Nel calcio russo nato dalle ceneri dell’Unione Sovietica, le prime tre stagioni della Vysšaja Liga ebbero un padrone solo: lo Spartak Mosca. Poi, nel 1995, quel dominio si interruppe per mano di una provinciale lontana duemila chilometri dalla capitale, incastonata ai piedi del Caucaso. Il suo nome era Spartak Vladikavkaz, e la sua impresa resta ancora oggi una delle pagine più sorprendenti del calcio russo post-sovietico. Vladikavkaz, capitale della Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alania, contava all’epoca poco più di 300mila abitanti: una scala minuscola se paragonata agli oltre otto milioni di Mosca, da cui erano usciti tutti i campioni di Russia fino a quel momento.
Non fu un colpo di fortuna. Dietro quello scudetto c’era un progetto costruito con pazienza, qualche azzardo e molto fiuto, da un dirigente intraprendente e da un allenatore che il calcio russo avrebbe poi ricordato a lungo.
Le radici del club
Fondato nel 1921 da due giovani comunisti britannici, Armstrong e Campbell, il club nacque con il nome di Spartak Ordžonikidze, dalla denominazione che la città caucasica portò per gran parte dell’epoca sovietica. Prima del 1995, la sua storia nella massima divisione era fatta più che altro di assenze: una sola apparizione nel 1970, chiusa con la retrocessione, e una seconda nel 1991, nell’ultima edizione del campionato sovietico prima del crollo dell’URSS. Negli anni, peraltro, il club aveva già cambiato nome più volte, specchio delle vicende della città stessa, tornata a chiamarsi Vladikavkaz dopo i decenni sovietici in cui aveva portato il nome di Ordžonikidze.
Settant’anni di storia, dunque, senza un vero acuto. Ciò che accadde tra il 1991 e il 1995 cambiò tutto.
L’arrivo di Bitarov
Nel 1991, durante l’ultimo campionato sovietico, nella società entrò Batraz Bitarov, imprenditore locale e tifoso sfegatato della squadra, che ne assunse la direzione generale. Le sue idee scossero subito l’ambiente: raddoppiò gli stipendi dei giocatori, migliorò le strutture, portò professionalità dove prima regnava l’approssimazione. I risultati arrivarono quasi immediatamente. Lo Spartak Vladikavkaz risalì dal penultimo posto fino all’undicesimo, e l’anno successivo, nel primo campionato russo della storia, chiuse addirittura secondo.
Ma il vero colpo da maestro di Bitarov fu un altro: portare alla guida tecnica Valerij Gazzaev.
Il contesto economico
Dietro la rapida ascesa del club, in quegli anni, non c’era soltanto il fiuto di Bitarov. Il 1994 aveva portato alla presidenza della repubblica Achsarbek Galazov, sotto il cui mandato l’industria della vodka locale conobbe una crescita vertiginosa: alcol d’importazione a basso costo, lavorato e imbottigliato sul posto, finiva sugli scaffali di tutta la Russia. Per migliaia di osseti, scrisse all’epoca la giornalista Nonna Dzivaeva, quel commercio era diventato una vera storia di successo. Un’economia parallela che, secondo numerose ricostruzioni della stampa russa, finì per irrorare anche le casse della squadra, finanziando ingaggi e colpi di mercato altrimenti fuori portata per un club di provincia.
Non è un caso che, ancora oggi, i tifosi delle rivali ricordino con una punta di sarcasmo quello scudetto come “il campionato della vodka”.
Gazzaev, il tecnico arrivato da Mosca

Prima di diventare allenatore, Gazzaev era stato un attaccante di valore, cresciuto nel vivaio dello Spartak Ordžonikidze e passato poi per SKA Rostov-na-Don, Lokomotiv Mosca, Dinamo Mosca e Dinamo Tbilisi: centinaia di presenze nella massima divisione sovietica, diverse convocazioni in nazionale, un titolo europeo Under 21, un bronzo olimpico nel 1980 e persino la classifica cannonieri di un’edizione della Coppa delle Coppe. Da tecnico aveva già lasciato il segno: guidò lo stesso Vladikavkaz alla promozione nel 1990, prima di tornare alla Dinamo Mosca, dove restò fino al 1993, quando si dimise dopo una pesante eliminazione in Coppa Uefa contro l’Eintracht Francoforte.
Fu in quel periodo di pausa forzata che Gazzaev si avvicinò all’Italia: studiò la lingua, fu contattato da Pasquale Casillo come possibile sostituto di Zeman, e trascorse circa tre mesi nel nostro calcio, ospite di Milan, Parma e Reggiana. Ne tornò con un’idea precisa del mestiere: curare lo spogliatoio quanto il campo, lavorare sulla testa dei giocatori prima ancora che sulle gambe. Un tratto che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: anni dopo, alla vigilia di una finale europea, avrebbe fatto portare negli spogliatoi un’icona religiosa perché i giocatori la baciassero prima di scendere in campo.
La squadra ridisegnata
Alla fine del campionato 1994, lo Spartak Vladikavkaz si era piazzato soltanto quinto. Eppure fu proprio Gazzaev, forte della fiducia conquistata, a chiedere alla società uno sforzo enorme sul mercato per rivoluzionare la rosa. Arrivarono il nazionale russo Omari Tetradze, i georgiani Mikheil Kavelashvili e Murtaz Shelia, e poi Timofeev, Derkach, Gorlukovich e lo sconosciuto Anatoli Kanishchev. Innestati sui “vecchi” Tedeev, Dzhioev e Khapov — quest’ultimo, portiere, non aveva ancora vent’anni — questi giocatori formarono lo scheletro della squadra che avrebbe sorpreso la Russia.
