Il fiato si accorcia già al primo passo fuori dal vagone, a quasi 3700 metri di quota. Nel 1882 un treno proveniente dal porto cileno di Antofagasta raggiunge per la prima volta Oruro, cittadina andina incastonata tra le montagne: è il primo convoglio ferroviario a spingersi così in alto. A bordo, insieme alle merci e a una compagnia teatrale itinerante, viaggia — racconta la leggenda — anche un pallone, portato da un imprenditore locale, da tempo di stanza in Cile, in uno dei suoi viaggi verso casa. È così, tra fumo di carbone e aria rarefatta, che il calcio mette piede in Bolivia.
Un pallone sull’Altiplano
Da quel pallone discende la storia della nazionale boliviana, soprannominata la Verde, che dell’altitudine ha fatto un tratto identitario prima ancora che un vantaggio tattico. Decenni più tardi il presidente Evo Morales scenderà in campo a 6542 metri sul vulcano Sajama, insieme a una squadra di guide e sportivi, per dimostrare che si può giocare anche lassù, contro il veto che la FIFA proverà a imporre ai campi sopra i 2500 metri. Nella sua storia, la Verde ha conquistato tre partecipazioni mondiali. Una di queste, quella di USA 1994, è diventata mito assoluto dalle parti di La Paz.
Le prime due figuracce

Le prime due presenze iridate degli Altiplanicos furono, in realtà, due autentiche disfatte. Nel 1930, alla prima Coppa del Mondo della storia, la Bolivia perse 4-0 sia contro la Jugoslavia sia contro il Brasile. Vent’anni dopo, nel 1950, arrivò una lezione ancora più dura: 8-0 contro l’Uruguay di Schiaffino, Ghiggia e Varela, che di lì a poco avrebbero sollevato la coppa.
Il professionismo arrivò solo nel 1950, dopo quasi sessant’anni di dilettantismo sportivo. In un simile contesto, la vittoria della prima e unica Copa América boliviana, nel 1963, appena tredici anni più tardi, assomiglia quasi a un miracolo. Il resto fu lunga attesa: i gironi di qualificazione sudamericani partirono nel 1954, ma la Bolivia vi entrò solo tre anni dopo, penalizzata da un territorio prevalentemente montuoso, dove organizzare un campionato — figurarsi raggiungere i campi delle province più remote — era già di per sé un’impresa.
Il calcio nell’età del caos
La Paz divenne, insieme, capitale politica e cuore calcistico del Paese, con The Strongest e Club Bolívar a contendersi da sempre lo scettro di squadra più rappresentativa della nazione. Negli anni Sessanta un golpe militare impose una giunta che tenne per anni il controllo del Paese. Nel 1967 Ernesto “Che” Guevara organizzò tra le montagne andine una spedizione per liberare la Bolivia da quell’egemonia: vi perse la vita, proprio su quel territorio.
Anche il calcio ne risentì. Nacque quella che i cronisti dell’epoca battezzarono “l’Età del Caos”: la contesa tra la Asociación de Fútbol de La Paz e la Federación Boliviana de Fútbol, due federazioni rivali, specchio di un contrasto più profondo tra La Paz e Cochabamba, l’altra grande città agricola e culturale del Paese. Il nodo era chi dovesse rappresentare la Bolivia nella nascente Copa Libertadores, e per quattro anni nessuno riuscì a scioglierlo tra accuse incrociate. Si decise infine di affidarsi a un torneo tra le vincitrici dei campionati metropolitani, la Copa Simón Bolívar: la squadra vittoriosa avrebbe ottenuto il pass continentale. Un compromesso che certificava, di fatto, l’assenza di un vero campionato nazionale. Bisognerà aspettare il 1977 per la prima Liga autentica.
Sull’orlo della guerra civile

