Nella primavera del 1976 una squadra di provincia londinese arrivò a un passo dal paradiso del calcio inglese, restò per dieci giorni convinta di avercelo fatto, e poi lo vide sgretolarsi davanti ai propri occhi. È la storia del Queens Park Rangers 1975/76, forse la più bella incompiuta mai scritta a Loftus Road: ventiquattro vittorie, sessantasette gol segnati, un solo punto di scarto dal titolo, e un epilogo capace di restare impresso nella memoria di un’intera generazione di tifosi Hoops.
Una provinciale con ambizioni
Il Queens Park Rangers non era mai stato un club da palcoscenici importanti. Fino agli anni Sessanta aveva girovagato tra tredici diversi campi di casa prima di trovare una sistemazione stabile, e in bacheca poteva vantare poco più di una Coppa di Lega. Fu il presidente Jim Gregory, arrivato in consiglio con modi spicci da uomo d’affari, a dare al club la stabilità necessaria per sognare in grande.
La promozione in First Division era arrivata solo due stagioni prima, nel 1973, e già in quel biennio il QPR aveva mostrato di non voler recitare la parte della comparsa. Le maglie bianche con gli Hoops blu, quel disegno a cerchi che dava il soprannome al club, cominciavano a diventare familiari anche fuori dai confini della West London.
La svolta tecnica arrivò con Dave Sexton, allenatore colto e silenzioso, reduce da una buona esperienza al Chelsea. Sexton costruì una squadra che giocava un calcio di possesso palla e movimento, debitore delle suggestioni arrivate dall’Olanda dopo il Mondiale del 1974. Il capitano era Gerry Francis, nato a Chiswick, già nel giro della Nazionale inglese. La stella assoluta era Stan Bowles, genio ribelle, arrivato dal Carlisle United nel 1972 proprio quando Rodney Marsh aveva lasciato Loftus Road per il Manchester City: a chi gli chiedeva se sentisse il peso di dover ereditare la maglia numero 10 dell’altro mito Hoops, Bowles rispose con un secco “Marsh chi?”. In porta vigilava Phil Parkes, un gigante silenzioso che avrebbe chiuso la stagione come uno dei portieri meno battuti del campionato.
Un avvio sfolgorante

La stagione si aprì il 16 agosto 1975 proprio contro il Liverpool, a Loftus Road. Fu Gerry Francis, servito da uno scambio con Stan Bowles e Don Givens, a firmare un gol che le telecamere della BBC avrebbero poi incoronato come il più bello della stagione in tutta la First Division. Il QPR vinse 2-0 davanti a oltre 27 mila spettatori, e dopo la partita Francis si lasciò andare: “Non c’è motivo per cui non possiamo finire tra le prime tre”.
Tre giorni più tardi, in casa contro l’Aston Villa, arrivò il primo stop: un 1-1 che non scalfì però l’entusiasmo. Una settimana dopo, infatti, arrivò un’altra prova di forza, il 5-1 sul campo del Derby County, campione d’Inghilterra in carica, firmato da una tripletta di Bowles. Il nome del QPR cominciava a circolare sui giornali nazionali non più come curiosità, ma come possibile outsider per il titolo, e nelle settimane successive la squadra confermò quell’impressione travolgendo anche l’Everton per 5-0, con Francis tra i protagonisti di una serata da incorniciare.
La lunga rincorsa
L’inverno portò qualche inciampo fisiologico, ma fu nella primavera del 1976 che quella squadra toccò il proprio apice. Tra febbraio e aprile il QPR mise insieme una serie di undici vittorie e un solo pareggio, un filotto che tenne sospesi i tifosi di tutta la West London. Caddero una dopo l’altra il Wolverhampton Wanderers per 4-2, il Tottenham per 3-0, l’Ipswich Town, il Leicester City di misura, la Coventry City per 4-1, lo Stoke City, il Manchester City, il Newcastle United, il Middlesbrough per 4-2; in mezzo, un solo pareggio, contro lo Sheffield United già condannato alla retrocessione.
A dicembre, quando il QPR ospitò e superò il Derby County, il centrocampista Don Masson giocava una stagione talmente solida da meritarsi un posto nella squadra dell’anno della First Division, accanto ai difensori inglesi delle Rams. Era un QPR che incantava per la qualità della manovra più che per la forza fisica: triangolazioni rapide, cambi di gioco, una fluidità di ruoli che anticipava di anni certe idee tattiche del calcio moderno.
Loftus Road, intanto, restava una fortezza: il QPR non perse mai in casa per tutto il campionato, un record che nessuna big del campionato poteva vantare.
Il giorno nero di Carrow Road