Il modulo scelto fu un 3-5-2 offensivo, all’epoca una rarità nel calcio russo. Gazzaev vi credette ciecamente, anche quando in società qualcuno storceva il naso.
La miglior difesa della Russia
Le trasformazioni più significative, paradossalmente, riguardarono la fase difensiva. Tetradze, fino ad allora centrocampista, fu arretrato nel ruolo di libero; Shelia si rivelò un acquisto quasi insostituibile; Khapov diede sicurezza tra i pali nonostante la giovanissima età. Il risultato fu la miglior retroguardia del torneo: appena 21 gol subiti in 30 partite.
A centrocampo, invariato rispetto alle stagioni precedenti, agivano Janovskij davanti alla difesa, il capitano Dzhioev e l’estroso Tedeev alle spalle delle punte, con Kasimov, specialista dei calci piazzati, pronto a incidere a gara in corso. In attacco, Kavelashvili fu il capocannoniere della squadra con 12 reti, supportato dai movimenti di Kanishchev.
C’era, poi, un problema tutto particolare: quattro stranieri — i georgiani Kavelashvili e Shelia, l’uzbeko Kasimov, l’azero Sulejmanov — per soli tre posti disponibili dal regolamento. Un infortunio di Sulejmanov a inizio stagione, paradossalmente, risolse il dilemma a favore degli altri tre.
Verso il titolo
La stagione si accese alla sesta giornata, il 13 maggio 1995, quando lo Spartak Vladikavkaz si impose 2-1 in trasferta contro i campioni in carica dello Spartak Mosca, allo stadio Lužniki, grazie alle reti di Kanishchev e Derkach nella ripresa. Fu quella vittoria, più di ogni altra, a far nascere nello spogliatoio la convinzione di poter lottare per il titolo fino in fondo.
Pochi giorni dopo, il 17 maggio, la stessa squadra si giocò anche un posto nella finale di Coppa di Russia: contro il Rotor Volgograd, dopo i tempi supplementari sul 2-2, uscì ai rigori. Una delusione che, però, non scalfì minimamente la fiducia costruita a Mosca. Al Republican Spartak Stadium di Vladikavkaz, del resto, la squadra era quasi imprendibile: il calore di un pubblico legato ai colori biancorossi con una fede quasi viscerale si sarebbe rivelato, lungo tutta la stagione, un fattore decisivo.
Dopo un successo esterno sulla Torpedo e una sconfitta contro il Lokomotiv Mosca, la squadra di Gazzaev inanellò una striscia di nove vittorie consecutive, chiudendo il girone d’andata con undici punti di vantaggio sulle inseguitrici. Nel frattempo, complice il nuovo nome scelto in omaggio alla repubblica che rappresentava, lo Spartak Vladikavkaz era diventato Spartak-Alania.
Campioni
Lo Spartak-Alania amministrò quel margine fino alla penultima giornata. Il 21 ottobre 1995, la vittoria per 2-1 in trasferta contro il CSKA Mosca valse la matematica certezza del titolo, con sei punti di vantaggio sul Lokomotiv Mosca, secondo classificato. Lo Spartak Mosca, detentore delle prime tre edizioni del campionato, chiuse addirittura terzo: un doppio smacco per i moscoviti, spodestati dal trono e superati pure in classifica.
Per la prima volta nella storia del calcio russo post-sovietico, il titolo nazionale lasciava Mosca. Sarebbero passati dodici anni prima che un’altra squadra non moscovita, lo Zenit San Pietroburgo, riuscisse a ripetere l’impresa.
Dopo lo scudetto
L’anno successivo, lo Spartak-Alania esordì nelle qualificazioni di Champions League contro i Rangers Glasgow. All’andata, a Ibrox, gli scozzesi si imposero 3-1; nel ritorno, davanti al proprio pubblico, i caucasici subirono una vera disfatta: 2-7, con una tripletta di Ally McCoist e una doppietta di Brian Laudrup. Il sogno europeo si chiuse lì, nel peggiore dei modi.
In campionato, invece, la squadra di Gazzaev sfiorò il bis: chiuse il torneo a pari punti con lo Spartak Mosca — addirittura 72, uno in più della stagione dello scudetto — ma nello spareggio disputato a San Pietroburgo furono i moscoviti a imporsi 2-1, inutile il gol di Kanishchev all’88’.
Da lì, il silenzio. La partenza di Gazzaev, chiamato altrove, e di diversi big della rosa, fece perdere al club ogni velleità di competere con i colossi di Mosca. Lo Spartak Vladikavkaz, nei decenni successivi, avrebbe conosciuto categorie minori e crisi societarie ricorrenti. Gazzaev, dal canto suo, avrebbe trovato un altro trionfo, nel 2005, sulla panchina del CSKA Mosca: la Coppa Uefa, primo trofeo europeo della storia del calcio russo. Di quella notte di Lisbona raccontò, anni dopo, un piccolo rito compiuto negli spogliatoi prima del fischio d’inizio: “Prima dell’intervallo tirai fuori un’icona: i giocatori la baciarono e tornarono in campo.”
Bitarov, l’uomo che aveva messo in moto tutto, restò legato al club ben oltre quegli anni: quindici anni più tardi comparve ancora tra i dirigenti della rappresentativa di veterani radunata a Vladikavkaz per celebrare l’anniversario dello scudetto, insieme a quasi tutti i protagonisti di quella stagione.