Nei primi anni Novanta la Bolivia torna a essere un Paese fragile, a un passo dalla guerra civile. È in questo clima che si aprono le qualificazioni per USA 1994, con uno sciopero dei calciatori che paralizza la Liga. La Federazione punta tutto sui giocatori del campionato locale, cercando di tenerli in forma in attesa dei rinforzi che arriveranno dall’estero. Il nuovo commissario tecnico, lo spagnolo Xabier Azkargorta, arriva quasi in sordina, accolto da diffidenza diffusa. Nel giro di due anni il suo nome diventerà leggenda: ancora oggi, in Bolivia, “il Bigotón” — i suoi baffi prominenti gli valsero il soprannome — resta sinonimo di quell’impresa.
La fucina di Barcellona
La squadra comincia a prendere forma lontano da casa, alla Coppa Nehru in India. Seguono amichevoli in giro per il mondo, e infine un mese intero al Centro de Alto Rendimiento de San Cugat, vicino Barcellona. Lì Azkargorta lavora sul fisico dei suoi giocatori ma soprattutto sulla loro testa, provando a restituire loro — e a un intero Paese — l’autostima perduta. Al ritorno in patria, il tecnico ha la certezza che la squadra sia pronta a scrivere la storia.
Il modulo prescelto, un elastico 5-4-1, si trasforma quasi in un 3-3-4 quando si gioca in casa, sull’altitudine amica di La Paz. In porta Carlos Trucco, lucido e sicuro: sarà lui a tenere la porta inviolata nella notte decisiva di Guayaquil. Davanti a lui Miguel Ángel Rimba, marcatore intelligente, nonostante un nome tale — fu persino sospeso, e poi scagionato, per una foglia di coca masticata prima di una partita interna contro il Brasile.
Accanto a lui Marco Sandy, fisico granitico e gran colpo di testa, e l’argentino naturalizzato Gustavo Quinteros. Sulle fasce il capitano Carlos Borja, che in campo comanda con una semplice alzata di sopracciglio, e Luis Cristaldo, instancabile corridore capace di correre per un’intera partita senza fiatare. A dirigere il centrocampo Milton Melgar, regista di rara classe e senso del tempo, affiancato da Julio César Baldivieso e Ramiro “Chocolatín” Castillo.
Davanti William Ramallo, bomber del girone di qualificazione, e l’uomo copertina di quella generazione, Erwin “Platini” Sánchez, cresciuto nella celebre accademia Tahuichi di Santa Cruz: il soprannome, in Bolivia, si prende ancora sul serio, tanto che nella stagione 2000-01 trascinerà il Boavista al suo unico titolo portoghese. In panchina, pronto a entrare e cambiare le partite, Marco “El Diablo” Etcheverry.
Cinque vittorie e una notte storica
Le qualificazioni si aprono con un filotto perfetto: vittorie su Venezuela, Brasile, Uruguay, Ecuador e di nuovo Venezuela, venti gol fatti e due soli subiti. La serata del 25 luglio 1993, al mitico Hernando Siles di La Paz, 3600 metri di quota, resta la più leggendaria di tutte: contro il Brasile, mai sconfitto in una qualificazione sudamericana, la Bolivia la sblocca all’88’ con Etcheverry, nonostante un infortunio muscolare rimediato nei primi minuti di gioco, e la chiude un minuto dopo con Álvaro Peña, entrato dalla panchina. “È stata una delle serate più belle della mia vita”, racconterà anni dopo Etcheverry. “Quel gol al Brasile fu uno dei momenti più alti della mia carriera.”
Seguono due sconfitte, pesantissima quella di Recife, 6-0, nella rivincita contro i verdeoro, che chiuderanno comunque il girone al primo posto, qualificandosi a loro volta. Poi arriva il “jacha uru”, il gran giorno in lingua aymara: un 1-1 a Guayaquil contro l’Ecuador che vale la qualificazione, dopo quarantaquattro anni di assenza dai Mondiali. “Abbiamo costruito una squadra a cui era indifferente dove giocare”, dirà Azkargorta ricordando quella cavalcata.
Germania, Corea del Sud, Spagna

Il sorteggio regala alla Bolivia un girone con Germania, Corea del Sud e Spagna: i pronostici, alla vigilia, sono tutti per i tedeschi. Contro i campioni in carica, all’esordio, la Verde tiene testa per un tempo intero, in totale controllo tecnico e agonistico: è il portiere Bodo Illgner a negare il gol a Sánchez con un intervento di classe. Nella ripresa Jürgen Klinsmann sblocca il match su assist di Thomas Häßler. Entra Etcheverry, reduce da un grave infortunio al crociato che ne aveva minacciato la presenza al Mondiale: l’animo è quello di sempre, ma la testa risente ancora dei postumi. Un contrasto duro di Lothar Matthäus, la sua reazione, e arriva il cartellino rosso diretto. Finisce 1-0 per la Germania, ma la Bolivia convince.
Contro la Corea del Sud la partita si chiude 0-0, dopo 104 minuti di gioco — quattordici di recupero — e due occasioni clamorose sprecate da Baldivieso davanti al portiere coreano, entrambe a tu per tu col numero uno asiatico. Bolivia in dieci anche qui, per l’espulsione di Cristaldo a sette minuti dalla fine. Arriva comunque il primo punto mondiale della sua storia, e con esso la consapevolezza di potersela giocare con chiunque.
L’ultima chance arriva contro la Spagna, a Chicago, davanti a oltre sessantamila spettatori: in palio il secondo posto del girone. Al 18′ Ramallo centra la traversa su una perfetta percussione. Pochi minuti dopo, un presunto fallo di Cristaldo in area regala un rigore agli spagnoli, trasformato da Pep Guardiola. Nella ripresa Caminero raddoppia in contropiede, Erwin Sánchez accorcia — primo gol boliviano in un Mondiale — ma lo stesso Caminero chiude i conti. Finisce 3-1, Bolivia eliminata al primo turno.
Un’eredità che non si è più ripetuta
Quella squadra non tornerà mai più a un Mondiale: resta, a tutt’oggi, l’unica qualificazione boliviana conquistata sul campo, in oltre novant’anni di storia della Verde. I nomi di Trucco, Borja, Sandy, Quinteros, Rimba, Cristaldo, Melgar, Sánchez, Baldivieso, Castillo, Ramallo ed Etcheverry sono diventati, da allora, una filastrocca recitata a memoria dai bambini boliviani, mentre Etcheverry e Sánchez restano gli idoli su cui ancora oggi si fantastica nei potreros andini.
Azkargorta, per parte sua, è rimasto in Bolivia fino alla fine: è morto nel novembre 2025, a 72 anni, a Santa Cruz de la Sierra, dopo anni di battaglie contro problemi cardiaci. Ai funerali, raccontano le cronache locali, la bandiera boliviana e quella basca furono deposte insieme sulla sua bara, circondata di fiori bianchi.
“Los bolivianos, si nos lo proponemos, podemos“: se un popolo si impegna, può fare qualsiasi cosa. Mettere sulla mappa del calcio mondiale una nazione tanto appassionata quanto, storicamente, incompiuta — questo, “il Bigotón” e i suoi ragazzi, lo fecero davvero.