Ogni racconto di quella stagione, per quanto si voglia indugiare sui momenti belli, finisce per tornare lì: 17 aprile 1976, sabato di Pasqua, Carrow Road. Il QPR, lanciatissimo, andò a far visita al modesto Norwich City con un solo pensiero in testa, vincere e issarsi definitivamente al comando.
Andò diversamente. Il Norwich, sotto 1-0, rimontò fino al 3-1, in una partita nervosa, giocata a ritmi forsennati, con qualche incidente sugli spalti in puro stile anni Settanta. Solo un’autorete rese meno amaro il passivo finale di 3-2. I tifosi arrivati fin lì da White City e dintorni tornarono a Londra con un pugno di lacrime: nello stesso pomeriggio il Liverpool vinse la propria partita, scavalcando i Rangers in classifica per un punto, grazie al più favorevole quoziente reti dell’epoca a due punti a vittoria. Restavano due giornate, e improvvisamente il sogno sembrava sfuggire di mano.
Gli ultimi atti a Loftus Road
Due giorni dopo quella delusione, il QPR ritrovò se stesso davanti a oltre 30 mila spettatori contro l’Arsenal: un rigore di Gerry Francis e il gol del veterano Frank McLintock, ex uomo dei Gunners, regalarono una vittoria preziosa, anche se non sufficiente a riprendere la vetta, perché nello stesso turno il Liverpool travolse il Manchester City per 3-0. La fiammella della speranza restava accesa, ma flebile: bastava un passo falso, da una parte o dall’altra, per cambiare tutto.
Tutto si decideva all’ultima giornata. Il 24 aprile, davanti a oltre 31 mila spettatori, da record stagionale, il QPR batté il Leeds United per 2-0 con le reti di Dave Thomas e Stan Bowles. Ventiquattro vittorie, cinquantanove punti, la miglior stagione mai disputata fino ad allora dal club londinese. Il campionato del QPR era, materialmente, concluso.
Dieci giorni sospesi

Il problema era che quello del Liverpool, invece, non lo era affatto. Gli impegni in Coppa UEFA contro il Barcellona prima e il Club Brugge poi avevano costretto i Reds a rinviare l’ultima gara di campionato, in casa del Wolverhampton Wanderers, al 4 maggio. Per dieci giorni il QPR rimase, sulla carta, campione d’Inghilterra: una condizione sospesa, irreale, vissuta da ogni tifoso Hoops con un misto di euforia e terrore.
La squadra fu invitata dalla BBC a seguire la partita decisiva dagli studi televisivi, incapace di fare altro che guardare. A Molineux, davanti a 48.900 spettatori stipati ben oltre la capienza consentita, i Wolves passarono in vantaggio al 14′ con un gol di Steve Kindon: per i padroni di casa, salvi solo in caso di proprio successo e contemporanea sconfitta del Birmingham City a Sheffield, si aprì per un tempo la porta della speranza, tenuta viva anche dal pareggio momentaneo dei Blues in terra di Yorkshire. Per quasi un’ora, sui divani di Shepherd’s Bush, qualcuno cominciò davvero a crederci: Dave Thomas avrebbe raccontato anni dopo che, in verità, i compagni si aspettavano tutti la vittoria del Liverpool, ma che nessuno osava dirlo ad alta voce.
Il sogno resistette fino al 77′, quando Kevin Keegan pareggiò i conti per il Liverpool. Poi, nel finale, John Toshack all’85’ e Ray Kennedy all’88’ chiusero la partita sul 3-1. Al triplice fischio il Liverpool era campione per la nona volta nella propria storia, il primo trofeo per l’allenatore Bob Paisley, che definirà quella serata “la più bella della mia vita da allenatore”. Il Wolverhampton retrocesse, il Birmingham City restò a galla, e il QPR, dopo dieci giorni e settantasette minuti da campione virtuale, si ritrovò con in mano soltanto un secondo posto.
Un’eredità che non sbiadisce
Quel Liverpool, archiviato il campionato più sofferto, si avviò verso la gloria europea che sarebbe arrivata l’anno successivo a Roma contro il Borussia Mönchengladbach, l’inizio di un ciclo che avrebbe cambiato la storia del club. Il QPR, per la prima volta nella propria storia, si qualificò comunque per la Coppa UEFA da secondo classificato, ma la sensazione, in tutta la West London, fu quella di un’occasione più unica che rara.
Per Stan Bowles e compagni, quella stagione resta ancora oggi il punto più alto mai toccato: dopo il 1976 il QPR non riuscì più a ripetersi, e nel giro di tre anni finì addirittura retrocesso, nel 1979. Gerry Francis avrebbe chiuso il cerchio molti anni dopo, da allenatore, riportando il club fino al quinto posto nella prima storica stagione di Premier League, nel 1992/93, senza però più sfiorare quella vetta.
Phil Parkes, Dave Clement, Ian Gillard, Frank McLintock, Dave Webb, John Hollins, Gerry Francis, Dave Thomas, Don Masson, Mick Leach, Stan Bowles, Don Givens: undici nomi che la bacheca del club non ricorderà mai come campioni, ma che nella memoria di chi li ha visti giocare occupano un posto che nessun trofeo avrebbe potuto garantire meglio. Quella squadra, imbattuta in casa per un’intera stagione, capace di battere ogni avversaria della First Division tranne il West Ham United, resta ancora oggi il metro di paragone per ogni annata vissuta a Loftus Road: chi c’era, sugli spalti di South Africa Road, in quei mesi del 1976, porta ancora negli occhi una squadra che il titolo, in fondo, l’ha vinto comunque.