagliuca, ricorda scherzando di averlo sempre preso in giro perché sembrava molto più vecchio della sua età anagrafica.

Il conto da pagare

La notizia fa il giro del calcio italiano e non solo, e con essa circolano anche le voci più oscure: c’è chi parla di un ricatto da parte di un’organizzazione criminale, chi sostiene addirittura che sia stato il vero Eriberto a minacciare di denunciarlo. Luciano smentisce entrambe le ipotesi, ammettendo però di aver pagato regolarmente in contanti l’uomo a cui aveva “rubato” il nome pur di tenerlo tranquillo — un contadino brasiliano che, scoperta la vicenda, lo citerà in giudizio per danni morali.

Sul fronte sportivo, la Commissione Disciplinare della FIGC lo squalifica per sei mesi (altre fonti parlano di sette, poi ridotti a quattro in appello), con tanto di multa per il giocatore e ammenda in solido per Chievo e Bologna, ritenuti responsabili oggettivi della vicenda; le accuse penali in Italia verranno poi archiviate. Anche la FIFA estende la sospensione a livello internazionale. In Brasile, intanto, la giustizia segue il suo corso per conto proprio: per la falsificazione dei documenti, Luciano viene condannato a otto mesi di reclusione.

Da Eriberto a Luciano

Scontata la squalifica, torna in campo con il Chievo nella seconda parte della stagione, con il suo vero nome stampato sulla maglia. Ma qualcosa, nel frattempo, si è spezzato: il giocatore scattante e un po’ sregolato che tutti chiamavano Eriberto sembra scomparso, sostituito da un Luciano più compassato e meno incisivo. Nell’estate del 2003 l’Inter lo porta a Milano in prestito, convinta di poter ritrovare le sgroppate che avevano incantato l’Italia del pallone qualche stagione prima. Bastano poche partite — da ricordare, se non altro, un cross impreciso contro il Modena — perché il club nerazzurro decida di restituirlo al Chievo già a gennaio.

Dieci anni in gialloblù

Al Chievo, da quel momento, Luciano resta per un intero decennio: sgroppate oneste, senza più i lampi di un tempo ma anche senza mai tirarsi indietro. Indossa spesso la fascia di capitano e, quando la carriera clivense si chiude, totalizza 316 presenze e 18 gol, sesto nella classifica di sempre dei gialloblù. Nel 2013, a trentasette anni, il Chievo decide di non rinnovargli il contratto. Prova a chiudere la carriera al Mantova, ripartendo dalla Serie C2, ma dopo appena due mesi e sei presenze il club rescinde l’accordo per le sue prestazioni ormai insufficienti: il ritiro diventa ufficiale nell’ottobre 2013.

Dopo il calcio

Lasciati gli scarpini al chiodo, Luciano torna in Brasile, dove apre e gestisce una struttura ricettiva a Florianópolis. Il richiamo del pallone, però, non si spegne del tutto: nel 2017 consegue il patentino da allenatore ed entra nello staff tecnico del settore giovanile del Chievo, il club a cui la sua carriera, in entrambe le sue identità, è rimasta più legata.

Un nome, due carriere

Chi lo ha visto sgroppare sulla fascia negli anni di Eriberto ricorda un giocatore quasi incontenibile, come se corresse per sfuggire a qualcosa. Oggi viene da pensare che fuggisse davvero — dall’ombra di un Luciano più ordinario che, una volta tornato alla luce con il proprio nome, non riuscì più a eguagliare le imprese del suo alter ego. Del grande Eriberto che incantava l’Italia del pallone, alla fine, è rimasto soltanto il ricordo di una manciata di stagioni perfette.


Autore: Storie di Calcio